LEVÀMMECE ‘STA MASCHERA, DICIMMO ‘A VERITÀ

Giugno 1, 2020

di Michele Chiodi

Questo è un invito a togliere la maschera che nasconde fisionomie e sentimenti, per mostrarsi in sincerità e verità.

È il verso della celebre canzone napoletana di Fusco e Falvo del 1930, dal titolo Dicitencelle vuje, in cui il protagonista si rivolge a un’amica della sua amata con le parole: Dicitencelle a ‘sta cumpagna vosta – che aggio perduto ‘o suonno e ‘a fantasia … I’ ‘nce ‘o vulesse dicere – ma nun ce ‘o saccio dì, e solo una lacrima dell’amata sblocca la confessione d’amore.

Fin dall’antichità l’uomo si è interrogato su cosa fosse la realtà e cosa l’apparenza: persona significa letteralmente maschera d’attore, e indica il ruolo che viene recitato nella quotidianità dall’uomo, che per farsi accettare dalla società è costretto, spesso suo malgrado e talvolta scientemente, a indossare una maschera, a recitare una parte.

 Luigi Pirandello ha utilizzato la metafora della maschera per smascherare, per mettere a nudo la ricerca continua della propria identità, e al contempo l’opportunità utilitaristica d’indossare una maschera che sia conforme a ciò che le regole sociali ci impongono. Ma secondo il Nostro, questa può diventare una maschera di piombo dalla quale l’uomo cercherà di liberarsi come da una trappola, e tuttavia quando riuscirà a levarsela verrà visto dagli altri come un pazzo, un folle, una scheggia sfuggita alla fittizia perfezione delle regole della costrizione sociale.

Tutto ciò evoca sentimenti contrastanti, e non può non richiamare alla memoria il ruolo e la simbologia della mascherina al tempo della pandemia da Coronavirus, nella quale questo strumento rappresenta in maniera inscindibile sì una forma di tutela dall’infezione e di difesa per se stessi e gli altri, ma anche, purtroppo, una nuova catena che imbavaglia e distanzia gli uomini dal proprio sé e dal proprio prossimo. La mascherina è già diventata il simbolo-feticcio di una nuova epoca di disumanizzazione e negazione dell’identità, caratterizzata dall’affermarsi di una sorta di neolingua che trova i suoi cardini in una terminologia fredda, asettica e imperniata su input precisi ripetuti in modo ossessivo, così da generare un sorta di acquiescente claustrofilia forzosa e una sostanziale sterilizzazione emozionale: distanziamento sociale, quarantena, limitazione.

 Ma l’uomo, oggi più che mai, deve ritrovare la forza per esprimere con gli occhi e l’opera laboriosa quel sorriso che il virus e la mascherina hanno tolto o nascosto.

Il grande poeta latino Lucrezio, nel De Rerum Natura, soleva dire: Deripitur persona, manet res, ossia si toglie la maschera, e rimane la cosa.

Adesso, con forza e speranza, mostriamo che cosa sappiamo fare di grande e bello anche sotto il giogo della mascherina.

E quando riusciremo a evadere da questa situazione irreale, da questa terra di confine dove rarefazione sociale, paura del contagio e gestione dell’emergenza ci hanno costretto, saremo più forti di adesso, e avremo acquisito una sensibilità e una consapevolezza talmente importanti che nessuno potrà mai più minarle, perché le radici profonde non gelano mai.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali