IL VINO FRA LAZZI E FRIZZI

Agosto 1, 2020

di Sergio Giaquinto

Questo articolo è dedicato a usanze e tradizioni enoiche, a un vino che ha cambiato la storia d’Italia, e a Napoli, dove oltre che ubriacarsi di sole ci si può ubriacare anche di vino.

Nei cosiddetti secoli bui venivano mandati al rogo eretici, streghe, liberi pensatori, e a morte anche gli insetti! Incredibile ma vero: il Pretore di Morbegno, nel 1661, emise una sentenza di sfratto nei confronti dei bruchi: Poiché, nel rispetto del Diritto Comune, nessuno può ledere gli interessi di un altro, e l’uomo guadagna il suo pane con il sudore della fronte, e che nel comune di Talamona (n.d.r. in provincia di Como, verso Sondrio) vi sono bruchi che infestano e rovinano olivi, viti, orti, con danno al lavoro dell’uomo aumentandone la fatica, uomini creati da Dio cui sono sottoposti gli animali, ordino, affinché i bruchi non si ostinino ad accampare scuse invocando l’ignoranza della Legge, l’affissione di un Bando che intima loro di evacuare immediatamente vigne, orti e campagne e di ritirarsi nella riserva di Artalorto; essi possono però mandare loro rappresentanti a difenderli in giudizio…

La sentenza prevedeva l’esilio, se non si fossero giustificati. I bruchi, condannati, dovevano lasciare il paese attraverso sentieri che non danneggiassero i campi, sotto gli occhi dei contadini che dovevano facilitarne il passaggio. Se non avessero obbedito e continuato nella devastazione, il Pretore avrebbe emesso la sentenza di morte e avviato la caccia ai bruchi.

Non si tratta di un’invenzione. Non era raro far processi al maiale che aveva fatto male al contadino o all’asino che aveva rotto la gamba al padrone, ma un processo singolare è quello del 1521, quando un avvocato francese difese i topi, immagino di campagna, che avevano devastato un raccolto d’orzo. L’avvocato giustificò l’assenza dei suoi assistiti argomentando che la notifica della convocazione d’accusa non era stata fatta singolarmente a ogni topo ma tramite affissione di un Bando, inoltre la presenza di gatti di proprietà degli accusatori impauriva i topi. Chiese pertanto che gli accusatori versassero una cauzione volta a garantire che i topi arrivassero incolumi in Tribunale. I contadini rifiutarono, e la causa fu definitivamente sospesa. Gli animalisti di oggi fanno ridere, in confronto a questo avvocato!

Oltre ai processi era possibile (e in Piemonte l’usanza è durata fino al Settecento) comprare dalla Chiesa di Roma una maledizione contro i bruchi che mangiavano le viti: più si pagava e più era forte la maledizione. L’Arcivescovo di Torino, circondato dalle Autorità, salì sul palco in piazza Castello e lanciò la sua maledizione contro i bruchi.

Il famoso medico dell’Ottocento Paolo Mantegazza definiva il Ghemme un balsamo per il ventricolo, un disinfettante di ogni microbo fisico e morale. Accanto alla Medicina tradizionale ne esisteva una versione popolare, retaggio di fattucchiere, regole apprese con l’esperienza, rimedi imparati oralmente e ispirati all’uso delle erbe della Scuola Medica Salernitana. L’asma nei bambini veniva curata con la china nel vino bianco o un pediluvio di vino; se i piccoli tremavano per i brividi della febbre, si scioglieva dello zucchero bruciato nel vino. Le ferite guarivano con un miscuglio d’olio, sale e vino: il sale erode la carne cattiva, l’olio l’ammorbidisce, il vino la fa ricrescere. Le piaghe si disinfettano con un decotto d’erba e vino. Per il mal di denti da carie: un chicco di caffè, polvere di garofano o un po’ di polvere da sparo nel dente (metodo adottato nei confronti di un messicano da Gene Hackman nel bellissimo film Stringi i denti e vai).

