Alle radici della guerra, da Caino alla Guerra Santa

Settembre 1, 2021 by rubrica: Pensieri e parole

Quando erano soltanto in quattro in Eden, secondo il mito ebraico, Caino uccise Abele. Caino era agricoltore e Abele pastore. Fu l’inizio dell’ancestrale rivalità degli agricoltori nei confronti dei pastori che invadevano i campi coltivati con le loro greggi. Secondo il mito ufficiale, l’ostilità di Caino era causata da due motivi: la benevolenza di Dio per Abele (che aveva offerto gli agnelli migliori, mentre Caino, solo dopo essersi sfamato aveva offerto i suoi avanzi, pochi semi di lino); altro motivo era il fatto che Caino desiderava la sorella destinata ad Abele, che era più bella di quella destinata a lui (la gelosia di Caino nei confronti della sorella Aklima, riportata dalla tradizione ebraica, riemerge frequentemente anche nella leggenda islamica). Secondo qualche studioso del mito (cfr. G. Bateson, Verso un’ecologia della mente), Caino uccise Abele per la bramosia che questi aveva di lui; così infatti aveva detto Dio (Genesi 4, 6‐7) rivolto a Caino: «La sua bramosia sarà rivolta verso di te, ma tu dominala». Dio poi impose un segno, come un marchio, sulla fronte di Caino (secondo la credenza più diffusa il «segno» fu costituito dalle sopracciglia congiunte sulla fronte); così, in proposito, il Codice di Hammurabi (art. 127): «Qualora qualcuno punti il dito su una sorella d’un dio o sulla moglie di qualcuno e non sia in grado di provare la sua accusa, quest’uomo sia portato davanti ai giudici e la sua fronte sia segnata»; comunque andò bene a Caino, perché gli Egizi, ad esempio, come pena ricorrevano a mutilazioni fisiche (per lo più il taglio del naso o delle orecchie).

Il mito ebraico di Caino e Abele è di derivazione sumèrica. I Sumèri che avevano raggiunto un alto grado di civiltà rispetto ai popoli semiti, avevano risolto l’ostilità tra coltivatore della terra e pastore di greggi senza spargimento di sangue. Secondo un testo che i sumerologi hanno chiamato Il mito del bestiame e dei cereali, Enlil ed Enki, gli dèi maggiori, fecero venire in essere nella «Camera della creazione» i cereali e gli ovini (e solo infine domesticarono gli uomini che ancora «si pascevano di erbe e bevevano l’acqua nei fossi come le bestie»); assegnarono così a Lahar (Abele) un recinto e a Anshan (Caino) un aratro ed un giogo; ben presto Lahar e Anshan cominciarono a litigare; la prima scintilla scoccò quando i due offrirono i propri prodotti al «magazzino degli dèi», esaltando ciascuno i propri; poi i litigi divennero così frequenti che dovettero intervenire gli dèi; questi proclamarono che i prodotti migliori erano quelli di Anshan, l’agricoltore. Dai Sumèri ci è pervenuto anche un altro testo denominato Litigio tra Emesh e Enten, che tratta lo stesso argomento: Emesh ed Enten si recarono da Enlil, portandogli ciascuno le proprie offerte e pregando il Dio di giudicare chi dei due fosse più importante; Emesh si vantava di aver fatto ampie stalle ed ovili e d’aver fatto sì che la pecora desse alla luce l’agnello, che la capra partorisse il capretto, che la mucca si moltiplicasse, che il grasso e il latte fossero abbondanti; Enten ribatteva d’aver scavato canali per irrigare la terra, di aver coltivato terreni a perdita d’occhio, d’aver fatto sì che alti cumuli di cereali potessero essere raccolti nei granai; il Dio infine giudicò più importante Enten; Emesh accettò la decisione di Enlil, gli prostrò il ginocchio e gli offrì una preghiera.

A testimonianza della violenza dei Cainiti in un passo riportato ancora in Genesi (4, 23‐24), così Lamech, discendente di quinta generazione di Caino si rivolge alle mogli: «Ada e Zilla, ascoltate la mia voce, porgete l’orecchio al mio dire! Ho ucciso un uomo per una scalfittura e un ragazzo per un livido! Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette!». L’assenza di norme comportamentali codificate tra le popolazioni nomadi del deserto e della steppa, organizzate in orde, rendeva estremamente precaria la sopravvivenza degli individui appartenenti al clan. La vendetta era l’unica legge esistente e quanto più sproporzionata, tanto più era deterrente.

Inizialmente le «guerre» furono causate dalla volontà di acquisire greggi, armenti e prodotti della terra appartenenti a tribù vicine; poi finita l’età della pietra, con l’acquisizione delle tecniche di estrazione e lavorazione dei metalli, si cominciarono a tesaurizzare risorse non deperibili; infine l’argento divenne materia di scambi commerciali e, se fino ad allora erano stati i lapislazzuli oggetto di desiderio, acquisì importanza il possesso dell’oro. Il commercio si espanse anche tra popolazioni lontane e fu necessario impossessarsi delle vie carovaniere.

