Quando Napoli era Hollywood

Giugno 1, 2021 by rubrica: I racconti di Partenope

Partenope film, Vesuvio film, Polifilm, Dora film, sono alcune delle numerose case cinematografiche che nacquero a Napoli agli inizi del ‘900, a seguito della passione per il cinema che travolse il pubblico.

Nella città Partenopea l’interesse per l’invenzione dei fratelli Lumiere, avvenuta nel 1895, fu quasi immediato: infatti già l’anno successivo, al Salone Margherita, all’interno dello spettacolo di varietà, furono proiettati documentari di pochi minuti dei fratelli francesi.

In quel periodo le pellicole registravano scene di vita quotidiana, come quelle della durata di 4 minuti che gli stessi Lumiere girarono a Napoli, filmando il ritorno dalla pesca, la passeggiata alla Marina e a Santa Lucia, il Vesuvio fumante e Porta Capuana.

Universalmente l’invenzione del cinema è attribuita ai Lumiere,i quali conclusero un percorso già avviato da Edison con il Kinetoscopio, che consentiva a un solo spettatore, inserendo una moneta in una macchina, di vedere immagini in movimento; ma la circostanza curiosa è che i Lumiere erano stati preceduti in realtà dall’invenzione dell’ italiano Teofilo Alberini, il quale nel 1894 aveva presentato, per il brevetto, il suo Kinetografo al Ministero dell’Industria e del Commercio che, però, a causa dei soliti ritardi burocratici, l’approvò solo l’anno successivo, pochi giorni dopo la prima proiezione dei Lumiere!

Kinetoscopio

Una sorte analoga sarebbe toccata, più tardi, a Giovanni Rappazzo, un siciliano che inventò nel 1914 il cinema sonoro, brevettandolo poi nel 1921. Andò in cerca di coraggiosi finanziatori, inviando in Italia e all’estero la sua invenzione, ma senza trovare aiuti: alla scadenza del brevetto, a seguito di personali difficoltà economiche, non potette rinnovarlo e perse la possibilità di sfruttarlo commercialmente. La casa cinematografica americana Fox, cui Rappazzo aveva mandato la sua invenzione, lo seppe, e non essendovi più diritti, si impadronì dell’idea.

I film, però, avevano bisogno di un luogo dove essere proiettati; di conseguenza, nel 1898, a Napoli, il padovano Mario Recanati aprì all’interno della Galleria Umberto, un grande negozio di grammofoni e dischi e, per attirare la clientela, a scopo pubblicitario proiettava, all’interno di una sala, film che venivano dalla Francia al costo di 10 centesimi al biglietto: la Sala Recanati è stato il primo cinema di Napoli, seguita da molte  altre, tanto da essere la città con più sale cinematografiche in Italia: nel 1907 ce ne erano ben 27.

L’invenzione dei Lumiere capitò all’inizio di un secolo che prefigurava meraviglie nel campo tecnologico: il telefono, il grammofono, la luce elettrica ecc. entusiasmarono a Napoli il giovane avvocato Roberto Troncone che fu il pioniere della cinematografia partenopea: affascinato da questo apparecchio miracoloso comprò una macchina da presa di legno e girò nel 1900 il primo cortometraggio napoletano: Il ritorno delle carrozzelle da Montevergine.

Successivamente, con l’aiuto dei due fratelli fotografi continuò a girare documentari di breve durata ma l’occasione che lo rese famoso fuori dall’Italia fu il filmato ripreso dal vivo dell’eruzione del Vesuvio del 1906: mai prima si era vista sullo schermo la potente immagine di una tale spaventosa catastrofe naturale.

Troncone, che aveva cominciato a guadagnare con le sue pellicole, fondò la Partenope film e costruì in una villetta del Vomero, in via Solimene, un teatro di posa in cui cominciò a girare i suoi film.

Napoli contendeva a Torino e Milano il ruolo di capitale del cinema, perché favorita da panorami  naturali e da personaggi della strada che di per sé rappresentavano l’ideale sfondo per girare film: la città era un set cinematografico a cielo aperto con le sue miserie, la delinquenza, l’onore, la famiglia; per realizzare una pellicola si diceva che bastava avere un giovane che moriva, una madre che piangeva, un guappo ucciso e una ragazza abbandonata; film caratterizzati da un genere realistico, passionale, romantico che rifletteva i sentimenti popolari, mentre altrove si producevano film a sfondo storico come La Presa di Roma , Gli Ultimi giorni di Pompei e quel capolavoro del film muto titolato L’Inferno della durata di ben 68 minuti del 1911. Ispirato all’opera di Dante mostrava molti corpi nudi dei dannati, ma la censura non intervenne perché fu creata solo due anni dopo.

