LA SCUOLA DI LIM

Giugno 30, 2020

di B., E. e D. Casale

e quali sono le tavolette oggi?

In Italia, nell’anno scolastico 2014/2015, la scuola aveva deciso e programmato di volersi adeguare alle nuove modalità di comunicazione e pareggiare il passo all’avanzata delle ICT (Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni): ecco nata, nelle intenzioni della politica del nostro Paese, la Scuola 2.0, ambiente didattico fondato sui nuovi strumenti informatici. Si tratta di una tipologia di scuola che mira a modernizzare i sistemi di apprendimento attraverso l’utilizzo sistematico e coerente delle nuove tecnologie e della multimedialità a supporto e integrazione delle classiche lezioni scolastiche frontali.

I principali strumenti (in inglese tool) a disposizione della Scuola 2.0 sono le LIM (lavagne multimediali), il web, i personal computer, i tablet, gli smartphone.

A distanza di cinque o sei anni dalla proposta progettuale, il Ministero dell’Istruzione non ha completato l’iter formativo dell’ambizioso programma: le LIM hanno sì permesso alle aule di connettersi alla rete internet, ma ci si è accorti che questo non era sufficiente ad avviare la desiderata trasformazione dell’insegnamento e dell’educazione, in mancanza di una chiara strutturata e coerente formazione a queste nuove tecniche di medialità e comunicazione da parte di tutti gli attori del mondo della Scuola (che gli anglosassoni chiamano stakeholders): alunni, insegnanti, famiglie degli alunni, società civile tutta.

Molti docenti hanno approfondito le nuove teorie dell’apprendimento multimediale in autonomia e senza essere adeguatamente supportati, facendolo più per una forma di impegno deontologico che per una sentita esigenza di apertura al cambiamento e alle nuove forme di espressione con cui si comunica nel mondo tecnologicamente avanzato.

Le varie realtà scolastiche si sono dotate di diversi tool tecnologici a macchia di leopardo, e soprattutto grazie alla buona volontà di tanti docenti.

Così è stato dato il via alla Scuola 2.0, diversa da scuola a scuola e la cui fotografia, stando ai dati raccolti fino al 2018, è risultata a tratti impietosa: insufficienza di fondi stanziati; docenti soli e senza preparazione specifica; infrastrutture inadeguate; strategie di comunicazione quasi assenti quando non sbagliate, così che per primi i genitori temono la scuola tecnologica, ritenendo i figli già troppo inchiodati a tablet, pc o smartphone.

Quando, tra le tante difficoltà, all’inizio del 2018 s’inizia a parlare di Aula 3.0, appare obsoleto l’incompiuto tentativo abortito di Scuola 2.0. Si tratta infatti di creare spazi flessibili, polifunzionali, modulari e facilmente configurabili in base all’attività svolta, e in grado di soddisfare contesti sempre diversi. Vecchie aule, addio!

 Il progetto Aula 3.0 mira a creare nuovi ambienti per l’apprendimento finalizzati a una didattica fluida e attenta alle esigenze della Generazione Y (i figli dei Baby Boomers, nati tra la metà degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta dello scorso millennio), dato che gli studenti sono millenials e i nati della touch generation.

Così, mentre cerchiamo d’introdurre e magari anche comprendere le Aule 3.0, ecco che arriva la Scuola 4.0. Affidata ad animatori digitali, si tratta di una scuola che vuole favorire eventi aperti al territorio su temi quali cittadinanza digitale, uso consapevole di social network e social media, sicurezza digitale, cyberbullismo.

E questo è il punto: è chiaro che siamo sempre un passo indietro (di diversi decenni!) rispetto alle nuove ma attuali esigenze dei più giovani e del futuro che accelera! Ancora non abbiamo imparato quel principio della complessità che si chiama Effetto della Regina Rossa (ispirato a un personaggio antagonista dell’Alice di Lewis Carroll) e che possiamo così sintetizzare al massimo: corri sempre il doppio per rimanere dove sei e non estinguerti.

E mentre in Italia siamo impantanati tra vecchio e nuovo, e senza una chiara rotta per la destinazione auspicata, in altre parti del mondo si parla già di nuove didattiche, nuove forme di pedagogia e nuovi modelli epistemici (peccato che questo nuovo abbia già ormai una cinquantina d’anni, e noi ancora manco lo conosciamo…).

