di Sergio Giaquinto

Quand’ero ragazzino disegnavo, in terra, la pista per la corsa dei tappi. Ognuno aveva il suo: acqua minerale, gassosa, birra… io avevo, fra gli altri, quello della Cervisia. Il nome mi colpì, così scoprii che era una birra genovese il cui nome era un omaggio a Cerere, la dea dell’Agricoltura.

Ho poi saputo che per lo stesso motivo c’era anche la Ceres, birra all’epoca sconosciuta in Italia.

La mia era l’Italia del dopoguerra: si beveva il vino del cantiniere, raramente quello in bottiglia, perché non c’era la grande distribuzione nel Sud, e al massimo si trovava il Chianti Ruffino o il Valpolicella Bolla in un buon ristorante.

Le birre erano soprattutto nazionali, e si compravano quelle del Nord, che avevano le succursali fra Lazio e Sicilia: Peroni, Wührer, Dreher, Messina, la pugliese Raffo, e ogni tanto noi ragazzini mostravamo con orgoglio il tappo di birre come Itala Pilsen, Prinz Bräu, Splügen.

Altra birra del tempo era la Löwenbräu: carta argentata sul collo della bottiglia e leone rampante sull’etichetta blu. È scomparsa dai banchi dei supermercati da qualche anno, ma secondo mie ricerche la vende Metro. Da studente andavo a berla alla Birreria Lowembrau a piazza Municipio.

Ho detto che la Cervisia faceva riferimento a una dea, ma anche altri popoli hanno immaginato che a questa bevanda sovrintendessero gli dei: per i sumeri dea della birra era Ninkasi, per gli egizi Tenetet. Un giorno Ra ordinò a Sekhmet, dea della guerra, di uccidere gli uomini che gli avevano disobbedito. Sekhmet ci prese gusto e, dopo aver ucciso i disobbedienti in battaglia, cominciò a distruggere il resto dell’umanità. A quel punto intervenne Ra, che ordinò a Tenetet, dea della birra, di tingere di rosso una gran quantità della bevanda. Sekmet scambio la birra per sangue, e ne beve tanta da ubriacarsi. Al risveglio diventò mansueta e si trasformò in Hator, dea della gioia, della bellezza e della maternità, in cui onore si celebravano le feste dell’ebbrezza e dell’ubriachezza.

La birra che bevevano egizi e sumeri doveva essere una vera ciofeca: pane, orzo, miele, datteri…

Il Codice di Hammurabi regolamentava pure che non s’imbrogliasse nell’adulterare la birra, che i faraoni ritenevano sacra, tanto che nelle tombe sono state trovate riproduzioni della lavorazione della birra. Persino gli operai venivano pagati in birra: nel Papiro Ebes, lungo 20 metri, i sacerdoti indicavano alcuni medicamenti, fra i quali la birra, che allevia i disturbi intestinali ed è utile contro le infiammazioni e i batteri, forse perché c’è il lievito.

Anche gli ebrei, nella Bibbia, in occasione della festa degli Azzimi e nel Siracide, ne parlano.

Poi toccò agli etruschi, infine ai romani. Questi l’avevano sempre considerata un vino barbaro, fino a che il generale Agricola, che aveva combattuto in Britannia, non tornò da quel Paese con dei mastri birrai, fondando il birrificio Domus Aurea.

Ma per motivi climatici, la birra aveva diffusione soprattutto nei paesi celtici, e cominciarono a nascere miti e leggende, come quella irlandese dell’eroe Mag Meld, che strappò ai mostri Fenoriani il segreto che li rendeva immortali: la birra.

Ma è nel Basso Medioevo che comincia a diffondersi la Cervogia, sempre in omaggio a Cerere (il cui nome oggi si è conservato in Spagna come Cerveza). Si tratta di una bevanda fermentata con orzo e avena, pastosa, scura, senza luppolo: l’ol, a basso contenuto alcolico, e il biorr, dal sapore più forte, da bere nei banchetti o nelle cerimonie.

Come si evince dall’espisodio Asterix e i normanni, i vichinghi credevano che le Valchirie accompagnassero gli eroi nel palazzo di Odino, dove bevevano birra nei teschi dei nemici uccisi in battaglia. In Asterix e i britanni invece, questi vengono presi in giro dall’autore del fumetto perché a Londra, nell’osteria, si servono acqua calda (il tè), Cervogia tiepida e vino rosso ghiacciato. In Asterix e i belgi il capo si chiama Birranostranix, e c’è una splendida tavola che riproduce il celebre quadro del banchetto nuziale di Bruegel il Vecchio, con galli e belgi che festeggiano la vittoria su Cesare con birra, salami e carne arrostita.

