“Pe’ mare nun ce stanno taverne”

Settembre 30, 2020

Antiquae sententiae nun falliscene maje

di Michele Chiodi

Un detto semplicissimo, intorno al quale si è scritto e detto di tutto e di più.

Semplice, nudo, essenziale. Ogni cosa ha il suo posto, ogni cosa ha la sua collocazione , ogni cammino ha la sua meta ed è difficile tanto trovare il sentiero giusto, quanto percorrerlo fino in fondo. E tutti noi, dunque, siamo in lotta perenne contro le avversità, in una dialettica continua con il Fato, con il Destino che sempre batte alla porta delle nostre vite.

E spesso, come scriveva La Fontaine, si incontra il nostro vero destino proprio sulla via che s’era presa per evitarlo.

Quando ci penso, mi vengono spesso in mente due componimenti musicali, due sinfonie che mi sono sempre piaciute. La Quinta di Beethoven e la Quinta di Sostakovic : la dialettica con il destino raccontata sul pentagramma.

La Quinta sinfonia di Beethoven, segnata fin dalle prime battute da quel battito arcano ,imperioso e ciclico, anche nei movimenti successivi, resta certo l’affermazione maggiore  dei titanismo romantico, l’atto di fede supremo nella dignità umana, acuito dalle ombre del dolore e della disperazione.

 Il grande compositore la definì, appunto, “sinfonia del  destino ”e la parola “destino” non poteva significare altro, per Beethoven, che il potere oscuro e tremendo di quell’ irrazionale che è sempre dietro l’angolo e che continuamente rischia di travolgerci.

Una vena di  fatalismo eroico suggella ogni sua pagina ed alla base di tutto vi è la raffigurazione di una lotta tesa a sconfiggere il caos ed a raggiungere una vittoria definitiva.

Una contrapposizione di forze tra l’uomo ed il Fato che deriva dalla perenne, eterna dialettica degli opposti. Ma mai, mai come in questo caso, tale dualismo è stato musicalmente reso in modo tanto esplicito, tanto marcato, tanto esasperato.

Il primo movimento è aperto da quelle quattro note che si sono trasformate in uno degli incipit più noti della musica di tutti i tempi, una cellula che dà corpo all’ignoto pieno di mistero ed annuncia l’esordio del confronto tragico tra l’Uomo ed il Fato.

Nel secondo tema è come se Beethoven volesse presentarci un eroe simbolo di tutta l’umanità, poi  viene l’attesa del trionfo e quindi lo scatenarsi di potenze avverse, inesorabili e fatali, cariche di quel fatalismo che serpeggia un po’ dovunque attraverso i primi tre movimenti. Ma solo nello stupendo “allegro” finale l’angosciosa nuvolaglia è squarciata da una sorta di raggio di sole abbagliante  e ci pare di sentire una fanfara di vittoria  della Ragione, della Volontà, della Verità sulle oscure potenze del Destino , una fanfara per la quale nessuna orchestra è mai sembrata troppo possente e nessuna sala da concerto troppo vasta.

Sorella (minore, ma bella anch’essa)  della Quinta di Beethoven mi sembra essere la Quinta sinfonia di  Shostakovic,  laddove il compositore russo  pone sempre l’accento sull’Uomo in lotta contro le avversità e narra le inquietudini dell’umanità tutta e non solo quelle dell’individuo.

Anche qui, nelle quattro battute iniziali  vi è il germe di quanto avverrà in seguito: un tema che suppone l’incertezza. La vita vale la pena di essere vissuta? E dove ci porta? Due domande che pongono diverse risposte e che sembrano in conflitto tra loro. Forze disumane, comunque, sono sempre in agguato ed il conflitto si placa, infine, in una specie di sogno che fa ricadere l’autore in uno stato di meditazione.

Ma poi ecco il finale della Sinfonia che comporta una soluzione  ottimistica agli episodi tesi e tragici e che, con la sua forza e la sua gioia, non è altro che la soddisfazione di aver raggiunto il giusto cammino e di non volerlo più abbandonare, perché il vero soggetto di questa sinfonia è il divenire, è il compiersi dell’uomo attraverso il superamento degli ostacoli e delle avversità che costellano il suo cammino, la sua storia, per piccola o grande che sia.

E insomma, se è dunque vero che “pe’ mare nun ce stanno taverne”, è forse altrettanto vero che dobbiamo far di tutto per non perdere la consapevolezza che la vita è un mistero troppo grande perché possa essere compresa soltanto dal punto di vista umano. Per questo, il più grande artista – amava ripetere Gandhi – è colui che riesce a vivere la propria vita nel miglior modo possibile. E voi che ne dite?

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali