La festa di Piedigrotta

Ottobre 1, 2021 by rubrica: Lector in fabula

“Marò nun fa chiovere ca’ papà è ghiuto fore, e tene ‘e scarpe rotte ‘a Maronna ‘e Piedigrotta”. Questa filastrocca antica rappresenta tutta la devozione che i Napoletani avevano verso ‘a Maronna ‘e Piererotta” (ai piedi della grotta e non la Madonna dal pererotto, come scrisse Boccaccio), una chiesa costruita davanti alla Crypta neapoletana,  quella galleria che si trova nel Parco dove sono la Tomba di Virgilio e il monumento a Leopardi, chiusa  da tempo che, attraversando la collina di Posillipo, portava da Mergellina a Fuorigrotta.  

La Chiesa fu costruita sul luogo dove prima esisteva un tempietto sacro a Priapo, il dio della fertilità presso il quale si recavano i pagani invocando la fecondità. È lo scrittore latino Petronio a parlare nel Satyricon (opera famosa in particolare per la incredibile cena organizzata da Trimalcione) dei riti sessuali che si tenevano nel tempio che all’epoca si trovava molto vicino alla spiaggia di Mergellina.  

Con l’avvento del Cristianesimo i templi pagani furono abbattuti e su di essi furono edificate le chiese per affermare la vittoria del Cristianesimo sul Paganesimo ma alcune usanze furono mantenute con il passaggio alla nuova Religione: così, come esempio, i fedeli di Priapo avevano chiesto al Dio la fecondità, nello stesso modo secoli dopo le giovani spose cristiane si recavano alla Madonna di Piedigrotta pregando che il loro matrimonio fosse benedetto dalla nascita di figli.

Le orge che si tenevano dinanzi al tempio di Priapo si svolgevano fra cembali, sistri e timpani, canti e balli, una frenesia che si è mantenuta nel sangue dei Partenopei che festeggiavano la Madonna con tamburelli, putipù, triccabballacche, scetavaiasse, quella che a Napoli viene chiamata la “musica giapponese”, un’accozzaglia di strumenti molto rumorosi e strani che producono suoni più che musica e che portano ad una specie di possessione.

Si racconta che la Madonna, la cui immagine era già venerata in una piccola cappella all’ingresso della Crypta, verso il 1350 apparve contemporaneamente in tre luoghi diversi a tre fedeli chiedendo che venisse costruita una nuova chiesa. La notizia si sparse per tutta la città ed il popolo partecipò immediatamente con elemosine alla costruzione della chiesa: scavando le fondamenta fu ritrovata sotto terra una statua identica a quella che si adorava nella cappellina. Tale ritrovamento fu considerato miracoloso ed il popolino cominciò a frequentare sempre più numeroso la chiesa, abbandonandosi poi dopo il pellegrinaggio a suoni, danze, bevute e canti volgari che richiamavano quella natura sfrenata che affondava le sue radici nelle feste orgiastiche e nei riti misteriosi ed erotici dell’antico dio Priapo.

È da queste radici che poi si svilupperanno più tardi i carri allegorici di Piedigrotta, che non sono altro che gli eredi di quei baccanali in cui venivano rappresentati con scene e figure i miti degli Dei dell’Olimpo accompagnati da canti osceni e da balli furiosi.  

Un’altra leggenda racconta che il frate incaricato della cura della cappellina non trovò più, una mattina, sull’altare la statua della Madonna: era disperato e chiamò il Superiore. Nel frattempo la Madonna rientrò tutta bagnata nella chiesetta e risalì sull’altare, ma le mancava la scarpetta: il Superiore che era accorso la trovò fuori vicino alla spiaggia e la Madonna se la rimise. Lei era tutta bagnata perché era andata in soccorso di alcuni pescatori che, sorpresi dalla tempesta, l’avevano invocata per salvarsi e Maria li aveva aiutati a tornare a terra sottraendoli alla furia del mare. Questa storia favorì la nascita del culto da parte dei Napoletani e si dice che, ispirandosi a questo racconto della scarpetta smarrita, Giovan Battista Basile, nel ‘600, abbia scritto la favola della Gatta Cenerentola.

La devozione per la Madonna si allargò a tutti i ceti sociali e, in particolare, salvò la Principessa di Bisignano che riuscì con i suoi figli a sfuggire al Re Ferrante d’Aragona dopo la Congiura dei Baroni e ad imbarcarsi per Terracina dalla spiaggia di Chiaia dove si era recata fingendo di andare a salutare la Madonna di Piedigrotta.

Molti personaggi storici ebbero tutti una devozione per la Madonna di Piedigrotta e fra questi si rivolse a Lei per chiederne la protezione anche Don Giovanni d’Austria (fratellastro di Filippo II Re di Spagna), nominato da Papa Pio V comandante della Lega Santa contro l’Impero Ottomano, che poi sconfisse nella battaglia di Lepanto nel 1571. Al ritorno dalla battaglia il Comandante volle ringraziare la Madonna per la vittoria ottenuta e si recò nuovamente alla Chiesa di Piedigrotta.