Dopo il 1100 appare una donna che ci ha fatto amare la birra: Santa Ildegarda di Bingen, badessa benedettina, scrittrice, mistica, musicista e soprattutto esperta di erbe. Aveva studiato sui libri della Scuola Medica Salernitana, ed è stata lei a scoprire che il luppolo, aggiunto a certe bevande, le fa conservare a lungo, oltre a dare un sapore particolare. Da qualche anno a Salerno il 17 settembre si celebra l’Hildegard Day, con mostre, degustazioni di birra, conferenze sugli aspetti religiosi e culturali della Santa, alzata all’onore degli altari da papa Benedetto XVI.

Con il luppolo fu anche risolto il problema della conservazione della birra sulle lunghe distanze, ma per raggiungere la conservazione perfetta bisognerà aspettare metà Ottocento, con il lievito a bassa fermentazione isolato dal danese Emile Hansen.

Per i medici salernitani la birra doveva essere fatta con l’orzo fermentato, che non ha sapore acido, e che sostiene la vecchiaia, aumenta il benessere, ringiovanisce il sangue, stimola la diuresi.

Come tutte le cose buone dell’epoca, furono i monasteri a migliorare la birra, e il primo birrificio fu quello dell’Abbazia di Weihenstephan, fondata a Frisinga, vicino a Monaco, nel 1040, e ancora in attività. Nella cittadella monastica, sede arcivescovile di papa Ratzinger, è conservato il presepe di Ferdinando IV di Borbone di Napoli, centotrentacinque pastori e più di settanta animali. Non è messo bene come quelli del Bayerisches Nationalmuseum di Monaco, capolavori assoluti.

E ora A tutta birra, espressione deformata dal francese A toute bride, A tutta briglia, elementi di velocità come nelle espressioni A tutto gas (per le auto) e A briglia sciolta (per i cavalli).

Certo è che in Italia, terra di vino, la birra non h attecchito subito e molto, difatti si dice Che ci faccio, la birra? per dichiarare una cosa inutile.

La birra era presente alla corte di Lorenzo il Magnifico, e il Pulci, da buon goloso, la ricorda con il gigante Margutta nel Morgante Maggiore.

Il personaggio letterario che mi ricorda di più la birra è Falstaff, che nell’opera di Verdi la cita, e Shakespeare, che ne ha fatto la rappresentazione del crapulone.

La birra invase le taverne europee, ed emigrò in America con i Padri Pellegrini.

In molti film western si vedono banconi con birra spumeggiante e cowboy assetati, eccetto quelli americani degli anni Trenta e Quaranta, dove gli attori bevevano Gin, Whiskey, Brandy, in onore al Proibizionismo appena finito. La birra sarebbe arrivata nel cinema americano solo dopo.

Nel 1500 ci fu lo Scisma luterano, e un particolare della separazione si lega alla birra. Prima di ufficializzare la divisione religiosa infatti, in base alla Legge della Purezza voluta da Guglielmo IV di Baviera (che stabiliva che la birra fosse fatta con acqua, orzo e luppolo), Lutero appoggiò l’uso del luppolo, in opposizione alla chiesa Cattolica, che deteneva il monopolio del gruit, miscela di erbe amare utilizzata per diverse bevande, fra le quali la birra. Il gruit era tassato, dunque fonte di guadagno per la chiesa, mentre il luppolo non era compreso nella miscela perché considerato erba immonda. Quando Lutero uscì dall’Ordine Agostiniano, dopo anni di rinunce alimentari, mangiò e bevve come il tedesco lurco dantesco, il che gli provocò calcoli renali e ulcera. Risulta quantomeno singolare che l’incontro con Carlo V organizzato per far rientrare la separazione luterana si chiami Dieta di Worms. Carlo non era da meno: mangiava moltissimo, e beveva tre litri di birra fredda a pranzo, in un boccale particolare a quattro manici, si dice per afferrarlo prima e meglio. Anche lui era un ingordo, infatti aveva la gotta. Finì i suoi giorni in Spagna, al monastero di San Yuste, che oggi dà il nome a una birra spagnola: la Yuste.

I boccali con coperchio risalgono al XIV secolo, quando nell’Europa flagellata dalla peste bubbonica gli insetti erano ritenuti veicolo del morbo, quindi qualcuno pensò di coprire la birra per impedirne la contaminazione.

