Psicologia e Covid: curare persone e non malattie

Aprile 22, 2020

di Carlo Negri

Il modello del Cotugno

Abbiamo incontrato il dottor Alberto Vito, psicologo-psicoterapeuta direttore del reparto di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli  

L’assistenza psicologica ai pazienti Covid. Quali sono le criticità?

La nuova patologia ha comportato la necessità di affrontare questioni specifiche e in parte nuove per tutti.

Siamo consapevoli dell’importanza di contrastare la diffusione del contagio, e le nuove procedure impongono ai pazienti ricoverati uno stress ulteriore. Non vedono in viso gli operatori medici e sono separati dai familiari; l’isolamento forzato può farli percepire come colpevoli o untori il virus sconosciuto attiva fantasie catastrofiche.

Un’altra specificità, forse la più grave, è che spesso anche altri familiari sono ammalati e i nostri pazienti vorrebbero essere d’aiuto, ad esempio a genitori più anziani, ma la condizione di ricovero ovviamente non lo permette.

Tra l’altro, essere isolati dai propri familiari è esattamente l’opposto di ciò che suggerisce la psicologia, eppure è inevitabile per il rispetto delle regole infettivologiche, ma i pazienti lamentano  l’essere impediti nella condivisione di momenti così importanti. Proviamo a sopperire con telefonate frequenti a tale senso di sofferenza.

Il Cotugno è diventato un Covid hospital e tutti i reparti sono stati riconvertiti e destinati al coronavirus. Come state operando?

Sì, abbiamo attivato un servizio telefonico di consulenza per prendere in carico anche i bisogni psicologici e relazionali dei pazienti.

Ma mi consenta di ringraziare i miei colleghi, medici e infermieri, che sono in prima linea. Dai contatti telefonici devo dire che la stragrande maggioranza dei pazienti ha apprezzato molto la loro competenza e disponibilità.

Che tipo di supporto psicologico offrite ai pazienti ricoverati?

Posso dire che qui al Cotugno curiamo persone e non malattie. La differenza è fondamentale: significa utilizzare un modello che prende in carico i bisogni emotivi, psicologici e relazionali dei pazienti. La cura non è solo farmacologica, non riguarda un organo malato o una patologia ma diventa determinante il potere terapeutico della “relazione”.

E questo è ancora più straordinario se si pensa che avviene in una situazione di isolamento.

I colleghi del Cotugno hanno acquisito sul campo questa competenza relazionale. Occupandosi di malattie infettive, hanno sempre lavorato con pazienti con doppia o tripla diagnosi, con situazioni di marginalità sociale, di disagio psichico, di “fragilità”. E’ sempre stato un esempio di accoglienza.

E quindi forse non è un caso che il piccolo, per dimensioni, Cotugno sia stata la prima azienda ospedaliera campana, ormai da quasi vent’anni, a dotarsi di una Unità operativa autonoma di Psicologia. Proprio per affermare questo tipo di modello di cura.

Si parla tanto di medici e infermieri ‘eroi’. Come sta vivendo questa guerra il personale sanitario?

Gli operatori sanitari giustamente non amano definirsi eroi ma stanno dando prova, anche qui a Napoli, di straordinarie capacità.  Oltre al superlavoro e allo stress legato al decesso di alcuni pazienti, c’è un ulteriore carico di tensione: la paura di poter essere portatori del disagio nella propria famiglia, con i propri figli o genitori. Questo rende impossibile rilassarsi. Vivono una sorta di dicotomia: sono percepiti eroi, c’è grande sostegno e solidarietà nei nostri confronti da parte della collettività, e questa è di grandissima importanza per il loro benessere, ma c’è anche sempre il timore di poter essere potenziali untori.

E’ uno dei tanti paradossi di questa situazione.

Per gli operatori è molto importante non avere vergogna delle proprie reazioni. Si tratta di una situazione nuova e di emergenza: è ovvio che le nostre reazioni emotive siano straordinarie e che non sono quelle a cui noi stessi siamo abituati.

Ciò che gli psicologi possono fare è innanzitutto ascoltare. E’ molto importante il condividere le proprie emozioni, cose che a volte per gli operatori sanitari è difficile fare anche nel proprio ambito familiare, per timore di caricare emotivamente gli altri.

Che parole usate, come si comunica con gli operatori per farli sentire a loro agio?

Noi chiariamo che le emozioni non sono un’interferenza negativa. Anzi, sono ciò che ci differenziano dai computer e dalle macchine. Un medico, un infermiere che prova emozioni è infinitamente un operatore migliore. E’ evidente che queste emozioni a volte sono dolorose e ci fanno soffrire. Ma non è possibile, anzi sarebbe sbagliato eliminarle. Il nostro compito è dare un senso alle emozioni, aiutare ad elaborarle. Aiutiamo ad accettare i nostri limiti, enfatizzando le risorse e l’impegno, nel combattere i sensi di colpa eccessivi o fuori luogo perché in natura nulla esiste di perfetto.

A prescindere dalla presenza dello psicologo, nei team che funzionano sono già previsti momenti di condivisione collettiva, mentre nei team dove la competenza comunicativa è minore gli incontri di gruppo diventano più spesso occasioni di conflitto

Quali sono le reazioni a livello psicologico più frequenti?