A ricordo di questa grande impresa, l’anno successivo si iniziò la costruzione della Chiesa della Vittoria nell’omonima Piazza sul Lungomare.

Il culto per la Madonna fu caro ai Re di Napoli, ma fu solo con i Viceré spagnoli che la fede si unì con la festa: infatti dall’8 settembre, giorno della Natività di Maria, il Viceré con la moglie ed i Nobili, andando alla chiesa, faceva sfilare per tutto il percorso le truppe in uniforme e in armi che seguivano le carrozze di gala. I colori della parata, il corteo sfarzoso, gli spari in aria dei fucili, le luci delle fiaccole, colpirono la fantasia popolare che fu travolta dallo spettacolo: la festa durava tre giorni e la gente si sfrenava.

Con i Borbone la sfilata assunse caratteri ancora più sfarzosi ed imponenti, così come viene riportata da Glejeses: apriva la sfilata uno squadrone di Guardie Nobili formata da giovani di illustri Casate che montavano splendidi cavalli, seguiti da ciambellani e alfieri che precedevano la carrozza reale, tutta d’oro, tirata da otto cavalli; poi venivano le carrozze dei parenti del Re e dietro c’erano guardie a cavallo, alabardieri, paggi e migliaia di soldati. Le truppe venivano da tutto il Regno: tiratori in verde dalla Calabria, soldati grandi e biondi del corpo degli Svizzeri, corazzieri, marinai, ulani con calzoni rossi, ussari con la giubba con gli alamari ecc, circa 20.000 soldati e marciavano fra i suoni della banda fra ali di folla e sotto i balconi pieni di gente festante. Arrivati alla Chiesa i Sovrani, dopo aver pregato, ritornavano al Palazzo Reale e l’Armata di mare sventolando sugli alberi delle navi mille bandierine colorate si avvicinava alla spiaggia di Mergellina, mentre dai castelli della città rimbombavano colpi di cannone cui rispondevano i cannoni delle navi: il corteo era partito alle cinque, ma quando si tornava si era ormai fatta notte.

La notte precedente la festa molta gente, che veniva da paesi anche lontani per parteciparvi, dormiva nella Villa che era riservata ai Nobili ma aperta al pubblico in quei tre giorni, mentre negozi e bancarelle improvvisate erano aperti giorno e notte e vendevano cibo e bevande, il tutto fra canti e divertimenti.

La parata militare durò per tutto il periodo del Regno dei Borbone e continuò anche se in forma meno appariscente l’otto settembre 1860: Garibaldi il giorno prima era entrato a Napoli e gli fu suggerito di recarsi alla Chiesa di Piedigrotta. L’eroe dei due mondi, fra gli sguardi sospettosi del popolino ancora fedele al Re, vi entrò quando sentì una voce dietro di lui che gli disse «Don Peppì levateve ‘o cappiello si no abbuscammo».

L’anno dopo il Generale Cialdini effettuò l’ultima parata militare, dopodiché la festa diventò esclusivamente religiosa.  

Il Regno di Napoli dopo secoli era finito e la città non era più Capitale: il senso di frustrazione colpì Napoli e cominciò un lungo periodo di crisi, di abbandono e di tristezza.

La città volle allora scuotersi e ricominciò dall’8 al 10 settembre a celebrare la Piedigrotta: dopo aver pregato davanti alla Madonna la folla invadeva le strade, gli scugnizzi battevano tamburi, putipù, triccaballacche, scetavaiasse e ’nzerre ‘nzerre per sfogare tutta la loro allegria, portandosi appresso “a marenna”: la parmigiana di melanzane, uva, mele e fichi, mentre i ragazzini di buona famiglia passeggiavano con i loro vestitini di carta (c’era anche un concorso per premiare il più bello) sotto l’occhio  dei genitori. L’importante era fare “ammuina”.

Era uno spettacolo, una frenesia generale che per tre giorni coinvolgeva i contadini venuti dalle campagne, le lavandaie del Vomero, i marinai delle isole e i devoti pescatori di Mergellina, ai quali si mischiavano anche i Borghesi e i Nobili in un’atmosfera di eguaglianza in cui per tre giorni il popolo poteva sentirsi “signore” e gli altri potevano sentirsi travolti dall’allegria e dalla baldoria popolare. Erano ammessi tutti gli scherzi, sempre nei dovuti limiti, pizzicotti alle signorine, lingue di Menelik (minuscole trombette che soffiandovi dentro fanno allungare una striscia di carta che emette un suono), i “cuppuloni” cioè coni di carta pesta, tenuti con un filo robusto, attaccati ad un’asta, che venivano calati dai balconi sulla testa del malcapitato, scelto magari per il suo abbigliamento elegante, che così non riusciva a vedere più niente e veniva sballottato dalla folla. Le strade erano piene di famiglie (in qualche Contratto di Matrimonio era scritto che lo sposo doveva portare la moglie alla festa) e poi con l’arrivo dell’elettricità ci fu l’esplosione della luce: furono montati archi con un numero spropositato di lampadine, che coprivano tutte le vie principali, mentre la folla gioiosa si avvicinava ai banchi che vendevano torroni, zuppa di cozze, noccioline, trippa, taralli, brodo di polpo, cocomeri, acqua ferrata e limonate. Era un’allegra confusione che si concludeva con lo spettacolo pirotecnico dei fuochi a mare.

