Amore a tutto tondo ovvero la rifondazione fluida del Mito dell’Androgino

L’amor che move il sole e l’altre stelle (Paradiso, XXXIII, v.145) è l’ultimo verso del Paradiso e della Divina Commedia di Dante Alighieri. È lo zenit della sua ricerca e del suo viaggio iniziatico. Il Nostro ha dovuto attraversare l’Inferno fin in fondo al suo ultimo Girone per ricongiungersi in una coincidenza degli opposti di greca memoria alla sublimazione alchemica dell’Amore.

Oggi, che anch’io sto allacciando le fila lacerate di quegli opposti che da un Buco Nero catapultano nel Nulla assoluto o in Un Buco Bianco, voglio anch’io cimentarmi in questa catapulta cosmica ed esistenziale. È un’altalena che dà i brividi… ma è anche così sfericamente piena… e a tutto tondo… l’anima si fa in mille e uno pezzi e i mille e uno, in un moto dettato da Amore, cercano e forse troveranno una forma nuova, pronta per il nuovo morfospazio che già mi circonda e che io stesso contribuisco a plasmare immerso nel mio umwelt.

E Tu come ami?

E Tu chi ami? E cosa ami?

E Tu in quanti modi sai amare?

E Tu quante parole sai usare per marcare i confini del tuo amore?

Il Simposio è un famoso dialogo che Platone dedica al tema di Eros e della ricerca della Verità e della Bellezza.

Siamo ad un banchetto a casa del poeta Agatone; si festeggia insieme ad alcuni VIP dell’epoca la vittoria di Agatone in un agone tragico; sono presenti Agatone stesso, il medico Erissimaco, il poeta Fedro, il retore Pausania, il poeta Aristofane, Socrate e il suo allievo Aristodemo. Dopo mangiato, come da consuetudine nei simposi, tutti gli invitati convergono nella scelta di un argomento su cui filosofeggiare, dialogando e bevendo.

L’arbiter bibendi sembra essere Fedro che coinvolge gli invitati in un elogio ad Eros.

A turno, ciascun commensale espone la propria visione dell’amore. Durante il simposio (etimo: bere insieme), prende la parola Aristofane; il famoso commediografo spiega la propria opinione sull’amore narrando il mito delle metà, più noto come Mito dell’Androgino.

Racconta Aristofane: un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, intimorito dalla loro potenza e hybris, a colpi di fulmine spaccò ciascuno di loro in due parti separate. Da allora, ognuno di noi si muove e vaga nella perenne ricerca della propria metà divisa, e solo quando la trova torna alla primigenia perfezione. Secondo Aristofane gli uomini del suo tempo non si rendevano più conto della potenza dell’eros; altrimenti certamente avrebbero elevato templi e altari al dio Eros, e dei più magnifici! E offrirebbero i più splendidi sacrifici al dio più amico degli uomini: a colui che viene in loro soccorso e porta loro il rimedio ai mali la cui guarigione è forse per gli uomini la più grande felicità.


Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. […]. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell’unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. […]. La ragione per cui c’erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d’entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea.

Io credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri.

Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d’ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un’apertura – quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell’ombelico, come ricordo della punizione subìta.

E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso – sia che incontrasse l’altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l’uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza.

Dunque, ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. È per questo che ciascuno è sempre alla ricerca della sua parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle donne, e tra loro ci sono la maggior parte degli adulteri; nello stesso modo, le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie; ma le donne che derivano dall’essere completo di sesso femminile, ebbene queste non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi, infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi. […]. Queste persone – ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque – quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita l’uno accanto all’altro, non saprebbero nemmeno dirti cosa s’aspettano l’uno dall’altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell’amore: non possiamo immaginare che l’attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco.

Se, mentre sono insieme, Efesto si presentasse davanti a loro con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse:

Che cosa volete l’uno dall’altro?,

e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora:

Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola. Anche dopo la vostra morte, laggiù nell’Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi felici?

A queste parole nessuno di loro – noi lo sappiamo – dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos’altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l’altra anima. Non più due, ma un’anima sola. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l’ho descritta.

Allora, come ho detto, eravamo una persona sola; ma adesso, per la nostra colpa, il dio ci ha separati in due persone […]. Dobbiamo dunque temere, se non rispettiamo i nostri doveri verso gli dèi, di essere ancora una volta dimezzati, e costretti poi a camminare come i personaggi che si vedono raffigurati nei bassorilievi delle steli, tagliati in due lungo la linea del naso, ridotti come dadi a metà. Ecco perché dobbiamo sempre esortare gli uomini al rispetto degli dèi: non solo per fuggire quest’ultimo male, ma anche per ottenere le gioie dell’amore che ci promette Eros, nostra guida e nostro capo. A lui nessuno resista – perché chi resiste all’amore è inviso agli dèi. Se diverremo amici di questo dio, se saremo in pace con lui, allora riusciremo a incontrare e a scoprire l’anima nostra metà, cosa che adesso capita a ben pochi. E che Erissimaco non insinui, giocando sulle mie parole, che intendo riferirmi a Pausania e Agatone: loro due ci sono riusciti, probabilmente, ed entrambi sono di natura virile. Io però parlo in generale degli uomini e delle donne, dichiaro che la nostra specie può essere felice se segue Eros sino al suo fine, così che ciascuno incontri l’anima sua metà, recuperando l’integrale natura di un tempo. Se questo stato è il più perfetto, allora per forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l’anima a noi più affine, e innamorarcene. Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l’avvenire può aprirci alle più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla nostra natura d’un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità. (Platone, Simposio)


Pertanto, nel Simposio, l’Amore viene letto, per bocca di Aristofane, come figlio dell’incompletezza umana; è desiderio, tensione e movimento verso l’altra metà di sé mai dimenticata né scordata, sebbene spesso non razionalmente individuata.

