il Bugiardino

“Brotoi”: esseri dotati della facoltà di morire

Antiquae sententiae nun falliscene maje

“…Si ama stamattina, stasera si odia e si fa gran guerra.

Prima si onora e poi si uccide.

Oggi si vede senza testa in giù e si trascina per tutta la città.

Domani, da Generalissimo, si seppellisce”.

 (a proposito della parabola umana di Masaniello, dal testo di un anonimo poeta del Seicento)

  …E nel rileggere queste parole…rifletto……

brotoi: esseri dotati della facoltà di morire.

Così, in greco, sono chiamati gli uomini. La morte è il termine di definizione del genere umano, il confine assegnato dal destino, da Moira, che neppure la divinità può sospendere o trasgredire.

Precari nel mondo, destinati necessariamente alla fine, i “brotoi” riconoscono, però, proprio nel limite della mortalità una definizione forte e chiara dell’essere – uomo.

La linea della morte, infatti, consente di circoscrivere un senso preciso all’esistenza degli uomini, di riconoscere alla loro vita qualità tutte proprie e di dotare questa vita di qualità distintive.

Invece, rispetto alla misura della mortalità, gli dei sono designati in negativo, come “abrotoi”, “athanatoi”, esseri non dotati della facoltà di morire: l’alfa privativo, premesso ai due aggettivi, riconferma la centralità formale del parametro morte in questo sistema di definizioni semantiche e concettuali.

Ed è proprio all’interno del campo di significati dell’essere “brotoi”, nel campo di significati incentrati sulla mortalità, che l’uomo trova, inventa, il senso dei propri valori: in questo recinto l’uomo misura il suo valore, la sua specificità. Attraverso le prove e le battaglie della vita cerca di far emergere le proprie virtù ed il proprio valore.

Ma la consapevolezza, così piena della mortalità che contrassegna l’essere uomini, non ci salva però dall’angoscia della fine che incombe sulla nostra esistenza. L’uomo è solo, qui nel mondo, appeso al destino del suo genere ed al suo destino di individuo, votato quindi ad una fine certa, ma imprevedibile.

Nessuno, infatti, conosce l’ora della propria morte.

E allora Prometeo, che ama gli uomini, dona ai mortali gli strumenti per riscattare la loro esistenza dallo stato di insipienza: il fuoco e le “technai” danno sollievo alle pene della quotidianità: sono strumenti indispensabili per trasformare il lato bruto dell’esistenza nella lucentezza estetica della dimensione artistica, civile, politica che contraddistingue l’uomo dagli animali.

Ma Prometeo fa anche un altro dono all’uomo: è la “cieca speranza”, un velo parziale sulla coscienza della inevitabile morte che fa sì che gli uomini possano vivere intensamente la loro brevissima vita, dimenticando in qualche modo, in qualche momento, le necessità del destino. Il dono di istanti di incoscienza fa sì, allora, che gli uomini possano vivere e amare la vita, senza cadere nell’abisso della disperazione.

Ma intanto Moira tesse, avvolge, taglia il filo del destino, per tutti e per ognuno di noi e quindi continua la pena della consapevolezza, la sofferenza quotidiana dell’anima come experimentum mortis, mentre l’orizzonte lontanissimo di un approdo dell’anima o la luce debole, ma persistente, della speranza religiosa costituiscono il nodo di sentimenti e di pensieri intorno a cui ci dibattiamo, ci arrovelliamo, agiamo e combattiamo per non pensarci, fin quando è possibile non pensarci.

Ed ecco spiegata ogni ascesa ed ogni declino, ecco spiegata ogni grandezza ed ogni caduta, ecco spiegato lo sforzo enorme che caratterizza il nostro voler vivere, seguendo sogni e speranze spesso destinate ad infrangersi, mai durature, mai perenni.

 Ecco anche la solitudine dell’uomo – eroe.

 Dell’uomo che è osannato quando ha successo e gettato nella polvere e calpestato non appena commette quello che viene ritenuto essere uno sbaglio, per poi magari tornare ad essere osannato, in vita o in morte, in base ad una volubilità di giudizio che è essa stessa segno tangibile della precarietà delle nostre esistenze.

Dell’uomo che non è mai osannato, ma che pur conosce bene e combatte fino in fondo la dura lotta della vita, spesso in silenzio, nel silenzio di coloro (e sono i più) ai quali il destino non ha dato voce, ma che compiono tutti i giorni sforzi incredibili per dare un senso alla propria ”umanità”.

Siamo un po’ tutti eroi, nel nostro piccolo, siamo tutti combattenti di piccole e grandi guerre, nella speranza di una pace che si rivela quasi sempre effimera e foriera di altre battaglie. Ed in questo è la grandezza ed il limite del nostro essere uomini, del nostro essere mortali e soggetti ad una Legge più grande…qualunque essa sia.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali

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