Si scoprì allora anche il valore del «bitume»: già per la costruzione dell’arca di Noè fu usato “legno di cipresso spalmato dentro e fuori” (Gn 6, 13‐14); anche per la costruzione della Torre di Babele fu utilizzato il bitume: “il mattone servì da pietra e il bitume da cemento” (Gn 11, 1‐3); “La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume” (Gn 14, 10); nel Mar Morto affioravano “masse di bitume galleggianti e la gente che lavora sul lago vi si accosta e, afferrata una massa, la tira nelle barche… però quando hanno fatto il carico, è difficile distaccarlo dalla barca sino a che non lo sciolgono con sangue mestruale e urina, le uniche cose a cui cede; la massa bituminosa serve non solo a calafatare le navi, ma ha anche proprietà curative e viene impiegato per preparare molte medicine” (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 8, 476  sgg); “quando i nostri padri furono deportati in Persia, i sacerdoti presero il fuoco dall’altare e lo nascosero nel fondo asciutto di un pozzo… quando tornarono i discendenti di quei sacerdoti comandarono di attingere da quel pozzo l’acqua grassa… che poi fu versata su legna e pietre che presero fuoco… quel luogo fu chiamato Neftar che significa purificazione, ma i più lo chiamarono Neftai” dalla parola persiana «naft» (2 Mac 1, 119‐36; Bibbia di Gerusalemme, pag. 993). Nel 2000 a.C. si estraevano già tonnellate di petrolio per riscaldamento (J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, pag. 194). I Sumèri “trasportarono l’asfalto con navi, come orzo del campo” (cfr. G. Pettinato, I Sumeri, pag. 282).

Le città stato dei Sumèri erano riunite in confederazione per la necessità di governare la regimentazione delle acque del Tigri e dell’Eufrate, necessaria alla irrigazione dei terreni. La città pro tempore più potente guidava, di volta in volta, la confederazione; un poema pervenutoci, cosiddetto di Gilgamesh e Agga, narra che Agga, re della città di Kish, allora a capo della confederazione, mandò messaggeri a Gilgamesh, re della città di Uruk, restio a fare la sua parte per la sistemazione dei canali; verosimilmente Gilgamesh cercava  soltanto un pretesto per mettere in discussione la supremazia di Agga; convocò allora il consiglio degli anziani e disse: «Dobbiamo scavare i canali e i pozzi sottomettendoci così a Kish o non è meglio colpirli con la mazza?». L’assemblea fu contraria alla guerra; Gilgamesh convocò allora l’assemblea dei giovani: e fu guerra.

Già all’inizio del Tardo Bronzo (alla metà circa del II millennio a.C.) i popoli civili del Vicino Oriente si erano dati un «galateo di guerra»: le regole volevano che la guerra venisse dichiarata e che venisse concordato il luogo ed il giorno dello scontro con la precisazione dei ruoli di chi dovesse attaccare e chi difendersi; la dichiarazione doveva essere motivata e chiamava a testimoni i propri dèi ed anche quelli dell’avversario, ai quali pure si offrivano sacrifici; la guerra assumeva pertanto carattere ordalico ed erano gli dèi stessi a stabilire chi avesse avuto ragione, assegnandogli la vittoria. Venivano considerati barbari i popoli della montagna o i nomadi del deserto che attaccavano all’improvviso, magari di notte, senza dare tempo per preparare le difese e che perciò sarebbero stati puniti dagli dèi. Al nemico che si sottometteva veniva concesso un trattato di alleanza in condizioni di stato vassallo, tenuto al pagamento di un tributo per tutti gli anni a venire; i nemici irriducibili venivano severamente puniti e le loro città distrutte. Erodoto (Storie, II, 102, 5) narra che il faraone Sesostri poneva stele commemorative nei territori conquistati e che nei casi in cui non aveva avuto eccessiva resistenza “faceva scolpire anche le parti sessuali di una donna”.

«A nome di Dio»: così m’insegnò a dire mia madre, allorché mangiavo per la prima volta un frutto della nuova stagione. In realtà l’espressione è una reminiscenza biblica, in quanto di qualsiasi nuova produzione stagionale andava fatto un cesto da offrire al Dio, che lo accettava volentieri, gustato dai suoi sacerdoti; quando un nuovo alberello fruttificava la prima volta, tutta la produzione era del Dio; così pure del Dio erano i primogeniti di tutti gli animali mondi, cioè sacrificabili; i primogeniti degli altri animali e degli uomini, pure erano del Dio, ma venivano riscattati dietro pagamento di somme stabilite. Quando nel I millennio a.C. gli Israeliti occuparono la Terra Promessa, a capo del loro esercito c’era il Signore, Yhwh in persona. In proposito alcuni passi biblici (Nr 21, 14 e 27, 30) fanno riferimento ad un Libro delle Guerre del Signore non pervenutoci. Isaia (non solo Isaia), dal momento che il nome di Dio era ineffabile, chiama Yhwh «Signore degli eserciti». Ed era il Signore stesso in alcuni casi particolari a comandare operazioni di «pulizia etnica». Così Yhwh: «Quando ti avvicinerai ad una città per attaccarla, le offrirai prima la pace; se ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà; ma se non vuole fare la pace, allora l’assedierai e colpirai a fil di spada tutti i maschi e prenderai donne, bambini, bestiame e quanto altro sarà nella città come tua preda; voterai invece allo sterminio e non lascerai in vita alcun essere che respira nei territori di Hittiti, Amorrei, Cananei…», cioè nei territori destinati all’insediamento definitivo degli Israeliti. Quest’ultima, la guerra di sterminio, era chiamata «Guerra Santa», Hērem.

