Il tempo, la lotta, gli eroi.

Giugno 1, 2020

di Erminia Casale

Storia di dolore e gioia, nell’era del Covid

Vi racconto una cosa brutta che però poi diventa bella.

C’è questa storia vera in cui ci sono delle persone – non alcune da una parte ed altre dall’altra, non i buoni e i cattivi o i furbi e gli sciocchi, come nelle barzellette o nei film e nelle favole, ma persone che sono tutte insieme, dalla stessa parte, che stanno trascorrendo -vivendo o sopravvivendo – le giornate di questo segmento di tempo chiamato esistenza.

Queste persone si chiamano in modi diversi. Hanno tutte dei nomi propri ma per comodità li chiameremo medici, infermieri, psicologi, sociologi, crocerossine o banalmente lavoratori o, più sterilmente, senza generare particolare emozione, operatori sanitari…

Ma prima ancora ci sono i pezzi forti, i pazienti, che il nome proprio spesso lo perdono nelle sale d’ospedale per ritrovarlo solo sulle cartelle cliniche, persone a cui sbrigativamente vien dato, insieme alla sorte, pure il nome più brutto: quello di malati. Immaginate ora che in questo flusso di persone in continuo e inarrestabile movimento scorre un altro flusso, altrettanto continuo ed inarrestabile: la morte virale, che bussa ai corpi incattivita

Si serve dei più svariati strumenti: della paura, della stanchezza, dello sfinimento, dello stress, della esiguità dei tempi a disposizione, della fretta di risolvere tante cose contemporaneamente. Aleggia su tutti e si insinua tra tutti, indistintamente tra chi cura e chi viene curato.

La paura è di tutti. L’angoscia pure. E così la stanchezza. E così è uniforme e accelerata la corsa contro il tempo, contro le cose routinarie e sopraggiunte della vita quotidiana che ti stringono in una morsa in cui ti senti avviluppato ed avvilito.

Riccardo Notte

Tutti adesso starete pensando che le protagoniste di questa storia sono la morte nera e la grigia malattia…E invece no!! Nooo e no. La protagonista è invece a colori ed è la vita! La vita che si fa sacco come quello di un sempre fido Babbo Natale in cui ci si possono trovare tante cose dolci e belle: attenzioni, tenerezza, empatia, solidarietà. E così, mentre le strade sono vuote e le città sembrano ferme perché le vite dei più si trincerano negli appartamenti, c’è invece un nucleo ardente e laborioso di operatori che armeggia caparbio negli ospedali… nonostante la carenza di idonei strumenti di attacco e difesa: perché non solo si combatte contro un nemico che non si conosce e che non sappiamo con che armi contrastare, ma lo si fa per giunta proteggendosi dai suoi subdoli attacchi con inconsistenti scudi di carta, bardati in protezioni scomode e coperti da maschere fai-da-te degne del più triste dei carnevali, come guerrieri coraggiosi che vengono dotati dai generali di pistole che sparano bolle di sapone o fanno pernacchi

Ad un tratto siamo tutti piccoli e fragili (qualcuno fa il gigante ed è anche un po’ stolto… ma vabbè, questa è un’altra storia che si trova sempre nei cassetti di cose spaiate dell’esistenza…). Non sappiamo cosa fare, a chi credere o a chi pregare, chi invocare o chi bestemmiare. D’un colpo un virus piccolo piccolo, invisibile all’umano senso, ci sfratta dalle nostre esistenze, dagli involucri in cui ci eravamo sistemati, si appropria del nostro (?) vastissimo globo e dei suoi umani inquilini, arresta il percorso delle nostre vite mettendo in subbuglio le nostre abitudini e… pur piccolo com’è, ci domina come un colossale dittatore imponendo clausura e annichilendo le poche certezze che avevamo creduto di aver conquistato. E’ piccolo ma potente, invisibile ma onnipresente.

Beffardo ci costringe all’uso di mascherine mentre smaschera la nostra precarietà, la frangibilità di una società apparentemente costruita su solide fondamenta e a misura d’uomo ma del tutto inadatta invece a preservarci come uomini e come cittadini.

Ma loro, i personaggi buoni di questa storia vera, sono – per fortuna di tutti – lì, a fronteggiare emergenze, fanno turni infiniti e non desistono! Ogni corpo è nostro e tu, virus infame, non devi averlo!