Tra quelle più riferite la più comune è la difficoltà ad addormentarsi o ad avere un sonno prolungato. Lo stato di tensione è tale che non si riesce mai a staccare dai propri impegni professionali. Vi è poi anche una difficoltà a concentrarsi su altro, ciò induce a svolgere attività poco impegnative. Per alcuni, persino la lettura diventa difficile.

Avete attivato alcune iniziative innovative per il Covid?

Ne sono nate molte di sostegno psicologico telefonico, da istituzioni pubbliche e privateAbbiamo pensato che la cosa migliore in questo momento fosse creare sinergie ed è nata una collaborazione tra la divisione SeP di Croce Rossa di Napoli, Servizio Psicosociale, che ha una competenza specifica nella psicologia dell’emergenza, e il Cotugno, che è in prima fila nella lotta al Covid.

Al numero telefonico dedicato della CRI 370-3160222 possono rivolgersi cittadini, sanitari dell’Azienda Ospedaliera dei Colli e del servizio 118 e volontari di Croce Rossa. Psicologi della Croce Rossa e del Cotugno forniscono informazioni, consigli, supporto. Invito tutti a non aver paura delle proprie angosce e a non esitare a chiedere aiuto.

I rapporti sociali sono, con l’esplosione della pandemia, profondamente cambiati. Questa trasformazione comporterà nuove tipologie di relazioni?

E’ presto per dirlo, non è possibile fare previsioni esatte adesso. Conosciamo lo stato emotivo che vive la collettività e le reazioni alle ordinanze, incluso il mancato rispetto, che dipendono anche da fattori psicologici: onnipotenza, negazione del pericolo, significato della trasgressione, ecc.

Un eccesso di ansia dipende dalle autodiagnosi errate e inconsapevoli che il cittadino fa sui propri sintomi somatici. Conseguenze delle rappresentazioni della realtà che in certi momenti diventano più importanti della realtà stessa. 

Quello che è fondamentale chiarire alle persone, e ha un effetto rassicurante, è sapere che, in un momento straordinario, è ovvio che si abbiano reazioni emotive non ordinarie. Può essere spiacevole, ma è sano dal punto di vista psicologico. Poi è importante sapere che ciò che stiamo provando non dipende dal virus, dalla quarantena, dalle restrizioni, ma dall’effetto di tutto questo su di noi: dall’incontro tra la nostra personalità e la realtà esterna.

E se dipende in parte da noi, possiamo attivare le nostre difese. E’ difficile modificare un’emozione, ma possiamo certamente modificare in modo volontario i pensieri, scegliendo quelli più tranquillizzanti, e i comportamenti. 

Dal punto di vista delle rappresentazioni, siamo tutti sottoposti a un ribaltamento di senso, che riguarda un’infinità di aspetti.

Il primo relativo a questa malattia è che abbiamo a che fare con un nemico invisibile e che tutti, quindi, sono potenzialmente portatori del contagio, poiché molti pazienti sono anche asintomatici. 

L’isolamento comporta il comunicare con gli altri solo attraverso la tecnologia, i social. Quanto influisce sulle nostre abitudini?

Un altro paradosso è che il comportamento che ora ci viene suggerito e prescritto come adeguato fino a poco tempo fa era considerato fonte di preoccupazione. Infatti, lo stare chiusi in casa come i giovani hikikomori(termine giapponese che significa letteralmente “stare in casa” usato per indicare coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale arrivando anche a livelli estremi di isolamento N.d.A.) era considerato patologico. Siamo di fronte a un cambiamento assolutamente repentino di quanto ci viene richiesto ed è possibile che ciò comporti delle conseguenze. 

I social, che fino ad adesso sono stati per molti aspetti criticati, si stanno rivelando molto preziosi per mantenere una dimensione sociale nella collettività. Persino in ospedale, dove non è possibile per i familiari incontrare i pazienti, possiamo offrire sostegno psicologico tramite telefonate col cellulare e videochiamate. Emerge quindi quanto i social stiano svolgendo un ruolo utilissimo di aiuto nel sentirci meno soli,e potrebbe darsi che in futuro comunicheremo sempre di più attraverso il filtro della tecnologia.

Anche la comunicazione di massa sta cambiando. Pensi alla potenza dell’immagine del papa che parla a una piazza vuota. In passato la propaganda puntava alle folle oceaniche e alle piazze piene. Oggi la potenza comunicativa è data dal vuoto e non più dal pieno. Non sappiamo ancora come reagiremo dal punto di vista psicologico a questi tanti cambiamenti, anche di prospettiva e di rappresentazioni di senso.Gli addetti alla comunicazione hanno in questo momento una grossa responsabilità sociale. Se l’informazione punta al senso di identità collettiva, enfatizzando le nostre capacità di rispettare nuove regole gravose, noi reagiamo come comunità e la nostra risposta è infinitamente migliore. Se, invece, ci sentiamo soli, ci facciamo prendere dal panico, come insegnano le corse al supermercato dell’ultimo periodo. La comunicazione dovrebbe essere improntata a enfatizzare la solidarietà, il forte rispetto delle regole, che sono protettive e non semplici divieti.

Alberto Vito psicologo-psicoterapeuta direttore del reparto di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli