EX VITE, VITA IL VINO COME MEDICINA

Giugno 1, 2020

di Sergio Giaquinto

Come risulta dai fossili, la vite è presente da milioni di anni sulla Terra – soprattutto nella zona caucasica e in quella del mar Nero – ma ci sono voluti altrettanti milioni di anni affinché diventasse un piacere per l’Umanità.

Una leggenda racconta che presso la Corte di un re persiano viveva una donna che una sera fu colta da un mal di testa talmente insopportabile che rischiò di togliersi la vita bevendo un liquido rosso depositato in vasi accantonati, e che dato l’odore era considerato velenoso.

Bevuto il succo, la donna entrò subito in uno stato di euforia: cominciò a cantare e a danzare, dopodiché si addormentò. Il giorno dopo si svegliò senza più l’emicrania, e lo comunicò al re, che decise di introdurre a Corte la nuova bevanda miracolosa: il vino

Furono i greci a capire che il vino era una bevanda eccellente; gli Dei bevevano Ambrosia, come noi comuni mortali quando beviamo un bicchiere di vino divino (Barbaresco, Taurasi, Cabernet e tanti altri).

Non dobbiamo però pensare che il vino degli antichi avesse lo stesso gusto che piace a noi oggi; nell’antichità infatti non era apprezzato il vino puro, che veniva allungato con sciroppi, miele o altre spezie, e mescolato con acqua.

La diffusione del vino è merito dei naviganti greci e fenici: il Libano produceva ottimo vino, e i fenici lo portarono in Sardegna.

La vite trovò nell’Italia meridionale il luogo dove svilupparsi meglio, oltre mille anni prima di Cristo, in quella terra chiamata Enotria che comprendeva Cilento, parte della Basilicata e Calabria.

Il vino va bevuto con moderazione, come suggeriva Ippocrate, e porta benefici all’organismo poiché contiene polifenoli e tannini, che agiscono positivamente sull’apparato cardiovascolare e favoriscono il colesterolo buono.

I primi a utilizzarlo come anestetico furono gli egizi, ma solo i sacerdoti della Corte del Faraone potevano berlo, mentre il popolo comune e gli schiavi bevevano birra.

Agli albori della civiltà, quando sottile era il limite fra arte magica e negromanzia, si distinsero gli egizi.

Intorno al VII secolo a.C. cominciò a nascere anche in Grecia un’arte medica magica, e qui nacque il mito del dio guaritore, il mortale Esculapio, che irritò gli Dei perché grazie alle sue cure non morivano più gli uomini e l’Oltretomba non riceveva anime. Zeus lo uccise colpendolo con un fulmine, ma la fama di Esculapio era ormai tale che cominciarono a costruirgli templi ovunque.

Uno dei più famosi affreschi pompeiani, conservato al Museo Nazionale di Napoli, ritrae il medico troiano Iapige che curava Enea ferito da una freccia nella guerra contro i Rutuli, mentre la madre Venere aggiungeva un succo magico e medicamentoso nell’acqua che il medico gli stava versando sulla ferita, guarendolo miracolosamente. Opinione del tutto personale è che quel succo magico sia in realtà il vino!

Infatti il medico di Luigi XIV, per lenire il dolore del Re Sole, affetto da cancrena alla gamba, gliela immergeva in una vasca piena di vino caldo.

Il fondatore della Medicina è per tutti Ippocrate, che consigliava di mescolare il vino all’acqua (anche se l’acqua potabile in passato è sempre stata un problema) perché diuretico e antisettico, e per lo svezzamento dei bambini suggeriva una mollica di pane imbevuta di vino.

Plinio il Vecchio considerava il vino un analgesico e un digestivo, e anche il grande Galeno, medico di Marco Aurelio, lo consigliava come rimedio, tanto da dedicare un intero capitolo del De Remediis a terapie con ricette a base di vino (caldo e secco) per calmare la febbre e rendere potabile l’acqua.

Persino San Paolo, nella Prima Lettera a Timoteo, scriveva di smettere di bere acqua e di assumere un po’ di vino per curarsi lo stomaco e le altre indisposizioni.

Con la caduta dell’Impero Romano la civiltà subì un imbarbarimento, e i pensieri di Ippocrate e Galeno sarebbero stati ritenuti validi fino alla nascita, intorno all’anno Mille, della Scuola Medica Salernitana, che avrebbe beneficiato anche delle teorie di Avicenna e Averroè, medici arabi innovatori le cui opere furono acquisite grazie alle nuove rotte mercantili aperte con la Repubblica Marinara di Amalfi, che commerciava nel Mediterraneo.

