San Gennaro gran guappone della nostra religione

Settembre 1, 2021 by rubrica: Lector in fabula

O gran guappone della nostra Santa Fede fa ‘a faccia tosta cu la Santa Trinità, presenta i tuoi martiri e facce ‘a grazia”; così pregavano le cosiddette parenti di San Gennaro (popolane che si autoproclamavano parenti del Santo) per ottenere le sperate grazie.

San Gennaro doveva comportarsi da guappo nei confronti della Santa Trinità, doveva affrontarla, fare la voce grossa, in modo da accontentare i suoi devoti, che accompagnavano le preghiere urlandogli «Faccia gialla facce ‘a grazia».

Faccia gialla perché il suo busto era tutto d’oro e argento.

Quale fosse il suo vero volto non lo sapeva nessuno, per cui, nell’incertezza, quando si trattò di dargli un viso, gli argentieri francesi incaricati da Carlo d’Angiò di fare l’opera pare che si ispirassero a quello del gentiluomo francese Umberto d’Armont,  poi arcivescovo di Napoli: ed è sua la faccia che ancora oggi sfila in processione.

Il rapporto fra il popolo e San Gennaro è fatto di rispetto e devozione, una protezione che il Santo manifesta attraverso il prodigio dello scioglimento del sangue: eppure il Santo per ben 15 anni non è stato più il patrono della Città.

La tradizione vuole che il prodigio avvenga tre volte all’anno: il sabato che precede la prima domenica di maggio, in ricordo della traslazione del corpo del Santo dall’agro Marciano (zona Agnano-Fuorigrotta) dove era stato sepolto; il 19 settembre, giorno della sua festa, (il sangue si scioglie anche negli otto giorni successivi fino a che l’ampolla non viene riposta nella Cappella); infine il 16 dicembre data che ricorda la spaventosa eruzione del 1631, quando il Santo, portato incontro alla lava del Vesuvio che stava per sommergere una parte della città, riuscì a fermarla prima che provocasse terribili danni. L’avvenimento fu devastante ed il terrore enorme, tanto che per ringraziamento i napoletani eressero in suo onore l’obelisco che si trova in via Tribunali dinanzi al Pio Monte della Misericordia, dove è conservato il capolavoro di Caravaggio: le Sette opere di Misericordia.

La liquefazione del sangue, però, può avvenire in circostanze straordinarie, anche in date diverse, come quella che si verificò nel 1799 con l’arrivo dell’esercito francese dopo che Ferdinando IV e sua moglie Maria Carolina (che odiava i Giacobini che avevano tagliato la testa a sua sorella Maria Antonietta) erano fuggiti in Sicilia.

Occupata Napoli, dopo aver vinto la resistenza armata dei “Lazzari” fedeli al Re e costituita la Repubblica Napoletana, i Francesi dovevano ottenere l’appoggio popolare e pensarono, allora, di avere la benedizione del Santo per convincere i Napoletani che il Martire era dalla loro parte.

A tal fine il Generale Championnet, comandante dell’esercito francese, costrinse l’Arcivescovo di Napoli a preparare tutti i riti per la liquefazione del sangue: il prodigio si verificò eccezionalmente e fu considerato più “spintaneo” che spontaneo, in quanto il Generale aveva minacciato con le armi i prelati del Duomo.

Il popolo non gradì l’approvazione del Santo e lo considerò un traditore del Re: proprio lui che era stato inquadrato come generale dell’Esercito borbonico dai Borbone, si era schierato con l’oppressore ed allora bisognava punirlo: non fu più considerato Patrono della Città.

Nel frattempo il Cardinale Ruffo aveva formato un esercito, sotto la protezione di Sant’Antonio, per rimettere sul trono il Re legittimo: il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio, l’esercito conquistò Napoli e mise fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, mentre il popolo gridava «viva Sant’Antonio, abbasso San Gennaro!». E Sant’Antonio fu eletto a nuovo Patrono di Napoli.

La rabbia nei confronti di San Gennaro fu tale che in Rua Catalana furono esposte immagini di Sant’Antonio che prendeva a frustate San Gennaro: da queste immagini deriverebbe un’antica espressione napoletana «ha fatto ‘nu Sant’Antonio» per indicare qualcuno che dà botte ad un altro.

La vita di San Gennaro è ricca di leggende, racconti, prodigi, ma di lui si sa ben poco: è vissuto tra la fine del 200 e l’inizio del 300 d.C. ed è stato Vescovo di Benevento, dove quasi certamente è nato, nonostante gli si vogliano attribuire natali napoletani, come si può leggere sulla lapide in un cortile di un palazzo di via San Gregorio Armeno, dove si legge che in quel luogo sorgevano le case della famiglia Januaria. Qui sarebbe nato il Santo che forse non si chiamava nemmeno Gennaro, ma venne così chiamato perché il popolo avrebbe confuso il cognome per un nome.

