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Ischia. L’isola verde e le leggende

Le isole di Ischia e Procida in tempo molto antico si separarono dalla regione flegrea a causa del lento sprofondarsi sotto il livello del mare della zona intermedia, interessata dai fenomeni vulcanici ancora in atto. In seguito a diverse potenti eruzioni vulcaniche avvenute negli ultimi 150.000 anni, a poco a poco si formò Ischia, la cui base è profonda ben cinquecento metri sott’acqua mentre la sua vetta più alta, il Monte Epomeo, raggiunge i 788 metri.

Il Monte Epomeo è un vulcano spento che non fa più paura, ma tutta la zona è ancora in piena attività ignea, come dimostrano le numerose fumarole che si studiano nei fondali marini e le acque termali radioattive che permettono di curare gli svariati mali dell’uomo.

Secondo lo scrittore Willis George Emerson, nel suo Il Dio fumoso o il Viaggio nella Terra Cava, il Monte Epomeo sarebbe uno dei punti di accesso al misterioso mondo sotterraneo di Agarthi, che si troverebbe al centro della terra, insieme ai due Poli, alle Piramidi di Giza e al deserto del Gobi in Mongolia.

Secondo gli esperti oggi l’isola ha trovato un equilibrio stabile ma alcune migliaia di anni fa i frequenti cataclismi di natura vulcanica fecero sì che Omero raccontasse di Ciclopi, Centimani e Titani che in quella zona lanciavano enormi massi di fuoco contro gli ignari viandanti e che spesso provocavano la morte degli imprudenti che si accostavano troppo ad essi.

I primi abitanti di Ischia furono le popolazioni osche, che risalgono all’età della pietra levigata e a quella del bronzo.

I materiali archeologici dell’età del ferro sono invece molto più numerosi e, sulla collina di Castiglione, sono state rinvenute ciotole, anfore, vasi di terracotta finemente decorati, anche di fabbricazione micenea, per cui è facile ipotizzare la presenza di rapporti commerciali con le isole egee prima dell’VIII secolo a.C.

I Greci che approdarono a Ischia la chiamarono Pithecusa, isola delle scimmie, perché si narra che gli antichi abitatori, chiamati Arimi o Cercopi, si fossero alleati con i Giganti che mossero guerra a Zeus. Dopo che questi ultimi furono sconfitti dal dio greco, i Cercopi, indispettiti, lanciarono fuoco, fiamme, ceneri e lapilli sulla terra, distruggendo ogni cosa. Fu allora che Zeus, per punirli, li trasformò in enormi scimmie, i cercopitechi.

Plinio il Vecchio e altri sostengono invece che il nome Pithecusa non provenga da pithekos, scimmia, ma piuttosto da pithos, anfora, riferendosi ai bei vasi in terracotta che si facevano sull’isola, in particolare anfore per il vino, come testimoniato da molti reperti archeologici rinvenuti.

Ma se degli antichi tesori d’arte e cultura antica non è rimasto quasi niente, sia per l’incuria che per i continui saccheggi, con l’avvento del Cristianesimo a Lacco Ameno troviamo la bella Chiesa di Santa Restituta, una vergine cartaginese che abbracciò la nuova religione facendo anche molto proselitismo alla sua epoca.

La leggenda narra che il governatore romano di Cartagine la fece sottoporre a orrende torture fisiche e morali ma ella non abiurò la sua fede. Gettata agonizzante in una barca piena di catrame e pece, fu portata al largo e venne dato fuoco all’imbarcazione. Le fiamme però la risparmiarono, investendo invece la barca dei suoi aguzzini, mentre la fanciulla riversa nel suo fragile scafo miracolosamente approdò alla spiaggia di San Montano che si ricoprì di bianchi e profumati gigli che ancora oggi vengono chiamati gigli di Santa Restituta.

Una matrona romana, anche lei cristiana, quella notte fu visitata da un angelo che le disse di correre alla spiaggia dove avrebbe trovato un corpo santo. Lì infatti giaceva la povera fanciulla e le sue spoglie furono prima seppellite sul Monte Vico e poi, nel 313 d.C., nella Basilica paleocristiana di Lacco Ameno.

Con la caduta dell’impero romano tutte le splendide città del golfo di Napoli andarono incontro a un amaro declino. Dopo la terribile eruzione del 1302, sull’isola verde fu costruito il Castello Aragonese, abitato da nobili, soldati e servi, una vera e propria cittadella che ospitava migliaia di persone e questo luogo ancora oggi conserva affascinanti e insoluti misteri.

Il Convento delle Clarisse, ubicato a ponente del Castello Aragonese, fu fondato nel 1575 dalla nobildonna Beatrice Quadra, vedova d’Avalos, che vi si trasferì con quaranta monache e, nei sotterranei, c’è il Cimitero delle Monache, caratterizzato dalla presenza di sedili in muratura, con un buco al centro, per la pratica della doppia sepoltura, diffusa a Napoli dalla presenza di putridarium, detti scolatoi o terresante.

Da tali scolatoi deriva la maledizione napoletana puozze sculà, ovvero che tu possa essere seduto, da morto, su questi sedili bucati in modo che i tuoi liquidi corporei colino essiccando il tuo cadavere fino a trasformarti in una mummia.

Al Cimitero delle Clarisse quindi le monache, una volta defunte, venivano poste vestite e sedute sui freddi sedili di pietra e lasciate in tale posizione per far scolare i liquidi, raccolti in vasi di argilla. Una volta essiccate, le salme venivano poi sottoposte a sepoltura negli ossari. Secondo tradizione, le monache facevano visita ogni giorno alle sorelle defunte, meditando sulla fragilità del corpo e sull’importanza del curare e nutrire lo spirito. La scolatura, quindi, rappresentava una sorta di passaggio dell’anima prima di ascendere al Regno dei Cieli.

Chiuso nel 1810, i cadaveri delle monache del Convento vennero trasferiti nel cimitero di Ischia.

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità

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