Raimondo de Sangro e la Cappella di Sansevero

Agosto 1, 2021 by rubrica: I racconti di Partenope

Sulla figura del leggendario principe, filosofo, alchimista, astronomo, uomo d’armi, mecenate, studioso di fisica e grande iniziato la fantasia popolare si è sbizzarrita a tal punto che ancora oggi è difficile separare la realtà dal macabro mito.

Raimondo de Sangro, principe di San Severo, è certamente uno degli uomini più enigmatici e inquietanti del recente passato. Nato il 30 gennaio 1710 a Torremaggiore ma vissuto a Napoli fino alla misteriosa morte, il suo comportamento, i suoi studi e le insolite abitudini di vita gli hanno creato una fama, discutibile, ma certamente duratura.

Don Raimondo, così come viene ancora chiamato dai suoi ammiratori, rimane un polo d’attrazione per la città di Napoli; il suo Palazzo e la Cappella di famiglia da lui fatta ristrutturare in modo personalissimo rappresentano alcune delle mete preferite dei turisti e degli attenti ricercatori.

Il casato di questo principe risale ai tempi dei Normanni e lui, venuto al mondo terzogenito dalla illustre famiglia che vide i primi due figli morire in tenerissima età, si distinse subito non solo per l’intelligenza acuta e brillante ma anche per il suo carattere fermo e ribelle che nessuno poteva dominare.

La sua vita rispecchia l’epoca in cui ha vissuto, periodo d’oro della città di Napoli, a quel tempo capitale del Regno delle Due Sicilie e nucleo propulsore del movimento artistico, scientifico e culturale d’Europa.

Il curriculum scolastico di questo Archimede Pitagorico fu brillantissimo, così come la breve parentesi militare che lo vide volontario contro gli eserciti austriaco e piemontese.

Di lui si sono dette cose terribili, alcune legate alla ferocia dimostrata in guerra e altre alla sua poliedrica personalità che, a quei tempi, aveva qualcosa di miracolistico tanto da acquisire odore di zolfo…

Sposatosi felicemente con la duchessa Carlotta Gaetani d’Aragona, perse i primi quattro figli molto piccoli e poi ebbe l’agognato discendente. Morì nel 1771 e la sua biografia narra anche, forse per il gusto di spaventar la gente, di aver carbonizzato e poi riportato in vita alcuni granchi di fiume; di rendere potabile l’acqua di mare; di aver costruito una carrozza che scorreva sulle acque come se fosse sulla terra ferma e di aver costruito una lampada eterna, alimentata da una sostanza misteriosa a cui era stata aggiunta polvere di crani umani…

Si racconta che avesse impalato più di mille nemici, che avesse costruito sette sedie con la pelle di sette cardinali, che avesse fatto accecare lo scultore Sammartino dopo avergli fatto realizzare la splendida scultura del Cristo velato, per impedirgli di ripetere un simile capolavoro, e che dagli enormi finestroni che affacciano su vicolo San Severo apparivano lingue di fuoco colorate, vapori, luci infernali e si udivano rumori sordi e boati che facevano tremare il selciato e le mura del palazzo.

Salvatore di Giacomo lo definì il Nostradamus napoletano; fatto sta che don Raimondo della sua esperienza umana ne ha creato una leggenda degna del più emozionante thriller di Alfred Hitchcock, ammantandosi non solo di titoli nobiliari ma anche di mistero, stregoneria, stravaganza ed aperta ribellione.

Nel 1750 entrò in Massoneria e dopo circa un mese venne nominato Gran Maestro per il Regno di Napoli. Sulla celebre statua del Cristo velato fece inserire anche i simboli della setta che risultano coperti da un impalpabile velo di marmo.

 Nel 1751 re Carlo di Borbone, per assecondare le pressioni papali, mise però fuorilegge la Massoneria e nominò un consigliere di vigilanza su tutto il territorio. E don Raimondo, prima ancora che gli arrivasse il veto, abiurò la sua appartenenza alla setta e volle confessarsi per essere assolto dalla Chiesa.

Nondimeno, l’essere entrato in una confraternita osteggiata dal Papa, l’essere pervenuto alla carica più alta in soli trenta giorni e il non aver rivelato alcun segreto della Massoneria nonostante l’abiura, non lo fece vedere di buon occhio da molti suoi contemporanei che lo considerarono sempre in odore di zolfo.

Questo ambiguo aspetto della sua natura si esalta poi nella creazione del suo capolavoro: la Cappella di San Severo, ubicata nel cuore dell’antica Napoli, dietro la Chiesa di San Domenico Maggiore.

Questo tempietto fu inizialmente costruito come cappella funeraria di famiglia da Giovanni Francesco de Sangro nel 1590 e rinnovata dal figlio Alessandro circa mezzo secolo dopo.

La Cappella di famiglia rispecchiava il gusto barocco del ‘700 napoletano, fu da lui riprogettata e fatta ristrutturare e decorare fra il 1749 e il 1766 dai maggiori artisti dell’epoca, che operarono sotto la sua specifica direzione, e presenta emblemi e simboli non solo massonici ma legati alla più alta tradizione essoterica egizia e cabalistica.

Benché la Cappella suscitasse l’indignazione del marchese di Sade, in visita a Napoli nell’inverno del 1775, che non esitò a definirla il colmo del cattivo gusto, l’aspetto più insolito e interessante del luogo è rappresentato sicuramente dai numerosi gruppi scultorei, veri e propri capolavori sia per bellezza, sia per il simbolismo iniziatico di origine egizia e massonica che viene dipanato dopo un’attenta e progressiva osservazione.

A parte il Cristo velato, anche il Disinganno del Queirolo e la Pudicizia del Corradini risultano rispettivamente ricoperte da una rete e da un velo e la perfezione di queste opere ha avvalorato la credenza che il principe avesse scoperto il sistema per marmorizzare stoffe e tessuti che, posti sulle statue, risultavano come scolpiti.

Nella cripta della Cappella poi vi sono le famigerate macchine anatomiche, tuttora oggetto di dispute da parte degli studiosi in quanto molti sostengono che, ben lungi dall’essere macchine create dalla fervida fantasia e abilità del principe, siano invece i resti di due schiavi negri, un uomo e una donna, a cui avrebbe iniettato da vivi una sostanza che servì a metallizzarne il sistema venoso e arterioso.

La morte del Principe fu misteriosa quanto la sua vita. Ufficialmente avvenne a causa di un’infezione a una mano contratta nel corso di esperimenti alchemici, ma la storia del popolino la racconta in altro modo: il suo cadavere non fu mai trovato, e la leggenda narra che nei sotterranei del suo Palazzo, forse comunicanti con quelli della regio nilensis poco distanti, don Raimondo avesse scoperto il segreto dell’immortalità.

Come Osiride, il dio egizio, si dice che il Principe chiese a un servo fidato di essere tagliato in quaranta pezzi e rinchiuso in una cassa, riposta in un luogo nascosto del suo laboratorio, col patto che non doveva essere aperta prima di quaranta giorni. Ma la sua sparizione destò sospetti per cui i familiari, dopo averlo cercato in ogni luogo, ritrovarono infine la cassa e ordinarono di aprirla prima che scadessero i quaranta giorni stabiliti, lasciando così incompleta la saldatura del corpo.Don Raimondo allora tentò invano di sollevarsi ma, con un urlo straziante, cadde all’indietro e morì dannato. Realtà o fantasia? A voi la risposta. 

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità

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