Oggi, nei Centri specializzati, è di gran moda la vinoterapia: Lambrusco per la pelle; Sauvignon per i massaggi; Chianti per rilassarsi; Cabernet per rimuovere le cellule morte della pelle…

Al pranzo di nozze è tradizione versare vino sulla tavola come buon augurio (perché di vino c’è stata sempre abbondanza, e costava poco, mentre l’olio porta sfortuna versarlo perché costava molto) e una volta, secondo l’uso dei Romani, la promessa di matrimonio veniva suggellata quando i fidanzati bevevano dalla stessa coppa.

Altra tradizione prevede che la madre dello sposo offra alla sposa il bicchiere benaugurante di vino, e amici e parenti brindino al Compare che deve vigilare sugli sposi nella buona e nella cattiva sorte.

Talvolta, alla festa di nozze (o in taverna con gli amici), si fa il Tocco con le carte napoletane, gioco chiamato anche Padrone ’e sotto. Intorno a un tavolo si forma un cerchio silenzioso, in attesa che la sorte indichi il Padrone del gioco (il Rex Convivii dei Romani?); una volta scelto, questi nomina il suo scudiero: la Morte. Il Padrone può stabilire quanti bicchieri di vino un commensale può bere, ma la Morte può mettere il veto favorendo gli amici o i più simpatici e punendo con più bicchieri qualche altro. C’è chi beve molto, chi aspetta e si arrabbia perché non lo fanno bere. Il Tocco può finire in rissa, ma è un gioco di festa ai matrimoni, ai battesimi e pure ai funerali.

A Pompei sono stati trovati corpi di persone che stavano mangiando attorno alla tomba del loro congiunto. Usanza, il Consolo (la consolazione), comune in tante regioni d’Italia: si tratta di un pranzo organizzato per rifocillare i parenti del defunto, impossibilitati dal lutto a cucinare.

In Puglia, in occasione della veglia funebre, si beve la famosa sapa e si grida Paradiso a lui e salute a noi! Quel Paradiso in cui, secondo i mussulmani, scorrono fiumi di vino, mentre in terra per loro il vino è harem (proibito) perché tira fuori i peggiori istinti dell’uomo.

Gli ebrei invece bevono vino. Io li ho visti, con i loro cappelli larghi, produrre per le loro mense il vino Kasher (un bianco puro) in una cooperativa a Pitigliano, la Piccola Gerusalemme italiana, un bellissimo paese arroccato su una roccia in Maremma.

Adesso parliamo del Marsala, e di come questo vino abbia cambiato le sorti del Regno delle Due Sicilie: è una storia vera che a scuola non vogliono far conoscere. Questo vino liquoroso fu scoperto dagli inglesi, che lo esportarono all’estero. Beniamino Ingham fu il primo produttore, seguito da altri inglesi: il numero dei cittadini britannici presenti in zona per affari era tale da giustificare l’apertura di un Consolato. Nei giorni precedenti lo Sbarco dei Mille, a Marsala era scoppiata una protesta, per cui il Governo decise di disarmare tutti i cittadini, inglesi compresi; il Console chiese la protezione di due velieri, che si ancorarono nel porto della città a difesa degli interessi britannici. Quando arrivarono i garibaldini le navi borboniche indugiarono a cannoneggiarli in quanto gli inglesi, per facilitare l’impresa di Garibaldi, avevano alzato la bandiera sui magazzini dove avevano la loro merce, e i velieri inglesi si erano messi sulla linea di tiro dei cannoni napoletani: un danneggiamento dei beni inglesi avrebbe provocato una crisi diplomatica così, quando i velieri si spostarono, i garibaldini avevano messo già piede in Sicilia, dove nessun popolo rivoluzionario li aspettava in armi. Garibaldi, rivoltosi ai suoi, disse: Grazie Mille!,e loro Prego! Fra incapacità del Comando borbonico, corruzione e tradimento, Garibaldi arrivò a Palermo, e il suo primo pensiero fu quello di svuotare il Banco di Sicilia da danaro e lingotti d’oro: la cassaforte era così pesante che il Direttore del Banco, l’anno precedente, aveva dovuto chiamare degli operai per rinforzare il pavimento, che stava cedendo sotto il peso della cassaforte strapiena.

