il Bugiardino

Tra Mito, Poesia e Radici profonde.

C’era una volta il Mito o meglio…i Miti.

La nostra storia, questa volta, inizia così. E come tutti i racconti di confine – quel confine tra realtà e metafora – leggiamola insieme sotto un duplice punto di vista: come interpretazione suggestiva a cavallo tra fenomenologia e spiritualità e come testimonianza dello sforzo che ci vede andare oggi alla ricerca di un Umanesimo sempre più vivo, profondo e palpitante che non ci faccia annegare nel mare magnum del nichilismo contemporaneo.

Ogni Mito è una storia che illustra un avvenimento accaduto “in illo tempore” e che per questo costituisce un precedente di riferimento per tutte le azioni o, come si direbbe oggi, le “situazioni” in cui quell’accadimento è replicato o si replica nel tempo.

Nella prospettiva contemporanea il Mito, insomma, abolisce la storia per come noi la intendiamo. Ma occorre precisare che, per il fatto che i Miti raccontano ciò che avvenne “in illo tempore”, essi stessi sono una storia esemplare della Comunità che li ha conservati. Ma si tratta, come dicevamo, non di una storia nel senso odierno della parola, fatta di avvenimenti irripetibili che si susseguono, ma di una storia esemplare che può ripetersi uguale a sé stessa nella sostanza e non si esaurisce in un’unica manifestazione cronologica.

L’uomo arcaico, l’uomo dell’età mitica, potremmo dire noi, sente il bisogno di mostrare continuamente le prove dell’avvenimento primordiale che il Mito ha cristallizzato e la funzione esemplare che viene attribuita agli avvenimenti che si considerano accaduti in origine, dimostra l’interesse di quell’uomo per le realtà che sono paradigmatiche di qualcosa.

Gli storici dell’antichità, ad esempio, davano al passato il significato di esempio da imitare assolutamente, quasi fosse un concentrato di tutto ciò che l’Umanità doveva continuare a fare per essere se stessa e non snaturarsi. Il passato diventava appunto storia “esemplare”, archetipo ideale, punto di riferimento cui uniformarsi nella vita e nelle azioni quotidiane.

Ma ogni Mito è destinato, con il trascorrere del tempo, a degradarsi pian piano ed a trasformarsi in leggenda, in folklore, in ballata, in racconto memorabile, in nostalgia o in semplici ricordi da tramandare.

Anche qui, un esempio per meglio comprendere: i riti di passaggio, le prove affrontate nel corso delle iniziazioni spirituali, lasciano traccia nel racconto degli ostacoli superati dagli eroi delle narrazioni epiche o drammatiche. Le sofferenze e le fatiche di Ulisse o di Enea, per dirne una, altro non sono che il racconto delle sofferenze e degli ostacoli, rituali e non, che l’uomo incontra nel cammino spirituale verso la piena realizzazione di sé, verso il conseguimento di quella centralità interiore che è il presupposto di ogni forma di vittoria sui vincoli materiali ed effimeri del caos, del mondo indistinto delle apparenze e dei condizionamenti di tutti i tipi.

E la visione mitologica archetipica continua a creare punti di riferimento ideali anche quando scende ancora più di livello con il trascorrere dei secoli. Come è accaduto con il mito delle Isole Felici o del Paradiso Terrestre, di cui si è occupata addirittura la scienza della navigazione fino all’epoca delle grandi scoperte marinaresche. Un riferimento per tutti: i navigatori portoghesi e spagnoli, i “conquistadores” che hanno cambiato la storia dell’Europa con le loro imprese attraverso ed al di là degli oceani, si proponevano, sì, un fine economico, la individuazione della Via delle Indie, ma immaginavano anche di giungere, attraverso quelle rotte, a scoprire l’Isola dei Beati, il Paradiso Terrestre, il mitico Eldorado…e molti credettero a lungo di averli scoperto davvero!

E che dire, poi, della lunga, lunghissima marcia di Alessandro Magno, dalla Macedonia fino all’India remota ed oltre ancora, alla ricerca di un qualcosa che andava ben al di là della mera conquista territoriale, tanto da lasciar intravedere il bisogno di una vera e propria geografia mitica, di una geografia dello spirito, di un vero e proprio cammino interiore destinato a non finire mai, se non con la vita del Condottiero.

Insomma l’Uomo, volente o nolente, è prigioniero delle sue intuizioni che si riferiscono al Mito, ai miti, perché il desiderio di assoluto, fortunatamente, non può essere cancellato del tutto, ma può degradare e continuare a sopravvivere anche in forme nascoste e sotterranee, anche come semplice nostalgia di un’epoca d’oro, creatrice inconsapevole di arte, di mistica, di musica, di poesia.

Appunto…di Poesia.

E la Poesia, la “poiesis” creatrice, è forse la forma più alta di attualizzazione di miti antichissimi, di storie paradigmatiche che partendo da quell’ “illo tempore” di cui abbiam detto, si sono ripetute e si ripetono, trasformandosi e scorrendo, attraverso mille rivoli diversi e mille diverse sembianze nel corso dei millenni, per giungere poi fino a noi.

Il nostro mondo, quello in cui viviamo oggi, il nostro “occidente” che ha perso la forma e l’impronta del passato creatore di Storia per scivolare sempre più verso continue paradossali e tragiche derive ed avvitarsi su se stesso e sul suo relativismo del pensiero, riesce a creare sempre meno poesia e, laddove ci riesce, non la crea, ma la “produce” ed essa ha connotati spesso esclusivamente narcisisti, individualisti, autoreferenziali che nulla hanno a che spartire con la forza creatrice originale dell’atto poetico.

Ma il mondo è vasto e la Tradizione che nasce dal Mito oggi, magari, affiora dove meno ce l’aspettiamo. Forse dobbiamo imparare a guardare di più e con occhio diverso ad altri mondi, ad altre culture, antiche quanto la nostra, ma meno devastate dalla nostra volontà distruttiva, anche se lontane e distanti, e guardarle con meno supponenza e con più attenzione che non sia mera curiosità antropologica o deleterio multiculturalismo “progressista”, ideologico e sciatto.

Forse, in questo altrove, la forza creatrice della Poesia riesce ancora a rinverdire, a rinnovare miti vecchi come il mondo che possono continuare a svolgere un ruolo positivo nella società contemporanea.

Faccio ancora un esempio semplicissimo e senza allargarmi. Oggi, le ragazze ed i ragazzi che vivono in Iran, l’antica Persia, studenti universitari e dei licei, amano andare in gita o in viaggio, da soli o in comitiva, a Shiraz, città solare, luminosa e bellissima, ai piedi dei monti Zagros. Vanno a visitare il Mausoleo dove è la tomba di Hafez di Shiraz, il grande poeta e mistico persiano la cui creazione artistica è stata paragonata, dagli studiosi di tutto il mondo, a quella dei trovatori provenzali o dei poeti del nostro stilnovismo, per la forte carica sapienziale e simbolica dei versi che, dietro al linguaggio apparente della bellezza e dell’amore in tutte le sue gradazioni, celano un messaggio, antichissimo e per certi aspetti iniziatico, di elevazione interiore e di ricerca e scoperta della Verità e della Via all’interno di noi stessi.

In Iran, Hafez di Shiraz è considerato dai giovani tutti – e sottolineo tutti – un punto di riferimento culturale e spirituale sul quale meditare e dal quale imparare. Da noi, a stento i giovani conoscono Dante e mai si sognerebbero, comunque, di andare a visitare la sua tomba, a Ravenna, per trarne ispirazione, ammesso che tutti sappiano dove il sommo poeta riposa.

Nella storia dei popoli, proiettata verso il futuro, non sono differenze di poco conto.

Non è cosi? Forse è il caso di pensarci un poco e magari iniziare a porvi rimedio: siamo ancora in tempo!

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali

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