Appunti di sociologia delle masse.

Agosto 1, 2021 by rubrica: La stanza di Psiche

Il filosofo, saggista e compositore tedesco Friedrich Nietzsche ha definito, nel 1800, la massa come un insieme di individui mediocri, nel quale trionfa la quantità (numerica) sulla qualità (delle azioni).

Sigmund Freud, psicoanalista e neurologo, l’ha rappresentata come “un’entità provvisoria, costituita da elementi eterogenei” descrivendola ampiamente nell’opera Psicologia delle masse e analisi dell’io.

La psicologia moderna descrive la massa come un insieme di persone senza un ruolo nella società, incapaci di agire autonomamente.

Spesso si tende a equiparare i concetti di folla e massa, mentre la differenza c’è ed è notevole: l’elemento, infatti, che li differenzia è dato dalla presenza fisica dei componenti della folla rispetto a quelli della massa: in quest’ultima, infatti, manca la partecipazione delle persone nello stesso luogo (una manifestazione di piazza costituisce una folla, milioni di telespettatori che guardano una partita in TV si definiscono massa).

L’aspetto, invece, che li unisce, è che, sia nel caso della folla che in quello della massa, l’esistenza dell’aggregazione è limitata nel tempo ed il raggruppamento si scioglie quando si è raggiunto, o si è pensato di raggiungere, lo scopo: non di rado può accadere che, semplicemente, la massa come è nata si disgrega, complici il tempo e la bassa concretezza delle aspettative dei suoi componenti.

“Ciò che tiene unita una massa non è la suggestione ipnotica, bensì l’investimento libidico nei confronti di figure da tutti amate/temute, che costituiscono un surrogato del grande padre per i bambini piccoli, che lo adorano, lo sentono onnipotente, lo temono molto, ma, al tempo stesso, si sentono da lui protetti” (Sigmund Freud).

All’interno della massa avviene una importante trasformazione nella psiche dell’individuo: il singolo, infatti, si adegua agli altri, demolendo le proprie capacità di autonomia, pensiero, decisionalità.

La massa tende a dimenticare ciò per cui si era formata e possiede scarsa, o nulla, capacità di giudizio obiettivo.

I comportamenti attuati dalla massa sono quasi sempre impulsivi, legati al qui ed ora, privi di logica e coerenza; di conseguenza, essi possono risultare deleteri ed eticamente scorretti.

Quanto detto, si rispecchia nel concetto di “banalità del male” magistralmente elaborato da Hannah Arendt, secondo la quale le azioni malvagie non sono dovute all’indole maligna di una persona, quanto piuttosto all’inconsapevolezza delle conseguenze delle azioni stesse.

Hannah Arendt

Emergere dalla massa significherebbe discostarsi dal pensiero comune e pochi, per indole e coraggio, riescono ad attuare questo passaggio: più facile adeguarsi al comune pensiero e alle comuni vedute piuttosto che allontanarsene; più semplice abbandonare il pensiero critico individuale a favore del comportamento da gregge; più conveniente, per quanto poco dignitoso, lasciarsi trascinare alla corrente e cercare qualcosa cui dopo, eventualmente, aggrapparsi per non affondare.

La marea, però, non sempre è clemente e non sempre restituisce quanto si è perso: dignità, rispettabilità e amor proprio rischiano di restare in balìa delle onde e di infrangersi, per sempre ed irrimediabilmente, su un imprevisto scoglio a riva.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)

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