Gennaro non visse a Napoli, ma vi passò, ai tempi della persecuzione di Diocleziano contro i Cristiani, per andare a Miseno a confortare un suo discepolo imprigionato per la sua fede: qui giunto anche San Gennaro dichiarò di essere cristiano, per cui insieme ad altri martiri fu condannato alla decollazione nel Vulcano della Solfatara.

Come tanti altri Santi fiorirono attorno a lui storie miracolose: prima fu condannato ad essere arso vivo in una fornace a Cimitile vicino Nola (nell’interessantissimo complesso di Chiese paleocristiane) ma ne uscì senza neppure una bruciatura, allora lo portarono nell’Anfiteatro di Pozzuoli per essere sbranato dalle fiere, ma queste si ammansirono dinanzi a lui, per cui fu deciso di tagliargli la testa.

Secondo una tradizione la pietra su cui fu decapitato è quella che si trova nella Chiesa a lui intitolata di fronte alla Solfatara, che diventa rosso-sangue il 19 settembre!

I dipinti che rappresentano il martirio del santo sono numerosissimi, ma, secondo me, il più particolare è quello che si trova al Museo Thyssen di Madrid, opera di Mattia Preti, che raffigura san Gennaro con la testa sul ceppo: la particolarità consiste nel fatto che il Santo è nero, non scuro, ma proprio di pelle nera! Perché? Mistero.

Più di 100 anni dopo la sua morte un corteo di religiosi si recò nell’agro Marciano per riportare a Napoli il corpo del Martire e seppellirlo definitivamente nelle Catacombe a lui intitolate. A quei tempi la strada che portava da Napoli a Pozzuoli si chiamava via “ad montes”, passava attraverso la collina del Vomero e partiva dall’attuale Museo Nazionale, percorrendo via Salvator Rosa per salire via Conte della Cerra (dietro la Stazione della Metropolitana si possono vedere i resti di un luogo di ristoro romano), per arrivare ad Antignano e scendere poi verso la zona flegrea.

Secondo una leggenda, quando il corteo arrivò ad Antignano, provenendo da Fuorigrotta, una donna vecchissima gli andò incontro, presentando un’ampolla in cui lei, Eusebia nutrice di San Gennaro, aveva raccolto il sangue del Santo dopo la decollazione: quando le ampolle furono avvicinate al corpo il sangue solidificato si sciolse per la prima volta!

A memoria di questo prodigio ad Antignano esistono ancora Chiese intitolate a lui: San Gennaro a via Bernini, San Gennariello (in quella traversa diagonale che unisce via Bernini e via Alvino), meglio conosciuta come la Piccola Pompei, la Basilica di San Gennaro ad Antignano, all’interno della quale un bassorilievo in marmo riporta la scena dell’incontro, e anche all’angolo di via Conte della Cerra, vicino alla Basilica si trova un monumento che ricorda l’avvenimento.

Il corpo fu sepolto nelle Catacombe, mentre il cranio e le ampolle furono portate nella chiesa principale di Napoli, ma il corpo non trovò pace. I Beneventani, infatti, più volte, ne avevano chiesto la restituzione, ma Napoli aveva sempre rifiutato finché nel 831 il duca longobardo Sicone, durante l’assedio alla città, riuscì a trafugare il corpo che era deposto nelle Catacombe fuori dalle mura della città e a riportarlo a Benevento.

Dovettero passare secoli prima che il corpo tornasse a Napoli dall’Abbazia di Montevergine, sopra Avellino, dove era stato trasferito per ragioni di sicurezza verso il 1100.

Finalmente nel 1497, come racconta Vittorio Paliotti nel suo libro sul Santo, il vescovo di Napoli per ottenere la restituzione del corpo quasi assediò l’Abbazia e forte dell’appoggio del Papa riuscì a recuperarlo: i monaci cedettero dopo aver giurato, tutti, che le ossa che consegnavano erano veramente quelle del Santo. Dopo più di 650 anni San Gennaro tornava a Napoli.

In tutti gli anni in cui il corpo fu lontano dalla Città, i napoletani avevano continuato ad adorare il Martire pregando dinanzi alle reliquie del cranio e del sangue presenti nel Duomo. Ora che anche il corpo era ritornato occorreva dargli una degna sede ed anni dopo i Napoletani, scampati alla peste del 1527, grazie all’intercessione del Santo, decisero per voto di costruire una Cappella che appartenesse alla Città e non alla Curia arcivescovile: dovette passare più di un secolo perché l’opera fosse completata. La cappella del Tesoro fu costruita grazie a Nobili e Borghesi, i quali rifiutarono un contributo di migliaia di ducati da parte della moglie del viceré spagnolo, dichiarando che non volevano condividere con uno straniero, sia pure il viceré, l’onore di costruire una Cappella in devozione del loro Patrono (la somma offerta dalla viceregina non andò perduta, infatti i Gesuiti la ottennero per costruire la Chiesa di San Ferdinando).

Fra tutti i regnanti di Napoli Carlo di Borbone fu il più devoto verso il Santo, tanto da istituire l’Ordine di San Gennaro di cui potevano far parte solo Nobili di provata fede cristiana. Quando, alla morte del padre, gli succedette sul trono di Spagna con il nome di Carlo III, lasciò la città partenopea portando con sé una piccola quantità del sangue di San Gennaro, che oggi è conservata nel Monastero de “L’Encarnacion” a Madrid, che, però, non si scioglie, poiché sembra che il prodigio avvenga solo in presenza del busto del santo.

Non è l’unica ampolla contenente il sangue del Martire che si trova lontano dalla Cappella, infatti un’altra si trova nella Chiesa delle Missioni ai Vergini.

San Gennaro è stato sempre onorato, nei secoli, dai vari Regnanti di Napoli, che hanno arricchito il suo Tesoro: Angioini, Aragonesi, Spagnoli e persino Austriaci: ebbene sì Napoli è stata sotto la dominazione austriaca dal 1707 al 1734, anche se questa non ha lasciato particolari ricordi, se non quello del Principe di Elboeuf che iniziò gli scavi di Ercolano e quello di un dolce tipico partenopeo: la “graffe”, derivazione nostrana del famoso Krampfen viennese.

Il Tesoro è composto da pietre preziose, oggetti sacri, argenti, di enorme valore, un patrimonio inestimabile da proteggere, tanto che, allo scoppio della II° guerra Mondiale, fu necessario trasferirlo in Vaticano per evitare che potesse essere distrutto dai bombardamenti.

Una analoga precauzione era stata presa per la Sacra Sindone che, per sicurezza, fu trasferita, nel 1939, all’inizio della II° guerra mondiale, da Torino all’Abbazia di Montevergine nel segreto più assoluto. La Santa Immagine rimase lì nascosta senza che ne fossero a conoscenza neppure i monaci (lo sapevano solo l’Abate ed un altro paio di frati) per tutto il periodo della guerra. Quando questa finì la Sindone ritornò a Torino nel 1946, ma prima della partenza fu esposta, eccezionalmente, per poche ore nell’Abbazia per premiare i monaci che l’avevano così ben protetta e l’ostensione avvenne dinanzi agli increduli di tutti quei frati che per 7 anni avevano convissuto con la Sindone senza saperlo!

Se il ritorno della Sindone a Torino avvenne senza problemi, più difficile apparve il rientro a Napoli del Tesoro di San Gennaro: nel dopoguerra le strade che portavano da Napoli a Roma erano insicure, c’erano bande di delinquenti che rapinavano chi percorreva quelle strade, per cui era davvero pericoloso viaggiare lungo le vie di un Paese che non aveva ancora ben riorganizzato le Forze dell’Ordine. Con la fine delle ostilità il popolo voleva che il Tesoro tornasse in città, ma il tentativo di riportarlo era molto rischioso per l’insicurezza del viaggio, quando all’improvviso venne l’idea di affidare la missione di recupero a Giuseppe Navarra, detto il Re di Poggioreale, uomo rispettato, devoto, ma soprattutto deciso e risoluto. Navarra (sul quale nel 1960 è stato fatto anche un film) si era arricchito in tempo di guerra con affari lucrosi ed aveva generosamente aiutato la popolazione affamata: non aveva paura di niente per cui accettò di andare in Vaticano a ritirare il Tesoro. Era il gennaio del 1947 e Navarra, in compagnia solo del novantenne Principe Stefano Colonna, rappresentante della Deputazione della Cappella del Tesoro, si recò a Roma, per non destare sospetti, con la automobile di sua proprietà. Durante il viaggio di andata non ebbe incontri pericolosi, per cui arrivato in Vaticano, presentò l’autorizzazione al ritiro della cassa del Tesoro e entratone in possesso rientrò verso Napoli. Nel viaggio di ritorno fece strade secondarie per evitare di essere fermato dai banditi: questi, una volta, lo fermarono ma Navarra riuscì a convincerli che era in viaggio per affari e lo lasciarono andare. Arrivato a Napoli consegnò il Tesoro al Cardinale Ascalesi, che per ringraziarlo gli fece pervenire centomila lire: Navarra le restituì aggiungendone altre centomila, di tasca sua, per i poveri di Napoli.

San Gennaro, nei secoli, aveva sfidato epidemie, guerre, eruzioni, terremoti, ma nulla potette contro il decreto della Santa Sede, che secondo i criteri fissati dal Concilio Vaticano II°, stabiliva che San Gennaro non poteva essere considerato (insieme a tanti altri) Santo con devozione universale, ma gli si riconobbe la validità di culto locale (nel 1980 Giovanni Paolo II lo ha proclamato Patrono anche della Regione Campania).

La “retrocessione” non piacque ai Napoletani, che però consideravano San Gennaro come una forza superiore a tutti e a tutto: un giorno, infatti, su un muro della città apparve una scritta:

«San Gennà futtetenne».

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia

                                                                       

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