Dopo. Quasi uno scioglilingua

Aprile 30, 2020

di Ico Gasparri

Esiste un DOPO che inesorabile sarà figlio di un PRIMA e noi li osserviamo succedersi giorno dopo giorno da quel DURANTE che viviamo come OGGI.

Salvador Dalì

Quasi uno scioglilingua. Un gioco di parole che traduce il principio ispiratore della mia fotografia sociale, della mia vita d’artista e della scelta di utilizzare il linguaggio visuale come base di una narrazione che altrimenti non sarei riuscito ad esprimere e che ho ritenuto importante esprimere.

La fotografia l’ho scelta – forse inconsciamente – perché quelle immagini create attraverso la fotocamera mi sono apparse fin da ragazzo potenti, vere, reali, oggettive, testimoni e testimoniali. L’ho scelta fin dal 1978 perché conteneva qualcosa che per me era più forte delle parole, un mezzo a me congeniale per esprimermi dal mio angolo di ragazzo timido.

La narrazione fotografica mi piace perché è un sistema. Non è un mazzo di episodi isolati – anche esteticamente rilevanti – raccolti in un album, ma una catena che lega fatti, scene, momenti che risalgono al DURANTE, cioè dell’epoca in cui un dato fenomeno è ancora in via di formazione, e che si sposteranno in pochi secondi in un DOPO inesorabile dal quale, guardandoli, si rivedrà – a volerlo vedere – quel PRIMA in cui c’eravamo ed eravamo vivi. Come ogni racconto veritiero. Come la storia.

Per coltivare questo interesse per lo sguardo che può raccontare qualcosa mentre sta nascendo sotto i nostri occhi ho cercato di sollevare l’inquadratura, cambiando spesso prospettiva, ottica, punto di messa a fuoco e mi sono persuaso che i singoli fenomeni dell’OGGI non hanno nulla di interessante se li distacchiamo dal sistema che li genera, li plasma e li condiziona a prescindere da noi.

Una volta, in un’antica e solenne chiesa napoletana, ho ascoltato un prete che diceva, con ardore, quasi con furore, che Gesù era di parte. Gesù ha deciso da che parte stare. Anche a me, che non sono credente, quelle parole sono sembrate subito straordinarie, illuminanti, inusuali. Da che parte stare? Anche noi, fatte le dovute proporzioni, dobbiamo stare da una parte, prendere una posizione di parte. Essere partigiani. Le posizioni ambigue e neutre sono dunque colpevoli.

Attraverso la mia fotografia sociale ho scelto di stare dalla parte del silenzio, delle cose non dette, dello sguardo girato altrove e ho scelto di raccontare storie complesse, stratificate, non immediate, perché le storie semplici, spettacolari, estetiche mi apparivano incomplete, bugiarde, non di parte appunto. Tuttavia, per fare questo ho dovuto accettare il peso di una gabbia – prospettica e di pensiero, individuale e sociale – che si è rivelata ingombrante, pesante, a volte troppo pesante da sopportare, una gabbia che rischia di rendere il racconto del sistema mentre il sistema si forma, difficilmente attuabile, pesantissimo, in alcuni casi può risultare addirittura fatale, come la storia di Pasolini ci insegna.

L’uomo contemporaneo non è cieco e non è sordo. Percepisce, vagamente o distintamente, i legami che tengono stretti gli embrioni dei fenomeni fin dal momento in cui appaiono per la prima volta: nulla ci è stato taciuto. Sappiamo tutto, ma troppo spesso non abbiamo provato o non abbiamo voluto mettere a fuoco questo legame tra il PRIMA e il DOPO, forse per dolore, debolezza, vigliaccheria, malafede, ignoranza. Non abbiamo tenuto in nessun conto questo processo di sguardo vigile sul DURANTE come un bene primario anche perché abbiamo sperimentato che le conseguenze di questa parte non presa appariranno forse nel DOPO e quindi non sono apparentemente affari nostri, nessuno ci chiamerà a rispondere di niente o ci chiamerà a rispondere quando saremo vecchi o morti.

E così il racconto globale della contemporaneità si scrive da solo, sgrammaticato, sconclusionato, senza una trama apparente, senza giustizia. Ci appare, visto dal DOPO, incomprensibile, irresponsabile, sciagurato.

Questa epidemia imprevista, figlia di tante decisioni del PRIMA, ci ha mostrato la nostra nudità, ci ha svelato la nostra ottusità nel vivere il DURANTE senza pensare al DOPO e solo ora che siamo nudi e chiusi in casa diciamo non senza ipocrisia che è necessario cambiare, mentre tutte le cose che guardiamo ora ci appaiono sbagliate, colpevoli, dannose, irresponsabili.

Eppure noi c’eravamo, abbiamo attraversato quel PRIMA seguendo il percorso della massa, abbiamo sostituito e confuso il benessere collettivo con il profitto, anzi con il profitto a ogni costo, due categorie che parlano lingue diverse, quella dei diritti e dell’uguaglianza da una parte, e quella dell’esclusione e dei privilegi dall’altra anche se questi ultimi si sono dimostrati spesso effimeri, superficiali, caduchi e sono durati solo qualche attimo, quell’attimo in cui avremmo potuto e dovuto scattare quella foto del PRIMA inquadrata nel DURANTE per costruire un DOPO diverso. Quasi uno scioglilingua.

Ico Gasparri, archeologo, fotografo e artista sociale, scrittore