E dunque eccola, Lei… che nonostante tutto, è protagonista: è la vita… Anche se il virus incalza, anche se l’emergenza si allea con le ansie, anche se la stanchezza ti implora tregua, anche se l’incertezza di una scienza rallenta le speranze, anche se l’aria che si respira si fa rarefatta e manca a tutti… è lei che vince perché ci sono mani operose che la elogiano, soccorrendo chi con gli anni dal galoppo è passato al trotto ma ora è completamente imbrigliato nei tubi di un respiratore…

E mentre fuori il mondo si infuoca al grido di libertà, mentre si inflazionano parole come distanziamento e isolamentonegli ospedali si accorciano quelle distanze, chinandosi imbacuccati e ponendosi a pochi centimetri da quei corpi seminudi, spogliati di indumenti e di parenti… Non si respira per niente bene dietro quelle mascherine, sotto quegli occhiali, dentro quelle tute, avvolti in quelle incerte protezioni. Sono operatori sanitari a pensarlo mentre vivono l’incubo dell’impotenza dietro cui scalpita però la più caparbia vitalità! Sono uomini comuni, coniugi, figli o padri e madri di famiglia, esseri vincibili che tutti, adesso – a questo giro – chiamano però eroi; persone che come le altre avevano mille cose al giorno da fare, con le loro famiglie da seguire, i loro problemi da risolvere, le loro difficoltà da superare che oggi vanno a vivere da soli, rinunciano agli abbracci familiari, a un letto proprio su cui riposare perché loro, anche se sono meno piccoli e meno creduloni, hanno deciso di portare quel sacco di Babbo Natale… che in qualche modo la magia la continua sempre a creare. Hanno un dono e lo donano: la loro professione. Ma sanno che non basta e quindi elargiscono tempo, coraggio, sacrificio, attenzione.

E così di fronte alla prognosi di una indifferibile morte o alla speranza di una vita che può ancora vincere, loro convertono l’angoscia in amore, la stanchezza in caparbietà. Danno ossigeno ai polmoni e alle speranze. Fanno luce nel mondo cupo della paura. Iniettano siringhe di orgoglio tricolore. Mentre, da casa, le persone libere da tutto questo si sentono invece prigioniere e si lamentano di quel riposo forzoso che però poi ogni santo giorno andando al lavoro avevano agognato, ci sono altri individui che ci ricordano che lamentarsi non serve a nulla perché il virus non si lascia commuovere e le istituzioni da troppo tempo lontane dalle esigenze delle sale ospedaliere hanno ormai passato il testimone. E la maratona è lunga da finire!

Bisogna essere lucidi e solidali. Agili nelle soluzioni. E intanto tutto intorno trascorre come in stand-by; nelle abitazioni sono come congelati i minuti, le ore, il giorno, le intere settimane. Il tempo è lungo, è largo, è ampio…ce ne sta così tanto adesso!

Eppure i pensieri non rallentano, anzi si rincorrono, fanno capriole, ti accalappiano, ti accarezzano, ti schiaffeggiano ma mai rallentano. Sono ticchettìi frenetici mentre le lancette scorrono lente Sono intimità nelle stanze profonde della nostra anima che a volte balbettano insicure, a volte urlano perentorie, per poi farsi stancamente paghe tra mura di casa così tanto desiderate… ma che ora ci stanno strette. Più aumenta il tempo più si abbassano i soffitti. Più corrono i pensieri, più si fanno scomodi i divani. Non erano forse le ore e il tepore delle dimore che volevamo? Non erano loro. Tempo e spazio sono giochi dell’umore, sono stati dell’animo, sono il nostro alibi, sono il nostro errore, il nostro binomio dissuasore …Un minuto, così come un letto, può essere una promessa in un nido d’amore o una eterna condanna in una prigione, in un letto di dolore. Eh, già. Un letto può essere d’amore o di dolore. Gioiamo di ciò che abbiamo e rendiamo noi stessi orgogliosi di ciò che facciamo!

Adda venì o’ pianerottolo, dicette chille ca’ ruciuliava pe’ scale…

Erminia Casale, avvocato e docente di diritto