MORTE BIANCA

Luglio 1, 2021 by rubrica: Pensieri e parole

Un giorno qualunque di un anno qualunque: una persona si sveglia la mattina, fa colazione, si veste, saluta i propri cari, va a lavoro, rientra a fine giornata lavorativa e si riunisce alla propria famiglia.

Un giorno qualunque di un anno qualunque: una persona si sveglia la mattina, fa colazione, si veste, saluta i propri cari, va a lavoro e poi … e poi un incidente mortale sul luogo del lavoro e non rientra più a casa, non si riunisce più alla propria famiglia.

La chiamano morte bianca o morte verde nel settore agricolo, come se la morte scegliesse l’abito da indossare prima di prendere la sua mannaia e colpire, improvvisamente, senza pietà.

È forse la tonalità del colore dell’abito attribuito alla morte a stabilire l’intensità del dolore di un genitore, di un nonno/nonna, di un fratello/sorella, di un marito/moglie, di un figlio/figlia che perde un proprio caro per un incidente sul lavoro? C’è forse un registro per le morti bianche, uno per le morti verdi e uno per la morte dovuta ad altre cause?

 La morte non è mai razionalmente accettabile, la perdita di una persona cara determina una frattura esistenziale destinata a non cicatrizzarsi, in qualche modo si continua a vivere perché bisogna proseguire il proprio percorso di vita ma, quando un familiare muore sul luogo di lavoro nello svolgimento della sua mansione lavorativa, l’inaccettabilità della morte diventa ancora più forte e impossibile.

Questa breve argomentazione non vuole puntare il dito contro nessuno perché si presume e si spera che chiunque abbia un ruolo direttamente o indirettamente nell’accaduto abbia coscienza, dovere e rispetto di assumersi la propria responsabilità e conseguenza umana, civile e penale.  

La sicurezza del lavoratore dovrebbe essere ed è teoricamente fondamento dell’intera struttura organizzativa del luogo di lavoro; tante pagine scritte, infiniti discorsi e dibattiti sulla sicurezza e tutela del lavoratore in sede. Un confronto costante di rapporti annuali di vittime per incidenti sul lavoro e consequenziali indagini atto a valutare la percentuale dei morti dell’anno oggetto di studio con la relativa individuazione delle cause e delle responsabilità.

Un discorrere continuo di teorie, di numeri, di percentuali, di grafici, di relazioni statistiche la cui utilità, sovente, è comprensibile solo agli esperti del settore. Un’intera branca di studio è dedicata all’organizzazione del lavoro e della sede lavorativa. Il lavoratore, pertanto, in teoria dovrebbe essere protetto senza margine di errore nello svolgimento della propria attività professionale, eppure in qualsiasi periodo storico al di là del livello d’industrializzazione e del progresso tecnologico raggiunto, il registro degli incidenti mortali sul lavoro è sempre in attivo con l’ingresso di vittime di qualsiasi età ed etnia proveniente da ogni contesto lavorativo con la nota morte bianca dove l’aggettivo bianco in quest’ ambito indica l’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente.

 Sicuramente, però, non è casuale se a partire dagli anni ’60 sovente viene adottata anche l’espressione omicidi dal lavoro per evidenziare la responsabilità dei settori di produzione per la scarsa sicurezza sul lavoro.

 Inevitabile riconoscere che l’uomo invisibile alberga solo nel mondo immaginario e fiabesco e quindi non può essere responsabile dell’incepparsi di un macchinario che risucchia un operaio, del crollo improvviso di un pontile che travolge un manovale e di tanti altri sinistri mortali classificati come un rarissimo caso, un imprevisto, una distrazione o mancanza nei controlli etc. affiancati sempre dalla solita e classica domanda:

 un evento teoricamente impossibile da verificarsi, ma non impossibile da prevedere? 

Una domanda destinata ad essere costantemente oggetto d’indagine, di discussione tra i professionisti chiamati a intervenire ed indagare, ma anche tra i colleghi di lavoro e i familiari della vittima, tra le persone comuni che sempre più spesso ascoltano, guardano, leggono sui quotidiani casi di morte sui luoghi di lavoro. Una domanda che inizialmente crea sempre scalpore ma che in seguito, sovente, viene archiviata come senza risposta. 

La notizia del nuovo caso rimbalza da un telegiornale all’altro determinando in tutti dolore, incredibilità, stupore e inaccettabilità del come sia potuto accadere per l’ennesima volta che un’altra vita sia stata stroncata sul posto di lavoro. Sofferenza e ira di tutti, inevitabilmente, si affiancano allo strazio dei familiari della vittima con la speranza comune, ogni volta, che il registro delle morti bianche e verdi non segni più nuovi ingressi e invece nel 2021 accade ancora che … 

un giorno qualunque: una persona si sveglia, fa colazione, si veste, saluta la propria famiglia, va a lavoro, e poi … e poi un incidente sul lavoro gli troncherà improvvisamente la vita…

 Imprevisto? …. Disgrazia?….. Casualità?..

Spiegatelo ai familiari della vittima…  

Chiamatele pure morti bianche.

Ma non è il bianco dell’innocenza

Non è il bianco della purezza

Non è il bianco candido di una nevicata in montagna.

È il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto occhi spalancati dal terrore dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.

Un attimo eterno che toglie ogni speranza l’attimo di una caduta da diversi metri, dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni, del trattore senza protezioni che sta schiacciando, dell’impatto sulla strada verso il lavoro, del frastuono, dell’esplosione che lacera la carne, di una scarica elettrica che paralizza il cuore.

È un bianco che copre le nostre coscienze e il corpo martoriato di un lavoratore. È il bianco di un tramonto livido e nebbioso di una vita che si spegne lontana dagli affetti di lacrime e disperazione per chi rimane.

Anche quest’anno oltre mille morti, vite coperte da un lenzuolo bianco.

Bianco ipocrita che copre sangue rosso e il nero sporco di una democrazia per pochi.

Vite perse per pochi euro al mese

 da chi è spesso solo moderno schiavo

Carlo Soricelli

Anna Maria Fiscale: sociologa, specializzata in analisi qualitativa della ricerca sociale e in management dei servizi sanitari

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