Le mutilazioni genitali femminili (MGF) ed aspetti socio-antropologici.

Marzo 2, 2021 by rubrica: Effetti collaterali

La mutilazione genitale femminile comprende diverse tipologie di pratiche di escissione dei genitali, eseguite con metodi cruenti e senza norme igienico-sanitarie, su bambine o adolescenti, in varie parti del mondo, come Etiopia, Somalia, Eritrea, Nigeria, Afghanistan, in alcune zone dell’Indonesia e della Malesia e in altre società di religione islamica.

In maniera clandestina, le MGF vengono attuate anche nei paesi occidentali, da gruppi provenienti dai Paesi dove la pratica è diffusa.

Esse rappresentano un fenomeno estremamente vasto e complesso che ha coinvolto oltre 125 milioni di donne nel mondo.

Il 6 febbraio è dedicato  alla Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili: in un workshop tenutosi nello stesso giorno e moderato da Carlo Negri, giornalista e consigliere di Croce Rossa Italiana e da Giuseppina Savorra, Delegata Tecnico Regionale Inclusione Sociale, Croce Rossa Italiana, si è discusso degli aspetti medici, sociali, antropologici, etnologici che caratterizzano le MGF: dal confronto tra i numerosi relatori, è emerso un quadro difficile, attuale, sommerso.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato quattro tipologie di mutilazione: circoncisione femminile, escissione, infibulazione, non classificato (gruppo in cui rientranotutte quelle pratiche diverse dalle precedenti, ma che causano ugualmente danni, dolore e traumi alle donne).

La pratica mutilatoria dura tra i quindici e i venti minuti e viene effettuata, tra urla e sporcizia, da una donna anziana della comunità, detta mammana, spesso aiutata dalla madre e dalla nonna della stessa bambina sottoposta alla procedura. La mammana, naturalmente, non ha alcuna conoscenza sanitaria e medica ed opera con strumenti non sterilizzati, senza anestesia, con coltelli e lamette che spesso non vengono neanche lavati adeguatamente.

In alcune comunità, la mutilazione, con gli stessi sistemi, viene fatta da un uomo.

Quando avremo tolto questo «kintir» (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.
(…) Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo…

Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…

Testimonianza di  Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice somala.

Le bambine che subiscono la mutilazione rischiano gravi infezioni, talvolta mortali, oltre ad una lunga serie di problemi futuri: cistiti ricorrenti, vaginosi, complicazioni durante il parto, incontinenza urinaria e fecale, prolasso uterino… e poi disturbi della sfera sessuale e, naturalmente, psicologica: difficoltà ad avere rapporti, ansia, depressione, disturbi del sonno.

Una tradizione, quella delle MGF, perché per quanto assurdo possa sembrare, di una tradizione si tratta, che ha risvolti sociali, antropologici, culturali: la donna che ha subito la mutilazione è una donna pura, che fa parte della collettività, adatta al matrimonio e sottomessa all’uomo… una pratica difficile da eradicare, in quanto caratteristica di una comunità ed indissolubilmente legata al senso di appartenenza ad essa… solo partendo da questi presupposti è possibile spiegare il perché ci siano madri e nonne che sottopongono le loro creature alle orribili torture che esse stesse hanno subito e dalle quali sono state segnate per sempre… solo così è possibile cercare di comprendere il perché ci siano bambine che soffrono e ricordano, ma che poi faranno subire la stessa atrocità alle loro figlie e nipoti.

Solo così, alla luce di valori non universalmente condivisi, si potrebbe cercare di capire il perché dell’esistenza, ancora oggi, delle MGF, laddove, però, capire non è giustificare, perché giustificare significherebbe, nella società occidentale, cancellare dignità e rispetto della donna oltre che regredire di secoli e non trovare, comunque, tracce di tali tribali usanze. Le urla di dolore e di paura continueranno a risuonare tra le capanne e la sabbia, il caldo ed il vento, nell’indifferenza di chi, reso sordo dall’abitudine, passerà distaccato ed indifferente… ed un giorno e chissà per quanti giorni ancora, ogni mamma, ogni nonna, si troverà a cercare di coprire, con il grido acuto e silenzioso del suo cuore, quello più acuto e penetrante della voce impaurita e terrorizzata della propria bambina.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)

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