Dalle origini del razzismo al concerto di Woodstock

Aprile 1, 2021 by rubrica: Pensieri e parole

Quando a Roma ancora non era stata posta la prima pietra, la lingua araba, espressione di una cultura millenaria, coniava la parola Araz, che non vuol dire razza ma casta, stirpe, gruppo.

Perché?  Perché già nell’antichità era chiaro che la razza umana è una sola.

L’idea di una distinzione di razze umane è infatti priva di qualsiasi fondamento scientifico.

L’unica distinzione possibile tra razze, è tra quella umana e animale…

Questo perché scientificamente tutti i gruppi etnici hanno lo stesso numero di cromosomi e si distinguono in base a caratteristiche somatiche e al colore della pelle.

La civiltà antica fu in realtà la massima espressione della globalizzazione: da Alessandria d’Egitto a Baghdad a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, la vita era un pullulare di genti di ogni dove, commercianti, artigiani specializzati nella trattazione di vari materiali, scienziati, studiosi, schiavi, ognuno operava in base al linguaggio, all’appartenenza ad una casta, con la discriminazione che si fonda sull’ importanza politica e sociale e non sul colore della pelle.

Anche l’impero romano è stato una società multietnica, il cui criterio di appartenenza era la cittadinanza, attribuita a chi si assoggettava all’autorità dell’Imperatore e pagava le tasse. Essere cittadino di Roma distingueva il romano dal barbaro, che non era un essere non civilizzato, ma semplicemente un bar bar, uno straniero che parlava un’altra lingua.

La prima profonda spaccatura tra popoli avviene nel Medioevo con la scissione tra due immense aree, quella dei cristiani e quella dei musulmani, che ora è la grande contrapposizione geo politica tra occidentali ed islamici.

Ma nel Medioevo le crociate sono molteplici, oltre contro gli infedeli della mezzaluna vengono condotte feroci battaglie contro eretici dalle false dottrine, e contro gli ebrei, i carnefici di Cristo.

Gli storici scrivono che già nel Medioevo la persecuzione ebraica ha fatto più vittime persino della caccia alle streghe…

Il popolo ebraico è il più perseguitato della storia, innanzitutto perché ha costruito una solida identità culturale impermeabile ad influenze esterne, basato sulla religione, gli intrecci familiari, le usanze e persino una personalissima identità culinaria fatta di precetti rigorosi, al pari di quelli del popolo arabo.

Proprio in base alle similitudini oggettive tra mondo arabo ed ebraico, a Vienna alla fine dell’ottocento viene coniato il termine semitisch antisemita, dove per semita si intendeva il gruppo delle lingue semite, ovvero il siriaco, l’aramaico, l’arabo, l’ebraico, tutti gli idiomi che il Vecchio Testamento fa discendere da Sem, uno dei figli di Noè.

Solo con l’avvento di Hitler in Germania la persecuzione contro gli ebrei riprende il concetto di razza, intesa come insieme di caratteristiche genetiche, fisiche, biologiche impure rispetto alla supremazia della razza ariana. La mostruosa macchina della propaganda nazista intende debellare un nemico forte, integrato nel tessuto istituzionale dei paesi tedeschi, estremamente ricco, abile nel commercio, titolare di proprietà, denaro, diamanti, ricorrendo a studi scientifici sul colore della pelle, degli occhi, dei capelli, sulla forma delle orecchie e sulla distanza degli arti dal tronco.

Da questa demonizzazione si afferma il concetto di superiorità della razza bianca, ideologia che prende piede in ogni colonizzazione dalla Africa alle Americhe.

In nome del predominio Europeo, fondato sulla superiorità dei mezzi bellici e sull’ indubbio progresso rispetto alle popolazioni native, tutte le comunità indigene vengono sfruttate e massacrate.

Intere società, ultima quella americana, sono vissute nel benessere fondato sullo sfruttamento delle risorse delle comunità locali. Dalle piantagioni di cotone alla corsa all’oro le popolazioni indigene sono state confinate o distrutte.

Oggi la condanna della storia è giunta inesorabile, ma le proteste contro l’espansionismo e le guerre hanno toccato profondamente gli appartenenti alla generazione degli anni del sessantotto e settanta, impegnati a diffondere l’idea della pace e della tolleranza.

In quegli anni la protesta giovanile ha tenacemente combattuto contro lo strapotere dei governi e la violenza della polizia…

Tutti noi, figli della generazione del 68, non possiamo non ricordare i quattro giorni di no war e peace and love del concerto di Woodstock, dove innanzi a duecentomila persone Jimy Hendrix con la mitica chitarra distorse completamente le note dell’inno nazionale americano, togliendone tutta la solennità, per protestare contro il massacro della guerra in Vietnam, condannando l’imperialismo americano di fronte al mondo intero…

Paola Somma, vicequestore Polizia di Stato, scrittrice

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