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Persone

Ad inizio marzo l’Unione Europea si è dichiarata zona di libertà LGBTIQ. Una dichiarazione simbolica, una risposta prettamente politica a quanto sta accadendo in Polonia e in Ungheria, dove le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, non binarie, intersessuali e queer (LGBTIQ) vengono discriminate. Il perché di questa azione è facile da capire, da tempo ormai le pressioni di Bruxelles per il rispetto dello Stato di diritto, in queste due nazioni, non stanno dando i risultati sperati e dunque si è reso necessario questo ulteriore provvedimento.

Ma davvero abbiamo bisogno di simili espedienti nel 2021 per assicurare la tutela dei diritti?

Mi piacerebbe rispondere di no, e invece è tutto molto complicato, difficile senza una ragione valida, perché alla fine si tratta semplicemente di tutelare i diritti di tutti, in quanto esseri umani.

A metà marzo la Congregazione per la Dottrina della fede ha comunicato, in una nota stampa diffusa dal Vaticano, che non è consentito benedire le unioni tra persone dello stesso sesso. Un pugno in pieno stomaco per tutti coloro che, dopo le parole di Papa Francesco, avevano sperato in una apertura inclusiva da parte della Chiesa.

Marzo è stato anche il mese delle aggressioni omofobe. Aggressioni che, ahimè, si sono protratte anche nel mese di aprile, con il caso di Malika, la ragazza ripudiata con ferocia dalla famiglia, perché omosessuale. Questi diversi episodi, portati in risalto dai media, hanno riacceso il dibattito sull’approvazione della legge Zan, bloccatasi al Senato.

La legge Zan o ddl contro l’omotransfobia dispone misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Aver bisogno di una legge, o di più leggi, ci fa capire che sul fronte dei diritti umani siamo in un continuo fare passi avanti e poi altrettanti indietro.

Lottare contro le discriminazioni significa innanzitutto smetterla di pensare che esista un orientamento sessuale buono e un orientamento sessuale cattivo, come scrive la filosofa Michela Marzano nel suo libro Mamma, papà e gender. E come lei, molti anni prima, la filosofa Simone de Beauvoir, in un suo scritto ci dice che di per sé stessa l’omosessualità è limitante quanto l’eterosessualità, l’ideale sarebbe essere capaci di amare una donna o un uomo indifferentemente, un essere umano, senza provare paura, limiti, od obblighi. Semplice no? Dovrebbe essere davvero una cosa facile pensare che l’unica cosa di cui dovrebbe importarci sia amare un essere umano, una persona, indipendentemente da tutto il resto.

E invece è tutto sempre più complicato, è come quando ancora oggi ci ostiniamo a parlare di razza bianca, nera, asiatica, mentre questa distinzione, se ci riflettiamo bene, è del tutto superflua, in quanto apparteniamo tutti ad una sola razza, quella umana.

La frase della Beauvoir racchiude tutto ciò che ci serve per poter spiegare che non vi è bisogno di stare a puntualizzare su una simile questione, anche perché l’omosessualità quanto l’eterosessualità è solo un orientamento, un modo di amare e di essere.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stabilisce che omosessualità ed eterosessualità sono varianti naturali della sessualità e della affettività umana. Con buona pace di tutti quelli che parlano di guarire, guarire poi da cosa? Da una malattia che non esiste? Da qualcosa che non si sceglie? Nessuno si è mai sognato di dire a una persona di guarire dall’eterosessualità. E dunque come mai invece ci preme così tanto far guarire un omosessuale? Non abbiamo nessuna crociata da fare in nome di chissà quale norma sociale o religiosa, non ci sono buoni o cattivi. C’è soltanto da riconoscere l’altro e da accettarlo nella sua diversità, che poi è anche la nostra. Non siamo categorie, non siamo solo uomini o donne, etero o gay, noi siamo persone e come tali i diritti ci devono essere garantiti. I diritti sono per tutti, bianchi, neri, gialli, gay ed etero, bisogna difenderli sempre e ad ogni costo. Tutti insieme, riconoscendoci comunità, possiamo rendere il mondo un posto migliore.

Francesca Pappacena, Psicologa, attivista per i diritti civili, Referente Regionale Croce Rossa LGBT, discriminazioni e violenze. Scrive poesie, brevi racconti senza finale e si interroga su tutto

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