Con il significato di «Guerra Santa» è pervenuta sino ai nostri giorni la Jihad islamica. Il termine Jihad fu usato per la prima volta ed introdotto in Occidente da Pietro l’Eremita al tempo della Prima Crociata; il termine significava in origine «sforzo»; nel Corano sono descritti un «grande sforzo» ed un «piccolo sforzo»; il primo è quello necessario per l’esercizio spirituale inteso a vincere le passioni, il secondo è associato alle azioni militari; queste tuttavia erano quasi sempre guerre di difesa: «Combatterai sulla via di Dio quelli che vi combattono e, se vi assalgono, uccideteli; se desistono, non più ostilità» (Cor 2, 190‐194). Il Corano consente la guerra di offesa solo contro coloro che violano i giuramenti (9, 12‐14) e contro coloro che sono ostili al culto di Dio (8, 39); contro ebrei e cristiani la guerra di offesa è consentita solo quando, pur essendo essi soggetti all’Islam, si rifiutano di pagare il tributo convenuto (9, 29). In ogni caso in numerosi passi è ribadito che anche in guerra è necessario rispettare regole atte a limitare le azioni disumane.

Il re Saul fece sapere a David che per concedergli in moglie la figlia non voleva il prezzo nuziale, ma cento prepuzi di Filistei; allora “David partì con i suoi uomini e uccise tra i Filistei duecento uomini; riportò i loro prepuzi e li contò davanti al re” (1 Sam 18, 25‐27).

Amalec non si limitava ad uccidere gli Israeliti, ma infieriva sui loro corpi, “mutilandoli in una certa parte che gettava poi al cielo, esclamando beffardo: ecco Signore quello che chiedi! Giosuè invece trattò con umanità i suoi avversari e, lungi dal seguire l’esempio di Amalec, tranciò loro le teste, esecuzione questa non così disonorevole” (cfr. L. Ginzberg, Le leggende degli Ebrei, IV, pag. 177‐183).

Era diffuso nel Vicino Oriente Antico l’uso di sgozzare i nemici; anche presso gli Ebrei: “il profeta Elia disse: afferrate i profeti di Baal, non ne scappi uno! li afferrarono; Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò” (1 Re, 18, 40).

Dalla cornice dei monti rivolta a mezzogiorno e che circonda l’altopiano di Vallaura, Valle Aurea, si apre la visione del Golfo di Gaeta e dell’Arcipelago Partenopeo da Ischia a Ponza; lì, nella seconda guerra mondiale, fu sfondata la linea di difesa tedesca da truppe marocchine guidate dal generale francese Juin; questi aveva così arringato i suoi: «Al di là della piana esiste una terra ricca di vino e di donne», promettendo quarantotto ore di licenze: furono marocchinate madri e figlie, asine, pecore e capre. Juin non è stato mai giudicato da alcun tribunale né considerato, oltre quella cornice di monti, criminale di guerra. A Napoli invece furono le prostitute a fare baluardo contro eventuali violenze sessuali dei soldati americani invasori e si narra che esse si scambiavano, «vendendoseli», i nuovi clienti. Nacque così Ciro, «criaturo niro niro». Lucio Dalla canta invece una storia d’amore sbocciato su un bel prato come un fiore.

Quando il paese alle falde degli Aurunci era «occupato» dai Tedeschi sulla «linea Gustav», alcuni facinorosi tesero un agguato ad un giovane tenente tedesco che discendeva da Vallaura, in licenza premio, ed era diretto in patria. Fu ucciso e mutilato del pube. Si narra che uno di essi abbia poi portato il trofeo a casa e lo abbia gettato sul tavolo di cucina. Alcuni dicono per disprezzo della moglie, altri perché la moglie glielo cucinasse. Tra i nostri giochi di ragazzi quello più frequente era “alla guerra”. Ciascuno s’era modellato una pistola di legno e chi non l’aveva usava come pistola il pollice e l’indice ad angolo retto, tenendo chiuse a pugno le altre dita: per lo più si giocava per la Via Ripa, strada abbandonata, fra le case pericolanti con i portoni barricati; era da poco passata la guerra e tra le sue rovine giocavamo alla guerra.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

Domenico Casale, cardiochirurgo di professione e contadino per passione, esperto di mitologia e testi sacri multiculturali, scrittore

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