Ma mica pure in questa storia c’entra Bill Gates?

Sì, c’entra anche qui, ma non siamo complottisti.

La Bill & Melinda Gates Foundation nel giugno 2010 ha finanziato con un grant (una donazione) di 2.628.713 dollari il programma per lo sviluppo di un Centro nazionale, con base a New York, focalizzato sulla creazione di modelli di apprendimento e insegnamento di next-generation (altamente innovativi) ispirati a una pedagogia game-based (cioè basata su tecniche di gioco).

Parliamo dell’innovativo e avanzatissimo Institute of Play(IOP), fondato nel 2007 per offrire servizi di design scolastici, programmi educazionali, training di enti, workshop e formazione di curricula basati sull’utilizzo di tecniche di gioco per l’apprendimento. Il gioco e il giocare sono stati adottati come modello di seria formazione e strumento per migliorare lo sviluppo personale e sociale. Il materiale sviluppato dall’IOP è reperibile su licenza attraverso il Connected Learning Lab dell’università della California, a seguito dell’annuncio d’interruzione delle operazioni scolastiche da fine 2019.

… e infine, quali sono le tavolette al tempo del Covid-19?

Mentre l’Italia s’impantanava nel mondo reale (nel quale così poco sappiamo districarci con competenza fine e chirurgica), conservava buoni propositi sulla Scuola 2.0, cominciava a immaginare Aule 3.0 e a sognare Scuole 4.0, improvviso, dirompente, non annunciato (o forse sì?) è sopraggiunto un nuovo Coronavirus, causa di una disastrosa pandemia.

Dopo tanta fatica per introdurre le LIM nelle aule scolastiche, il COVID-19 ha determinato un inatteso e primigenio shutdown che serra in casa gli studenti, tra tutti e più di tutti.

Mentre nella Fase2 dell’emergenza riaprono le attività della vita civile, produttiva e finanche quella sportiva, le aule scolastiche rimangono chiuse e non si sa come e quando riapriranno. La tecnologia prova a entrare nelle aule scolastiche e il Coronavirus riporta gli studenti a casa. Tuttavia studenti e insegnanti moderni, degni eredi degli ummia e dei figli dell’Edubba, implicitamente memori del proprio dovere etico, hanno tenuto ben stretto quel loro codice deontologico (che dovremmo ufficialmente dedicare alla scuola) impresso su una tavoletta indistruttibile grazie alla tenacia e alla forza di volontà dei nostri giovani eroi, e che recita ancora: Colui che apprende l’arte della scrittura avrà il mondo in mano; cura l’arte della scrittura ed essa ti arricchirà; sii diligente nell’arte della scrittura ed essa ti riempirà di ricchezza e di abbondanza e dove oggi la parola scrittura significa conoscenza.

Il COVID-19 ha evidenziato la discrepanza tra Sistemi Adattivi Complessi (CAS), troppo sbilanciati dall’azione umana, ma ha anche fatto emergere un altro formidabile processo: è nata ex abrupto una novella Edubba, una scuola che non vogliamo chiamare Scuola 5.0 ma Scuola della Metaconoscenza, dove si impara a imparare, definibile fluida e liquida poiché può essere in tutti i posti e in nessuno grazie ai ciberspazi resi possibili dalle ICT e che i nostri valorosi giovani hanno imparato ad abitare, mentre noi pensavamo che stessero giocando e perdendo tempo, e che peraltro stanno insegnando ai propri insegnanti. Splendido esempio di un processo bottom-up (dal basso si dirige verso l’alto) nella direzione che auspicavamo (conoscenza, competenza, educazione, formazione, scoperta di sé, benessere, salute e sanità fisica, psichica ed ecosistemica) ma con un verso finalmente invertito: dopo il fallimento di tutte le proposte top-down (calate dall’alto), siamo arrivati a una svolta e i nostri studenti hanno portato sulle solide fondamenta della casa la sempre pericolante scuola, e da bravi giocatori e futuri campioni hanno portato a casa il risultato.