Leggenda narra che la Scuola nacque durante un temporale, quando un pellegrino greco si rifugiò sotto un acquedotto e vi trovò un altro viandante, un latino, che si curava una ferita. Sopraggiunsero nel mentre un ebreo e un arabo. I quattro cominciarono a parlare, scoprendo che tutti s’intendevano di medicina, per cui decisero di fondare una scuola per insegnare l’arte medica. Il messaggio simbolico alla base della storia è l’incontro e la fusione di quattro culture diverse nell’insegnamento soprattutto di principi igienico-sanitari. Grazie al lavoro dei monaci amanuensi che avevano salvato dall’oblio i precetti medici, la Scuola riscoprì Ippocrate e Galeno e diffuse nel resto d’Europa il testo delle sue Regole: Regimen Sanitatis Salernitanum. Inizialmente le Regole erano un centinaio, ma nel corso dei secoli sono diventate oltre tremila. Molte di esse resistono nel ricordo grazie ad alcuni motti tipici della saggezza popolare: Se gli umori vuoi serbar sani, lava spesso le tue mani o Passeggia un poco dopo aver pranzato.

Il vino rosso deve essere buono e sano, il bianco assicura in un istante nutrimento. È sconsigliato il vino nero e denso perché fa l’uomo pigro, mentre al contrario fa bene quello chiaro, frizzante, vivace, un po’allungato, da prendere con moderazione; difatti se ne bevi troppo avrai mal di pancia e danni alla voce. Se il vino ti ha fatto male la sera, ribevilo al mattino. Il vino è ottimo per cicatrizzare le ferite.

Il personaggio più affascinante di questa Scuola risale al XI secolo: Trotula De Ruggiero, la matrona sapiens, unica donna al mondo capace di tener testa ai medici più importanti. Favorevole a una riforma della Chiesa, mise il suo ingegno al servizio delle donne bisognose di cure mediche e morali, rappresentando un compendio di coraggio e dottrina, una rivoluzionaria nella cura, una maestra nel campo della Medicina e della cosmesi. Trotula creò un vademecum per il pellegrino al quale dare consigli: ogni prato, campo o collina incontrata nel cammino, potevano essere una sorta di farmacia utile al bisogno; se si beveva acqua inquinata e si avvertivano i brividi della febbre, bisognava mangiare subito aglio; se si aveva una ferita o un’ulcerazione della pelle, si poteva usare una spugna imbevuta di aceto o di vino. Trotula dava consigli alla donna per rimanere incinta: far seccare testicoli di verro o cinghiale, ridurli in polvere e berli con il vino, dopo la purificazione del mestruo. Contro il mal di mare raccomandava di bere vino a cui era stato mescolato assenzio. Per risolvere l’afonia (o raucedine) si doveva cuocere nel vino polvere di zenzero, piretro e cannella, e farne gargarismi. Il vino poteva essere usato, dopo mangiato, anche per lavare i denti, strofinandoli con un panno bianco.

Quando Federico II di Svevia fondò l’Università di Napoli, la Scuola iniziò il suo declino, anche se chi voleva fare il medico doveva comunque essere sottoposto all’esame della Scuola Salernitana, che cessò ogni sua attività nell’epoca di Murat.

Nel 1600 si credeva che il vino curasse la melanconia, e in un trattato del 1611 il Pisanelli raccomandava il vino vecchio per uso medicinale: il rosso per fare bei sogni di notte, il bianco per purgare le vene dagli umori.

Con l’avvento della Scienza nuova la Medicina non sarà più empirica, anche se fra il popolino sopravviveranno metodi tradizionali di terapia.

Un esempio è il rimedio all’anemia: riempire mezzo bicchiere di limatura di ferro e colmarlo con il vino bianco; lasciar riposare 24 ore, poi bere il vino; daccapo, riempire il bicchiere e berlo la mattina successiva, e così via, fino all’esaurimento del ferro. In alternativa si usavano chiodi in un fiasco di vino bianco: si lasciava depositare per otto giorni il preparato, scuotendo il fiasco ogni mattina, e si cominciava la cura bevendo un bicchierino di vino al giorno. Secondo me per questo si dice avere una salute di ferro!

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia