Napoli sotterranea e le anime pezzentelle

Settembre 1, 2021 by rubrica: I racconti di Partenope

Antri e caverne sotterranee attraversano la città di Partenope in ogni direzione e, nel corso del tempo, sono stati l’ancora di salvezza di perseguitati, martiri e delinquenti comuni, oltre che cimiteri dopo grandi epidemie, luoghi di culti misterici e, durante la seconda guerra mondiale, rifugi antiaerei.

            Nel corso dei secoli l’oscurità di caverne naturali o scavate nelle viscere della terra – Tellus Mater – ha sempre rappresentato il luogo elettivo di riti, culti e pratiche magiche.  Napoli nasconde nel suo sottosuolo una vastissima e intricata rete di cunicoli, pozzi, gallerie, canali, vasche profonde come laghi, condotte che, attraversandola tutta, danno luogo a una vera e propria città sotterranea.

            Questa rete misteriosa e complessa, di cui buona parte si sviluppò intorno al Canale della Bolla, il primo acquedotto costruito dai Greci e chiamato Bolla, che originava a circa cinque chilometri da Napoli, nella Piana di Volla alle falde del Vesuvio, luogo in cui scorreva anche il fiume Sebeto, oggi scomparso, che probabilmente alimentava i canali della Bolla.

La rete sotterranea si sviluppò in epoca romana per creare cimiteri, gallerie, templi, abitazioni e l’acquedotto, che con una fitta rete di cunicoli e cisterne distribuiva l’acqua proveniente dalla sorgente del Serino in provincia di Avellino. Con nuovi scavi, inoltre, i Romani integrarono l’acquedotto della Bolla con l’acquedotto Augusteo.

            La rete idrica, distribuiva acqua anche a Pompei e ai Campi Flegrei, e si snodava lungo cinque direttrici principali a circa dodici metri di profondità – ma in alcuni punti raggiunge anche i quaranta metri – servendo anticamente la città con oltre tremila pozzi, molti dei quali collegati direttamente con la superficie.

Era quindi possibile, come sperimentò nel 1884 l’ingegnere del Comune Guglielmo Melisurgo con l’aiuto di un pozzaro, cioè uno degli uomini che una volta scendevano nel sottosuolo per ripulire pozzi e fogne, attraversare la città entrando e uscendo dai suoi sotterranei.

Questo ha certamente facilitato la vita al misterioso popolo delle ombre, indifferente alla claustrofobia, e a iniziati ed esoteristi che si potevano facilmente spostare da un luogo all’altro senza essere visti, allo stesso modo dei primi Cristiani.

Non è un caso che la maggior parte degli accessi ai pozzi è situato nei sotterranei delle antiche chiese cittadine, dove le tracce di una vita esoterica sono mischiate a ruderi e reperti pagani e cristiani, a testimonianza delle stratificazioni di culto che hanno caratterizzato l’evoluzione e lo sviluppo di Napoli.

Dallo storico Caffè Gambrinus, o dalla Galleria Principe di Napoli, si procede verso San Pietro a Majella ove, sotto la porta piccola della Chiesa, il Melisurgo trovò un pozzo di passaggio, e si arriva vicino a San Gregorio Armeno, la celebre strada dei presepi, che collega tramite rami secondari, una parte del corpo di Napoli.

Nel convento della Chiesa di San Gregorio Armeno, la cui origine risale almeno al 930 d.C., vivono monache con abiti metà bianchi e metà scarlatti. In questo convento, chiuso in due reliquiari, vi è il sangue di Santa Patrizia, nipote dell’imperatore Costantino.

Secondo la leggenda, il sangue sgorgò dal suo teschio un secolo dopo la morte, dopo la caduta di un dente. Al pari del patrono di Napoli San Gennaro, davanti agli occhi delle monache in preghiera, il sangue regolarmente si liquefa.

E’ possibile ipotizzare che dai sotterranei del Palazzo di San Severo il principe Raimondo de Sangro potesse spostarsi in altre zone all’insaputa di tutti e che la Chiesa di San Lorenzo Maggiore, ove anni fa i restauri della cripta hanno portato alla luce altri e più profondi sotterranei pieni di reperti di enorme valore, sorgesse – come tante altre chiese – proprio sui resti di un antico e attivissimo centro di culto pagano.

Il passaggio dal politeismo pagano al monoteismo cristiano fu infatti graduale e per lungo tempo le varie simbologie convissero integrandosi e amalgamandosi: le tracce di queste stratificazioni di culto sono ben visibili nelle storie delle numerosissime chiese della città, spesso edificate sulle stesse strutture dei templi pagani.

Al termine del Rettifilo, prima di arrivare a Piazza Garibaldi, c’è la Chiesa di San Pietro ad Aram, uno dei luoghi più interessanti dal punto di vista storico-magico Questa chiesa, costruita su una basilica paleocristiana, presenta nei sotterranei tutta una serie di sepolcreti, cripte e catacombe che, probabilmente in altra epoca, avranno avuto uno sviluppo decisamente più ampio. Lì vi si pratica quel che il popolino napoletano definisce il culto delle anime abbandonate; ossa e resti di sconosciuti che nel corso dei secoli hanno trovato sepoltura nel complesso catacombale, cui il popolo porta fiori, ceri, offerte, chiedendo spesso, in cambio, grazie e protezioni.

Le Catacombe di San Gennaro, ubicate accanto alla Chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio a Capodimonte, poste su due piani, ospitarono le spoglie del santo dopo il martirio e fino all’anno 817, quando Sicone le trafugò riportandole nella città sannita. Si racconta che poco prima del furto il santo fosse apparso a una donna, avvertendo che se ne voleva andare perché troppa gente giurava il falso sulla sua tomba.

Durante le epidemie e le pestilenze che flagellarono la città, le Catacombe di San Gennaro divennero un ossario comune e servirono anche da rifugio durante l’ultima guerra. Molto più vaste di quanto possiamo oggi vedere, pare che anticamente fossero collegate alle Catacombe di San Gaudioso, cui si accede dalla cappella cimiteriale della Chiesa di Santa Maria alla Sanità. Queste ultime si svilupparono attorno alla tomba del santo di cui portano il nome e conservano ancora importanti affreschi e incredibili mosaici realizzati con crani impreziositi di gemme.

Luoghi di culto o di culti? Tutto farebbe pensare che per secoli e secoli, questi enormi spazi sotterranei, molto vicini fra loro e probabilmente collegati, fossero la sede naturale di sette e scuole iniziatiche.

Per ultimo, non per importanza, va citato il famoso Cimitero delle Fontanelle. Annesso all’omonima chiesa, il cimitero è costituito da tre enormi cave tufacee letteralmente coperte di ossa e crani che nel tempo sono stati ripuliti e accatastati in bell’ordine, disegnando macabre geometrie. Anche qui è praticato da sempre il culto delle anime abbandonate e i fedeli adottano, accudendoli, teschi e ossa senza nome, accendendo lumini e dedicando preghiere.

Si racconta che un giorno un giovane ateo, accompagnando la promessa sposa che aveva l’abitudine di pregare per le anime pezzentelle per propiziarsi la loro protezione occulta, si prendesse gioco di uno di questi crani, chiamati in napoletano capuzzelle, e lo sfidasse a presentarsi come invitato al matrimonio.

Dimenticato l’accaduto, l’incauto giovane vide arrivare, il giorno delle nozze, un ospite misterioso che, sedutosi in disparte, non accettava nulla e non parlava.

A un certo punto lo sposo, irritato per l’intenzionale offesa, gli si avvicinò chiedendogli chi fosse e chi l’avesse fatto entrare. Lo chiedi proprio a me? disse lo sconosciuto che, ridendo sarcasticamente, si scoprì il petto facendo vedere lo scheletro. La storia si conclude con l’ovvia punizione del giovane, probabilmente morto d’infarto per la paura.

Il rispetto dei morti nella tradizione partenopea non è dettato solo dal timore, ma è un sentimento profondo che affonda le sue radici in un inconscio collettivo dove l’aldiqua e l’aldilà sono inestricabilmente collegati.

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità

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