Napoli città femmina

Ottobre 1, 2021 by rubrica: I racconti di Partenope

E’ possibile attribuire di che sesso è una città? La risposta, secondo logica, è certamente no. Se invece si ragiona in chiave storica e mitologica, la prospettiva è diversa.

Napoli, città magica, è collegata al sesso femminile perché ogni suo aspetto ne esalta i simboli.

Nasce nell’VIII secolo a.C. sulla collina in tufo del Monte Echia, oggi Pizzofalcone, alle spalle di Santa Lucia. Alcuni studiosi ritengono che Echia risalirebbe a Euplea, altro nome di Afrodite, la dea della bellezza. A lei gli abitanti di Rodi approdati sulle sponde partenopee eressero un piccolo tempio in una grotta di Posillipo (che in greco vuol dire: tregua dal pericolo o che fa cessare il dolore), verso la Gaiola, innalzandole una statua marmorea ai cui piedi vi era un bassorilievo in marmo raffigurante scene dell’Olimpo.

Si racconta che molto prima che scoppiasse la Guerra di Troia alcune tribù preelleniche di razza camitica, scacciate dalla loro terra di origine e abilissime nel solcare i mari con agili imbarcazioni, si trasferirono sulle coste dell’Italia meridionale, e della Campania in particolare. Queste tribù, chiamate dei Teleboi (egei e rodii) si stabilirono quindi sulle nostre coste, attirati dalla dolcezza del clima e dalla bellezza dei luoghi. Costoro praticavano il culto delle Sirene, risalente a tempi ancora più remoti degli antichi popoli siro-anatolici dell’Asia Minore, assimilati solo nel 1400 a.C.

Questo culto affonda le sue radici in quello delle dee-madri, un tempo considerate le uniche detentrici della Conoscenza, della vita e della morte. I nostri lontani progenitori avevano infatti un’unica grande divinità femminile-lunare che occupava il posto principale: Dêmeter, ovvero Demetre o Terra Madre, dea dell’agricoltura e della fertilità), riconosciuta come padrona del mondo visibile e invisibile, della terra, del cielo e delle acque. Vi erano poi divinità femminili minori associate a questi elementi, e al mare in particolare, alcune chiamate Ninfe, altre Sirene.

Le Sirene, in un lontano matriarcato, erano esseri alati col viso di fanciulle e il corpo di uccelli, detentrici della parola sacra che ammaliava per la loro dolcezza e veniva ascoltata come canto divino. Scelsero come residenza soprattutto le meravigliose coste del meridione tra Napoli e Sorrento, che venivano chiamate Seirenea, nome che indica una specie di api, insetti che possiedono un simbolismo regale che risale addirittura a Caldei ed Egizi. A questi insetti è associato il dono dell’eloquenza, della poesia e dell’intelligenza e, nei misteri Eleusini, anch’essi femminili, le sacerdotesse venivano chiamate api. essendo considerate figure che possedevano il dono della profezia.

Nell’Odissea di Omero così parlano: … Nessuno mai si allontana da qui con la sua nave nera se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi, pieno di gioia riparte, conoscendo più cose… noi tutto sappiamo… tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice…

Col finire dell’era matriarcale e col nascere di quella patriarcale il femminile, però, venne sempre più demonizzato e il loro corpo di uccello fu trasformato in quello d’un pesce, in rapporto analogico col simbolismo delle acque, lunari e femminili. Eraclito le definì graziose baldracche e Omero le situò nei paraggi dell’Ade, la Porta degli Inferi, che in seguito verrà individuata nel lago d’Averno. Così, a poco a poco persero il loro carattere iniziatico e ammaliatore per entrare in quello infero, lascivo e distruttore dei mostri femminili lunari connessi agli abissi marini. Ecco perché col tempo divennero simili alle Lamie o Arpie, famose nel mondo greco, nemiche dei navigatori che prima vengono sedotti dal loro canto e poi, caduti in loro balìa, crudelmente uccisi.

A causa dell’inganno di Ulisse che, ascoltando i suggerimenti di Circe,  superò indenne il pericolo mortale facendosi legare a un albero dai suoi marinai a cui però tappò bene le orecchie, le sirene Ligea, Leucosia e Partenope, ferite e umiliate, si lasciarono morire nelle acque di Capri e, mentre i corpi delle prime due approdarono lontano, quello di Partenope fu ritrovato sulle rive dell’isolotto di Megaride, nella zona compresa fra l’attuale Castel dell’Ovo e l’antico Borgo Marinaro. Gli abitanti del luogo, impietositi, le eressero un sepolcro e sorse così la città che prese il suo nome: Partenope.