A tutta questa frenesia si aggiunsero poi i carri che rappresentavano elementi cari alla tradizione napoletana: la Sirena, Pulcinella, il Vesuvio, le barche con i pescatori, le fanciulle che ballavano la tarantella, il tutto accompagnato da canzoni  create apposta per la festa, che venivano premiate in concorso da un’apposita giuria: il caso più clamoroso fu quello di “O sole mio”, scritta da Capurro e  musicata da Di Capua (che la compose nel freddo di Odessa in Crimea), che si classificò seconda al concorso dietro la purtroppo poco conosciuta “Napule bello!”, un’allegra tarantella.

Tantissimi artisti composero canzoni per la Piedigrotta, come Denza che musicò “Funiculì funiculà, Salvatore Di Giacomo che scrisse “Lariulà” e “E spingule francese” oppure Salvatore Gambardella che musicò Furturella, ammirata da Puccini: Gambardella non sapeva suonare, ma fischiava il motivo che aveva in testa ed un copista lo trascriveva in note sullo spartito: così era nata anche l’altra sua celebre canzone, “O marenariello” (vicino ‘o mare facimmo ammore ecc.).

Bideri, noto proprietario di una casa musicale, non editava solo canzoni, ma anche pubblicazioni di D’Annunzio e Pirandello ed è famoso, fra l’altro, anche perché è stato il primo a pubblicare su una sua rivista il “Manifesto del Futurismo” di Marinetti sei giorni prima che apparisse su Le Figaro che ne diede rilevanza internazionale.   

Oltre alla Bideri c’erano decine di altre case musicali: Gennarelli, Pierro, La Canzonetta, ecc. che producevano canzoni per la manifestazione in modo che ascoltandole in occasione della festa tutta Napoli potesse comprare le “copielle”, foglietti che contenevano parole e musica. Ormai la Festa si era allargata a tutta la città: le orchestrine che suonavano sui carri quelle canzoni create per Piedigrotta e che il giorno dopo si sarebbero ascoltate per tutte le vie, sfilavano per Foria, per Toledo, per la Riviera per arrivare addirittura al Vomero. La gente inondava le strade, mentre altri seguivano la sfilata dai balconi presi in affitto lungo il percorso del corteo, gettando sulla gente stelle filanti e coriandoli.

Uno spettacolo che il grande Raffaele Viviani, che più di tutti ha interpretato l’animo napoletano come autore ed autore, ha messo in scena rappresentando i momenti più significativi della manifestazione con musiche e personaggi di quelle giornate nella sua opera “La Festa di Piedigrotta”.

Dopo il periodo di sofferenze della seconda guerra mondiale, Piedigrotta rinacque: la gente voleva dimenticare e quindi si scatenava in quei giorni di settembre per dimenticare e divertirsi in modo nuovo come quando il Comitato alle Feste di Napoli portò a Napoli un gruppo scozzese che si esibì con balli e suoni di cornamuse o quando vi fu un anno in cui i carri non passarono più per le strade: vennero allestiti sull’acqua zatteroni luminosi, sui quali erano state montate le scene che raccontavano, musicalmente, la storia del leggendario Cola Pesce, l’uomo che sfidava gli abissi. Insomma una Piedigrotta a mare fra razzi luminosi che partivano dagli zatteroni verso il cielo, la musica che veniva dal mare, la luna che illuminava il Golfo e una grande emozione che travolgeva gli spettatori che seguivano lo spettacolo assiepati sul Lungomare.

Oramai i tempi stavano cambiando ed anche Piedigrotta andò man mano spegnendosi; furono fatti altri tentativi per darle nuova vita, ma non c’è stato niente da fare.

Sulla rivista “Cronaca partenopea” del settembre 1891, il Direttore aveva scritto: “Dicono che la festa di Piedigrotta andrà presto a finire. Ubbìe! È la festa di popolo, tramandata di padre in figlio come un sacro retaggio ed i napoletani non la lascerebbero eclissare per tutto l’oro del mondo. Si potrà trasformare, ma non finirà…”.

Oggi questa festa è proprio finita, è scomparsa dalla memoria forse per colpa del traffico, dei nuovi modelli di divertimento e di un mondo appiattito che sta perdendo l’anima e la memoria delle sue radici: peccato.

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia

                                                               

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