I film erano accompagnati da un’orchestrina che seguiva l’azione scenica: quando, ad esempio, sul lenzuolo appariva un cannone che sparava il colpo, il tamburo doveva rullare in contemporanea come un’esplosione; e in qualche cinema due persone, poste accanto allo schermo, leggevano le didascalie delle parole che pronunciavano gli attori, poiché la maggior parte del pubblico era analfabeta.

La mania dei napoletani per il cinema fu tale che anche al Vomero, quartiere collinare sorto da pochissimi anni, si sentì la necessità di aprire una sala cinematografica: la prima, in via Scarlatti, fu inaugurata nel 1913, e si chiamò Ideal, lì dove oggi si trova la galleria Zara.

Il Vomero era un’oasi di tranquillità, piena di verde e ben si adattava al cinema, tanto che nel 1915 vi nacque la casa cinematografica Polifilm con sede e teatro di posa in via Cimarosa.

Quattro anni dopo, la società sull’orlo del fallimento fu acquistata da Gustavo Lombardo, noto per essere stato il primo in Italia a creare una rivista interamente dedicata al mondo cinematografico, la Lux, il quale con la sua Lombardo film produsse un gran numero di pellicole con protagonista la moglie, l’attrice Leda Gys, anagramma del nome dell’artista, Giselda.

In quel capannone di via Cimarosa, ove sulla facciata di un edificio moderno oggi c’è una targa che ricorda il luogo dove sorgeva la sede cinematografica, furono girati gli interni dei film, mentre per gli esterni si girava a Villa Del Gaudio, poco distante, che si trovava a via Luca Giordano, angolo via Solimene.

La Lombardo film cambiò poi il suo nome in Titanus, che è stata una delle più importanti case di produzione italiane con centinaia di film, fra cui Il Gattopardo.

Sempre intorno agli anni ’20 del secolo scorso un altro napoletano cominciò a muoversi nel campo del cinema, Peppino Amato, suocero dell’attore Bud Spencer, che produrrà in seguito film come Don Camillo e soprattutto La Dolce vita.

Il cinema era così popolare che E. A. Mario, famoso autore della Leggenda del Piave e di tante altre celebri canzoni, compose Cinematografo: un uomo, avendo scoperto di essere tradito dalla moglie, la porta al cinema a vedere il film Ammore tragico, che racconta la storia di un tradimento simile alla sua: la moglie capisce che il marito sa tutto e lui la uccide nella sala come fa contemporaneamente l’attore sullo schermo. Ci sono tutti i caratteri di quella che sarà la sceneggiata.

La produzione cinematografica napoletana era molto seguita in America, dove gli emigrati amavano vedere pellicole che raccontassero storie della loro terra e addirittura commissionavano documentari con riprese di immagini dei loro paesi d’origine da poter vedere, nostalgicamente, nella loro nuova Patria.

Alcuni dei film di matrice napoletana, che si ritenevano perduti, sono stati reperiti in cineteche americane o fra i documenti dei discendenti degli emigrati; fra questi è stata ritrovata Napoli che canta, bellissima pellicola del 1926 girata in Costiera amalfitana e a Napoli da Roberto Roberti, il padre del famoso regista Sergio Leone. Questo bel lavoro è stato rielaborato nel 2004 con un accompagnamento musicale di famose canzoni napoletane dalla cantante Giuni Russo.

In questo mondo di uomini spicca, però, la figura femminile della salernitana Elvira Coda, moglie del fotografo napoletano Nicola Notari con il quale fonda la Dora film. Questa donna è una delle prime al mondo a dirigere film.

Dal 1906 al 1929 girerà 60 pellicole a carattere popolare con scugnizzi, guappi, donne sanguigne, una umanità di strada che anticipa di anni il cinema neo-realista. I suoi film hanno successo al Meridione e in America, perché raccontano i sentimenti, la vita reale.

Questo tipo di cinema si scontrerà poi con il Fascismo che non tollerava la rappresentazione di un’Italia misera e dolente, nella fase in cui il Regime cercava di dare agli occhi del mondo l’immagine di un Paese che cambia.

La censura intervenne ripetutamente sui film della Notari tanto che la Dora film nel 1929 cessò la sua attività.

Donna Elvira, soprannominata la Marescialla, è stata una regista severa e autoritaria, ricordata anche per essere autrice di documentari come quello sul Processo Cuocolo, in cui si rivelarono i rapporti fra Camorra e società napoletana, il primo maxiprocesso.

Ormai quell’epoca d’oro del cinema napoletano era alla fine, sia per la crisi economica avutasi dopo la prima guerra mondiale sia per l’arrivo sul mercato cinematografico dei film americani; il Regime, inoltre, che puntava molto sulla potenza delle immagini, invogliò con agevolazioni molti cineasti a trasferirsi a Roma. E poi era anche arrivato il cinema sonoro.

Ai Napoletani, però, restò la bella soddisfazione del primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore del 1930, diretto dal campano Gennaro Righelli.

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia

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