Per questa ragione l’antica Napoli crebbe e si sviluppò nel culto di una semi-dea che la iniziò virtualmente ai misteri e all’occulto. La stessa cittadina di Sorrento dovrebbe avere un rapporto etimologico con la parola Sirena, così come lo hanno certamente le isole Sirenuse, enormi scogli oggi chiamati Li Galli, di fronte a Positano.

A testimoniare l’antico rapporto tra Napoli e l’oracolo della Sirena oggi si può ancora ammirare la splendida statua che la raffigura tra due delfini nell’aiuola di Piazza Sannazzaro. Vi è poi il Corso Sirena che attraversa Barra oltre a numerosi elementi ornamentali su portoni di antichi palazzi nella zona della Napoli antica.

L’interrelazione tra la divinazione, la magia, l’ispirazione non finisce però con le Sirene, anche se assume nuove e più ricche connotazioni.

Secondo alcune testimonianze tramandate dalla letteratura latina, tra cui Ovidio e, in particolare, Virgilio nell’Eneide, un tempo esistevano dieci vergini incartapecorite, le sacerdotesse chiamate Sibille, rimaste caste perché fedeli spose del dio Apollo che aveva donato loro l’arte di essere profetesse di sciagure, di interpretare il fato degli uomini. Gli oracoli delle Sibille avvenivano in fonti sacre e in antri, grotte. Le più famose erano la Sibilla di Delfi, quella di Eritrea e, soprattutto, la Sibilla di Cuma o Cumana, zona che si trova a ovest della città di Napoli. Quest’ultima veniva anche chiamata Amaltea, che è il nome della capra nutrice di Zeus nella mitologia ellenica.

La Sibilla, a cui già nell’età greca le si attribuivano duemila anni, svolgeva l’arte divinatoria in un antro situato in una grotta del lago d’Averno e poi sull’acropoli di Cuma, dove dicono avesse predetto la distruzione di Cartagine, l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., la nascita di Gesù e perfino la fine del mondo!

Nel suo antro, c’è ancora una grossa pietra quadrata situata in un punto che si trova in relazione diretta col magnetismo del sottosuolo. Sopra quella pietra la Sibilla, dopo varie abluzioni e masticando foglie di lauro, la pianta sacra al dio Apollo, iniziava le sue profezie.

Per un particolare gioco di rifrazioni la voce provocava infiniti echi che si diffondevano in tutte le ramificazioni delle grotte mentre i sacerdoti trascrivevano i suoi vaticini su foglie di palma che volavano via alla minima corrente d’aria. Raccolte le foglie in ordine sparso, il responso veniva letto con grande elasticità.

Famoso è l’aneddoto legato ai suoi responsi ambigui e quindi di difficile comprensione: ai soldati che partivano per la guerra e che le chiedevano se sarebbero tornati, essa rispondeva: Ibis Redibis Non Morieris In Bello che, tradotto letteralmente, significa “Andrai Tornerai Non Morirai In Guerra”.

L’arcano è tutto in una virgola. Se infatti si pone dopo i primi due verbi avremo Andrai ritornerai, non morirai in guerra. Ma se si pone dopo il non, avremo: Andra ritornerai non, morirai in guerra, con un significato ben diverso e nefasto, ma garantendo egualmente l’esattezza del responso.

Una leggenda narra che un giorno la Sibilla si recò da Tarquinio e gli offrì nove libri che contenevano il destino e i rimedi di Roma, a un prezzo in oro molto alto. Tarquinio rifiutò e allora la Sibilla andò via e ne bruciò un terzo. Dopo poco tempo ritornò offrendo al re di Roma quella restante, sempre per lo stesso prezzo. Tarquinio rifiutò ancora. Nuovamente ne distrusse la metà e gli ultimi tre, chiamati Libri Sibillini, gli furono per la terza volta offerti senza una sola moneta di sconto. Questa volta il re, suggestionato da tanta insistenza, accettò il pagamento e conservò i testi nel tempio capitolino dove però, si dice, andarono distrutti nell’83 a.C., in seguito al gravissimo incendio del Campidoglio.

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità

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