All’epoca si facevano banchetti e feste a base di birra, ma nulla che somigli all’Oktobefest di Monaco, in onore delle nozze di Luigi I di Baviera, avvenute nel mese di marzo di inizio Ottecento.

A Colonia invece mi è capitato di bere nel Kolhglass, un vassoio a fori cilindrici nel quale sono incastrati fino a sedici bicchieri di birra Kohl da 0,20 litri (ma c’è anche quello da 0,11).

In Italia la bevanda fu introdotta nel 1700 dagli austriaci signori della Lombardia. Comune presso le Corti, la birra iniziò a piacere anche al popolo, e con l’arrivo degli stranieri, dopo l’Unità, prodotta anche in Italia: Wührer a Brescia, Moretti a Udine, Peroni a Vigevano, Dreher a Trieste.

A Napoli il primo birrificio era all’interno del monastero dei Santi Severino e Sossio, di cui faceva parte Palazzo Como, poi diventato Museo Filangieri. Scomparso il birrificio, gestito da un austriaco, nel 1851 nel quartiere Stella lo svizzero Caflisch aprì la sua fabbrica di birra, poi rilevata dalle Birrerie Meridionali, e alla fine degli anni Venti assorbite dalla Peroni. La sede, inizialmente a Gianturco, fu trasferita a Milano negli anni Cinquanta. La birreria aveva un gran terrazzo sul quale si consumavano soprattutto taralli e birra. A fine Ottocento a Napoli arrivarono i piemontesi e il consumo di birra si diffuse: si aprirono birrerie a piazza Municipio (la Monaco, la Strasburgo) e il Salone Margherita offriva anche la Seldmayr, che poi è la Spaten, una delle sei sorelle di birra di Monaco, assieme ad Augustiner, Hacker-Pschorr, Paulaner, HB e Löwembräu. Fino agli anni Settanta, la birreria Löwembräu si trovava a piazza Municipio, sotto al Grand Hotel de Londres; un po’ cupa, con affreschi delle feste bavaresi lungo le pareti, si mangiavano salsicce con crauti e si beveva birra alla spina. Si narra che, in occasione della visita di Hitler a Napoli, la birreria era piena di fascisti e nazisti, ma a un tavolo sedeva il matematico Caccioppoli, nipote di Bakunin e noto per l’opposizione al Regime. A un certo punto i fascisti cantarono Giovinezza giovinezza, primavera di bellezza, al che Caccioppoli, al pianoforte, iniziò a intonare La Marsigliese: Liberté, liberté chérie. Ne nacque una rissa, e Caccioppoli fu fermato dalla Polizia.

Ma il locale più famoso di Napoli era il Gambrinus, nome del dio della birra, ritrovo di poeti, intellettuali e giornalisti. Si dice che Salvatore Di Giacomo e il Maestro De Leva, autori di ’E spingule francese, abbiano sentito suonare la canzone in occasione della visita del Kaiser Guglielmo II a Napoli. Stupiti, appresero che lo stesso Kaiser aveva chiesto alla banda di suonarla.

Con la fine della Prima Guerra Mondiale l’Alto Adige diventò italiano, e ciò portò un’invasione pacifica di birre che prima appartenevano a birrai austriaci.

Durante il Fascismo la birra ebbe una stasi, perché considerata bevanda stagionale e importare luppolo e malto costava molto, per cui si privilegiava la vendita di prodotti nazionali, come il vino.

Nel dopoguerra, anche grazie all’arrivo della televisione, l’industria birraia decise d’investire in pubblicità, presentando testimonial come Mina, Tognazzi, Arbore. Impossibile dimenticare spot quali Chiamami Peroni, sarò la tua birra o Meditate gente, meditate.

Anche i fumetti ne parlavano: Tex Willer entra nel saloon e ordina bistecche e birra a volontà, Paperino e Topolino spesso incontrano la birra.

Nei cartoni animati basti pensare ai Simpson, nel cinema a Terence Hill e Bud Spencer, a Fantozzi con il suo rutto micidiale e a Totò Sceicco nella scena in cui parola d’ordine per arruolarsi nella Legione Straniera è Birra e salsicce.

Eppure la birra sembra sempre meno seria rispetto al vino, forse perché le sono mancati Alceo, Orazio, Virgilio, che ancora ci accompagnano con i loro canti. Non mi pare esista un’ode alla birra.

Chi beve birra campa 100 anni diceva uno slogan pubblicitario. Lo sentì Matusalemme, che passava di là, e disse Ma che, è veleno!

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia