il Bugiardino

Celiachia: non solo questione di dieta

La celiachia è l’intolleranza permanente al glutine, malattia autoimmune nella quale l’assunzione di glutine, anche in minime quantità, danneggia i villi intestinali (piccole protuberanze che rivestono la mucosa intestinale deputate all’assorbimento dei nutrienti), interferendo con l’assimilazione di cibo, vitamine, minerali.

Il glutine è composto da proteine presenti in diversi cereali, tra i quali frumento, segale, kamut, orzo, farro, spelta…

La sintomatologia della celiachia non ancora diagnosticata è piuttosto varia: ci sono casi di pazienti praticamente asintomatici (si arriva alla diagnosi per screening familiare, ad esempio, o perché si hanno altre patologie autoimmuni alle quali spesso l’intolleranza al glutine si associa); casi paucisintomatici o con sintomi non direttamente riconducibili all’apparato gastrointestinale (astenia, anemia, ipertransaminasemia, problemi allo smalto dentario, per citarne solo alcuni) e casi con sintomatologia più evidente (vomito, diarrea, alvo irregolare, scarso accrescimento, gonfiore addominale, calo ponderale…),  rintracciabili soprattutto dell’età infantile.

L’intolleranza al glutine si diagnostica con specifici esami del sangue e con biopsia dei villi intestinali effettuata durante gastroscopia.

Non esiste alcuna terapia farmacologica per la celiachia, se non il rispetto della dieta priva di glutine da seguire, scrupolosamente, per tutta la vita: l’adesione all’alimentazione senza questo complesso proteico è finalizzata, oltre che a riacquistare benessere, anche ad evitare danni irreversibili e a consentire alla mucosa intestinale danneggiata di normalizzarsi.

Sebbene possa sembrare piuttosto agevole gestire il disturbo, in realtà non lo è, soprattutto in particolari fasi della vita, come l’età adolescenziale, quando l’adeguarsi al gruppo e sentirsene parte significa condividere il momento della convivialità.

L’alimentazione è la risposta ad un bisogno primario e la consumazione dei pasti è il rito umano più frequente nelle società: di conseguenza, l’alimentazione diviene un fatto sociale oltre che antropologico e psicologico.

Il tipo di alimenti consumati caratterizza un’usanza, una festività, un periodo dell’anno…  Spesso il cibo contraddistingue un popolo e le sue abitudini tanto che intere popolazioni si identificano in esso… Il cibo serve a individuare il rapporto tra le classi sociali, tra le differenze di genere, tra i vari periodi della vita, scandendone spesso i passaggi.

Il cibo è rito e tradizione, storia e cultura, senso di identità e di appartenenza.

La celiachia, dunque, soprattutto in un Paese come l’Italia che basa la sua alimentazione prevalentemente su pasta, pane e pizza, non è soltanto una questione di dieta.

Considerando a titolo esemplificativo l’età adolescenziale, già complicata per altri aspetti, da uno studio svolto dall’ A.I.C. (Associazione Italiana Celiachia) alcuni anni fa, è emerso che per il 48% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni la celiachia è limitante per lo sviluppo di una normale vita sociale e per il 24% rappresenta addirittura un ostacolo.

Intorno a un tavolo ci si riunisce per diversi motivi: un pranzo in famiglia, un incontro di lavoro, una serata di svago con gli amici, la celebrazione di una festa religiosa, il festeggiamento di un traguardo… in questo contesto, l’originale funzione di nutrimento del cibo viene affiancata da quella, nuova, di veicolo di socializzazione e la modificazione obbligata dello stile alimentare di un individuo assume la valenza di forzatura alle sue abitudini relazionali.

Accade allora che, pur di eludere il senso di estraneità e non appartenenza ad un gruppo durante la convivialità, molti celiaci preferiscano negare l’intolleranza e assumere volontariamente cibi proibiti, rischiando, così, di precludersi non solo il benessere fisico, ma anche quello emotivo e personale.

Nel 1800 Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco, pronunciò l’ ormai celebre frase l’uomo è ciò che mangia che trascrisse nella recensione di un Trattato medico sull’alimentazione sottolineando, in questo modo, l’alto valore simbolico che il cibo riveste: nel caso della celiachia e delle complicanze correlate al non rispetto della dieta senza glutine, sarebbe allora opportuno auspicare che, a tavola, ogni celiaco riuscisse a discernere il ciò che mangio dal ciò che sono, non sentendosi per questo motivo diverso o meno fortunato degli altri.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)

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