Onoriamo loro e i loro bravi allenatori e direttori tecnici; onoriamo tutti questi studenti e insegnanti che, mentre il mondo si è rinchiuso impaurito e si è fermato immobile su se stesso, hanno fatto propria la frase oraziana motto dal poeta D’Annunzio: immotus nec iners (fermo ma non inerte). Hanno scoperto una soluzione temporanea ma efficace (ma del resto cosa non è temporaneo, in questa vita?) al complesso problema della Regina Rossa.

La mia generazione è stata la prima a scrivere su una tastiera di un personal computer. Le vergate, quelle non sono rimaste immutate. Dopo migliaia di anni sono finalmente scomparse, ma non abbiamo saputo sostituire quel rinforzo negativo all’apprendimento con un rinforzo positivo dell’apprendimento, che vediamo invece nel game-design e nell’attivazione dei naturali e potenti meccanismi cerebrali di ricerca e scoperta, così intimamente legati alle attività di tipo ludico e in libertà.

Dalla Scuola di Terracotta alla Scuola Covid Dalla tavoletta al tablet

Per 2000 anni l’umanità alfabetizzata ha usato penna, inchiostro e calamaio, e io ne ho rappresentato l’ultima generazione epigonica, dopo la quale è stata inventata la biro (quante giacche ha rovinato, col caldo! Ma per il resto era perfetta). Ci saremmo potuti accontentare della biro almeno per un altro migliaio d’anni, stante l’accelerazione sin lì tenuta a partire dal tempo dei sumèri. E pensare che prima di loro c’è un abisso di tempo sconosciuto…

Invece no! La tua generazione, che segue la mia, è stata la prima a scrivere sulla tastiera di un pc. Tutto lascia supporre che siamo solo al margine di eventi che si sono susseguiti con accelerazioni elevate a potenza. La cosa mi affascina anziché terrorizzarmi, per l’acquisito concetto dell’Effetto della Regina Rossa. Arrancando con il fisiologico affanno delle persone d’età, apro finestre su finestre sul mio intimo pc, ove la memoria è limitata, e pure il cestino è pieno di vecchi file non cestinabili davvero senza il rischio di perdere l’identità.

Ricordo quando agli inizi degli anni Novanta dell’ultimo millennio – ho appena scoperto di essere nato giusto in tempo per far parte della Generazione del baby boom – dovevo tornare in treno da Menton a Napoli, e recatomi a la gare e non essendovi bigliettai perché il servizio era meccanizzato, tornai a la maison e di lì mi feci accompagnare alla stazione di Ventimiglia. Ieri ho chiesto a Minny (Erminia, mia figlia) d’essermi ummia per fare bonifici on line, così da trarre esempio dal tradizionale messaggio Urbi et Orbi che Francesco ha pronunciato dalla finestra: «Peggior disgrazia sarebbe se dal COVID non traessimo alcun insegnamento».

Pur arrancando e tornando talvolta a Ventimiglia – il più delle volte proponendomi umilmente ai nuovi ummia senza riceverne vergate e nemmeno sbuffi – mi fa piacere restare a guardare, anche a costo di essere più simile per agilità al rover Curiosity sul suolo marziano che a me stesso. Almeno finché conservo integra la dignità, dopodiché confiderò nei buoni uffizi di Maurizio!

Eliezer, servo fedele e amico di Abramo, partì da Canaan per andare a Carran. Il viaggio, che sarebbe dovuto durare quindici giorni, durò invece solo poche ore perché un prodigio fece sì che fosse la terra a corrergli intorno (cfr. L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, II, pag.110). Successe come in autostrada le insegne stradali, o i pali dell’elettricità sulle strade ferrate: è un prodigio che mi affascina per il modo in cui è stato raccontato.

Può essere accaduto che ora, per un altro misterioso prodigio, sia il tempo e non più la terra a correrci incontro?

Adesso siamo tutti un po’ Spiderman… reggiamo tra le mani una novella tavoletta non d’argilla ma perlopiù di silicio (cellulari, tablet, congegni meno rudimentali ma altrettanto fondamentali), e le nostre mani diventano come quelle di un supereroe performante, dal  cui palmo si diramano reti come ragnatele per potersi muovere ovunque: il Web Word Wide, dove il Web è appunto una ragnatela mondiale. Cambia la materia… o forse a smaterializzarsi sono gli individui. Si rimodulano gli spazi tradizionali, e il nostro modo d’intendere la sapienza. Scuola, casa, ufficio, sono tutti nello stesso ambiente, in questa struttura minuta ma globale che risponde al grido delle voci giovani della generazione del qui e ora, tutto e subito. Anche il concetto di conoscenza viene stravolto, avviando un big bang di opportunità a espansione infinita ma, come sempre in questi casi, a elevatissimi rischi d’implosione.