Lascio la Sicilia, e lungo il viaggio, deviando per Cirò, che nello stemma comunale ha Bacco, ascolto la cantante jazz Rossana Casale con la sua Vino Divino. Potrei ascoltare anche altri cantanti interessati al vino, come De Andrè o Guccini, ma mi annoiano, preferisco Trani a gogò di Giorgio Gaber, si passa la sera scolando barbera… se poi voglio fare il colto, ascolto Strauss:il valzer del vino, della donna e del canto, chissà quante volte l’avete ascoltato! O Il Don Giovanni di Mozart, che esalta L’eccellente Marzemino, o Beethoven, che ispirato dal Traminer compose L’Eroica. Sono arrivato a Napoli e il taxi sale per via Salvator Rosa, detta la ’Nfrascata perché una volta era campagna e c’erano le osterie che mettevano la frasca per indicare che era arrivato il vino, e quando il vino finiva levavano la frasca,modo di dire entrato nel lessico familiare. La ’Nfrascata è il luogo in cui Libero Bovio fa svolgere la sua Guapparia nella ’Nfrascata. E si cantava anche Brinneso alla salute dell’amirosa mia che s’è sposataIn vino veritas, e canta che ti passa! Osterie in cui si beveva il vino ’a ’na recchia, perché di buona qualità, per cui il capo del bevitore, assopito, si appoggiava con l’orecchio sulla spalla, o se il vino era scadente si diceva ’a doie recchie, perché il bevitore crollava con tutta la testa sul tavolo. Si sa, doppo ’a cinquantina se lascia ’a mugliera e se piglia ‘a cantina!

E mentre gli uomini si ubriacavano, le nonne cantavano le filastrocche ai nipotini: Dimane è festa e ’o sorice p’a fenesta,’a gatta cucina e ’o sorice mette ’o vino, mette ’o vino a caraffelle e ’o pane a felle a felle…oppure Ciccibacco ’ncoppa ’a votta, chi ’o tira e chi ’o votta, chi ’o votta int ’a cantina, Ciccibacco beve vino. Questo Ciccibacco, rappresentazione di Dioniso, è un personaggio del Presepe che guida un carro tirato da buoi carico di barili di vino, e quest’immagine mi ricorda alcuni medicamenti popolari: Catarro? Vino c‘o carro o ’A carne fa carne, ’o vino fa sanghe e ’a fatica fa jettà ’o sanghe.

Non lontano da qui, verso via Medina, San Camillo, non ancora pentitosi, da accanito giocatore frequentava le taverne con i suoi compagni Paolo e Beniamino (consiglio la poesia San Camillo di Ferdinando Russo), bevendo, perdendo e rimanendo senza panni addosso. Lì vicino si trovava la più famosa taverna di Napoli, il Cerriglio, dinanzi alla quale Caravaggio venne ferito gravemente

Dopo aver mangiato al tavolo dove è stato seduto Caravaggio, sono arrivato a casa, e decido di guardare un DVD: posso scegliere fra French Kiss, Ritorno in Borgogna, Il profumo del mosto selvatico e Un’ottima annata, ma forse è meglio che invece di guardare un film che parla di vini apro una buona bottiglia di Gragnano, quel vino di cui si parla nella scena del cappotto da portare a impegnare in Miseria e Nobiltà: Pasquale, “…deve essere Gragnano, frizzante… assicurati che sia Gragnano: tu l’assaggi, se è frizzante lo pigli, sennò… desisti! Una buona bottiglia e una parmigiana di melanzane, e mi viene in mente quanto un avventore aveva scritto centinaia di anni fa sul muro della famosa Taverna del Cerriglio: Magnammo amici, e po’ bevimmo, finché ce sta uoglie a la lucerna, chi sa si a l’auto munno ce vedimmo, chi sa si a l’auto munno c’è taverna.

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia