GRAFOLOGIA E MEDICINA

Luglio 1, 2020

di Luisa Minichiello

Quando nella nostra vita irrompe una malattia, che sia momentanea o cronica, la trasforma ostacolandone il corso. A esserne interessato non è solo l’aspetto organico, anche il nostro mondo interiore ne risulta alterato. Spesso quest’aspetto sfugge all’attenzione della medicina concentrata sul decorso fenomenico della patologia, e non è quindi solitamente interpretato come sintomo.

Questa trasformazione del nostro vissuto emotivo, come è stata quella prodotta dall’attuale COVID-19 che ha toccato tutti noi nel profondo, porta sempre con sé una reazione, un effetto collaterale che si riverbera sulla nostra grafia.

Max Pulver diceva che l’uomo che scrive disegna inconsapevolmente la sua natura interiore. La scrittura è infatti un utile strumento di conoscenza di sé, non solo delle caratteristiche temperamentali ma anche dei cambiamenti che avvengono a livello inconscio.

Chi ha seguito un percorso psicoterapeutico sa quanto questo incida sulla propria vita psichica, conducendo a una più matura e consapevole integrazione degli aspetti consci e inconsci. Non di rado la grafia di queste persone ne risulterà trasformata, così come lo sarà la loro personalità.

Allo stesso modo uno stato di malessere, disagio, dissonanza interna e conflitto rivelerà i suoi sintomi attraverso lo snodarsi del filo grafico e la presa di possesso dello spazio bianco del foglio.

Oltre a cogliere i segni di un’alterazione psichica, l’osservazione della grafia consente di determinare la presenza di alterazioni somatiche, come avviene nelle demenze degenerative quali Alzheimer e Parkinson, che mutano il prodotto grafico evidenziandosi tremori diffusi, lentezza, stentatezze, destrutturazioni del tratto, instabilità del tono pressorio, note di disorganizzazione grafica (spazio, forma, direzione, dimensione). Questi aspetti, moltointeressanti in ambito forense, rendono possibile orientare una diagnosi quando si tratta di attribuire la paternità di uno scritto a un soggetto affetto da patologia, fungendo da premessa dell’inizio o dell’avanzamento dello stato morboso. Discorso analogo può essere fatto nei casi di alcolismo e assunzione di stupefacenti, i cui effetti sono riscontrabili a livello grafico. Ciò è reso possibile dal fatto che la scrittura, prima di essere il risultato dell’apprendimento, è il prodotto di un’intensa attività neurofisiopsicologica che interessa diverse aree del cervello, e si manifesta come movimento.

In un’era in cui impera il digitale, non dobbiamo svalutare, o peggio ancora eliminare del tutto, la manoscrittura. Essa ci conduce a una dimensione più intima, a comunicare chi siamo e quale sia la nostra autenticità, e a testimoniare le diverse fasi della nostra vita. L’anamnesi non dice nulla sull’individuo che lotta in condizioni avverse, che soffre, che affronta le sue paure e che mette in campo le sue strategie di sopravvivenza. Per questo la narrazione personale diventa importante e non può essere trascurata. Un contributo in tal senso è dato dal gesto grafico, che rende possibile esprimere l’incomunicabile attraverso ritmo, forma, spazio, movimento. L’approccio puramente medico o farmacologico deve quindi essere accompagnato da un approccio narrativo, che attraverso la traccia lasciata dall’inchiostro sia in grado di raccontare l’individuo e non soltanto la sua malattia.

Luisa Minichiello, grafologa specializzata in Grafologia giudiziaria