La sapienza sembra essere alla portata di tutti, Dott. Internet, Prof Chrome, Avv. Google, impartiscono lezioni gratis a chiunque li interroghi. Nessuno stelo di canna appuntito, nessuno scalpello, ma nemmeno una comoda biro. Nessuno sforzo. Grande rendimento e minimo impegno. Al massimo qualche rischio di trasformazione fisica che farebbe sorridere o incupire Darwin (non è il più forte che sopravvive, né il più intelligente, ma quello più reattivo ai cambiamenti): ci ritroveremo con un po’ di cervicale sviluppata, occhi grandi e falangette lisce e sproporzionate, magari fluorescenti alla ET maniera! Al posto della severa maestra con la penna rossa e blu c’è ora un benevolo correttore automatico che interviene col proprio scalpellino algoritmico a correggere l’ortografia, senza che tu abbia bisogno d’imparare da solo, magari mosso dal dubbio. E il maestro diventa mostro! Può non suggerire ma sostituirsi approfittando della fretta che si è impossessata di noi, di quell’impellenza che invece era preclusa quando si scriveva su argilla o su carta con calamaio, negoziando col tempo. Succede quando il correttore, spesso burlone, magari dopo che tu hai digitato un benaugurante Ad maiora a un meritevole studente ti trasforma l’auspicio in un altro, altrettanto beneaugurante ma meno voluto, Ad Maiorca!

La nuova versione della conoscenza offre input continui e sempre nuovi che arricchiscono di nozioni e opportunità ma che a stento lasciano il tempo di approfondire argomenti. Più cerchi, più link ti ritrovi, più clicchi e più varchi apri. È un Paese delle Meraviglie in cui Alice attraversa mondi sconosciuti e non sempre reali e scopre gli agi di un viaggio da seduti. Agire con agio. Ed è a questo punto che sorge il dubbio: imparare, comunicare, lavorare da casa comodamente seduti, è un vantaggio o un imbarazzante regresso, in una società che si autoproclama in continuo movimento?

Il mio pensiero fa un salto indietro nella storia: mi ritrovo tra i peripatetici, membri della Scuola aristotelica, che s’intrattenevano a discutere e a costruire conoscenza nel Peripato, giardino del Liceo, condividendo spazi, profumi, rumori e voci…

In qualità di discente, ho imparato una cosa nuova o ne ho reimparata un’altra già acquisita nel tempo: questa pandemia con isolamento domiciliare ci ha insegnato che il genere umano è un’onda materica, un elastico eccezionale capace di espandersi e ridimensionarsi in base alle circostanze e a ogni nuova occasione, ma è un congegno sempre in estrema tensione.

L’uomo si trasforma – e probabilmente si evolve – passando di stato da bruco in farfalla, o semplicemente cambiando pelle ma non identità attraverso una semplice muta. Perché poi la parola d’ordine della società e del Mercato è cambiamento, a prescindere dalle reali esigenze. Ecco perché poi diventa difficile capire se il motore primo di questa continua creazione sia la domanda delle utenze o l’offerta delle potenze. Rimane però una certezza indiscutibile: in situazioni eccezionali ed emergenziali, in cui si chiede agilità di reazioni (smart), la nuova conoscenza in versione digitale ha senza dubbio fornito soluzioni. Paradossalmente quel che in apparenza appare ai più come distanziamento sociale diventa invece un avvicinamento.

Ho fatto lezioni in didattica a distanza con ragazzi spesso persino in pigiama, li ho visti davanti a uno schermo senza gli orpelli di un make up o di una tenuta griffata, li ho sentiti parlare di diritti fondamentali, tutele e grandi sistemi internazionali davanti alla telecamera, mentre sullo sfondo, nelle loro camerette, a dirmi altro erano i peluche o i poster della loro squadra del cuore. Ho fatto lezioni guardano sullo sfondo i fornelli da cui pippiava il ragù o genitori distratti che, dimenticando di essere in web visione, passavano in déshabillé dicendo cose tipiche delle intimità familiari. Insomma, tutto a un tratto quel che i titoli di giornale chiamano distanziamento a me appariva un modo più umano di partecipare alle vite degli altri, entrando nelle case e scoprendo realtà meno artefatte, in cui le classi sociali, le fasce umane, si avvicinano interagendo tra loro con meno filtri di quelli che spesso impone la convivenza fisica. Ed è questo il nodo cruciale: il distanziamento è solo fisico, materiale, ma non è assolutamente distanziamento sociale! Sempre che tutto si operi senza discriminazioni, concedendo a tutti pari opportunità. Un trampolino di lancio deve essere parimenti elastico per tutti. Poi a ognuno la libertà di scegliere il suo allenamento, la sua performance, le sue capovolte e carpiati.

Come ogni situazione emergenziale, anche la soluzione deve trovare nell’estemporaneità dell’espediente (la didattica a distanza) una soluzione eccezionale e non la regola generale.

L’uomo è nato come animale sociale, non social. Quella e mancante è la famosa e di congiunzione. L’uomo ha bisogno di guardare negli occhi il suo simile, di vivere di chimiche, di feromoni che comunicano anche a tua insaputa, di interfacciarsi senza schermi, cogliendo nella mimica dell’intero corpo un linguaggio che un tablet non può usare. Ci sono dinamiche educazionali che puntano alla formazione emotiva attraverso la condivisione di momenti di tensione o leggerezza, una mano incoraggiante sulla testa o una pacca di merito sulla spalla, uno sguardo severo che dice di non copiare o uno distratto che consente di far suggerire per ripartire. L’aula virtuale intrappola le anime dietro uno schermo in cui ognuno è un piccolo riquadro, uno studente che studia come direbbe Totò, che si dedica allo sviluppo della conoscenza perdendo il meglio della vita: la condivisione attraverso i sensi. I cinque sensi di cui gli uomini, e non i computer, sono normodotati.

Cosa ne è delle pari opportunità?

Alla fine dell’anno scolastico arriva il momento del giudizio conclusivo, della somma che t’impone un numero assoluto senza mezzi voti. Direi che la didattica a distanza merita di sicuro una promozione! Abilità e competenze ne ha raggiunte. Alla fine dell’anno scolastico vengono promosse anche quelle tavolette fatte di software che lavorano e interagiscono ore e ore nelle mani dei ragazzi come propaggini del loro corpo, spesso demonizzate dai genitori e dagli insegnanti esasperati da un utilizzo smodato che distrae dai rapporti interpersonali (anche il Catarella di Camilleri non sbaglierebbe a dire di persona personalmente). Promozione con riserva. La soluzione estemporanea deve rappresentare l’eccezione smart, non la regola. Sono troppe le implicazioni negative e paradossali che un uso eccessivo della DAD potrebbe portare con sé. Oltre tutte le considerazioni umane e relazionali accennate, come insegnante di Diritto ovviamente comincerei a preoccuparmi dei rischi legati alla tutela di diritti fondamentali.

Non tutte le fasce di popolazione hanno competenze tecniche, computer o connessioni internet performanti; nelle case in cui ci sono genitori obbligati allo smartworking o più fratelli impegnati nell’e-learning è impensabile immaginare che ci siano più postazioni o pc a disposizione, e in una società che ci espone raccontando tutto di noi attraverso i social non tutti hanno la scioltezza caratteriale di condividere spazi d’intimità casalinghi in assenza di ambienti di lavoro più asettici.

Ecco quindi che il rischio di discriminazione e quello di violare innumerevoli diritti fondamentali è dietro l’angolo della tavoletta.

Non dimentichiamo infatti che la parola smart che tutti ormai utilizziamo nell’accezione di agile, veloce,è invece di origine germanica e proviene da smert, che poi nei secoli si è trasformato in tagliente prima di divenire forte, veloce, intenso. Una situazione che nasce da un taglio forte e doloroso, ma che diventa agile e performante mantenendo sempre, nella radice della parola, il senso del dolore. Quindi, Santa Nisaba, aiutaci tu!