Così, quegli esseri forti, arroganti, tondi e completi nel loro essere un Uno sferico e perfetto, furono indeboliti da Zeus e cominciano a vagare alla ricerca della propria metà perduta. Essi nella “mancanza” della propria pienezza di “uno”, danno inizio alla prima manifestazione di Amore: desiderio di unione, senso di incompletezza, desiderio di ricongiungersi con la metà perduta.

Canta la Nina napoletana:

Quando trovano la propria metà, questi uomini e donne si abbracciano fino a lasciarsi morire di indolenza e inazione. Questa divisione innescata dagli déi potrebbe causare la fine del genere umano.

Come permettere che essi sopravvivano?

Attraverso l’amore, sia quello volto alla generazione di nuovi esseri umani attraverso rapporti eterosessuali, sia attraverso l’appagamento psico-fisico dell’unione nella propria natura primigenia.

E allora… cosa dire oggi, epoca di fluidità in ogni campo dell’esistenza e delle azioni umane?

Siamo nell’epoca in cui il tutto tondo della sfera rischia di mostrare il proprio volto ‘annientativo’ della indistinzione uniformante anziché quello complesso di una innumerevole e fantastica entropia di diversità individuate e individuabili.

La fluidità in senso fisico (il termine physis indicava originariamente la forza della natura e la divinità ordinatrice del Kosmos) per sua stessa natura, tende ad occupare e riempire morfospazi che hanno forme innumerevoli e forse infinite possibilità di riarrangiamenti negli infiniti mondi che la fisica prospetta come ipotesi; ma non ogni morfospazio, né ognuno dei mondi possibili, ha la capacità di ospitare forme di physis, di vita e di amore così come le concepiamo, bramiamo, cerchiamo e inseguiamo oggi.

Ciò significa che sebbene ogni forma di completamento del sé diviso (in quante parti è suddivisibile una sfera umana? Davvero solo in due come ingenuamente credeva Aristofane?) possa essere teoricamente perseguibile e praticamente soddisfatto, solo alcune forme garantiranno quella prosecuzione della specie umana, a cui già ai tempi di Platone, sembrava fossero più interessati gli dèi che gli uomini stessi.

Ciascuna etica dell’eros e dell’amore sarà comprensibile a menti ed animi educati ad accettare il diverso da sé, ma non tutte dovranno essere giustificabili né accettabili se avremo come obiettivo la permanenza come specie umana su questo sparuto angolo di Universo.

Il tutto tondo dell’eros fluido può essere contenuto solo in un morfospazio che contempli tutte quelle frontiere della tecno-scienza biologica e medica che prevedano la manipolazione genetica estensiva ed intensiva, tutte quelle pratiche di non ancora unanime veduta quali uteri in affitto, fecondazioni e maternità surrogate e mille  altre tecniche presto disponibili per procreazioni umane che non saranno più solo assistite ma che assomiglieranno a quelle coltivazioni sterili di semi brevettati per piante OGM, di cui oggi la Terra e il Mercato sono già pieni, e che già forniscono guadagni miliardari a quelle Company assetate di denaro, potere e hybris malevolo, miopi verso l’umanesimo, e che già detengono la esclusività di proprietà brevettuale per lo spaccio controllato e a pagamento.

È questo quel che vogliamo per il futuro della nostra specie umana?

Ecco come vedo io il morfospazio che stiamo preparando: vedremo come un’età mitica quella in cui c’era la possibilità di procreare figli in maniera libera e gratuita, sotto l’influsso di un Eros, forse scombinato, ma pur sempre benevolo; nasceremo coltivati in provette che riempiranno biocampi che assomiglieranno a quelle coltivazioni di esseri umani utili agli dèi, di cui ci parlano miti apocalittici, eretici e apocrifi per la scienza e le religioni imperanti, di origine soprattutto sumera. Solo che a differenza di quei miti, sui tratturi che ci conducono a queste nuove frontiere del transumanesimo, non troveremo dèi benevoli seppur interessati, ma nuovi dèi nelle epifanie di politici miopi e imprenditori spregiudicati e ignoranti di umanità.

Ishtar, la dea dell’amore, della fertilità e dell’erotismo (ma anche della guerra), sorella gemella del Sole e figlia della Luna, ci spingerà verso un rinnovato politeismo etico e culturale: non potrà più essere identificata con Venere né tantomeno con quel Dio amorevole e unico che move il sole e l’altre stelle ma dovrà fluidificarsi in tante figure quanti sono i suoi caratteri distintivi; quel suo spirito di discordia e contrasto, tanto di amore puro quanto di quello sregolato, quel suo essere vergine e prostituta allo stesso tempo, non troverà più il suo “tutto tondo” nella misura prudente del pensiero naturalistico della filosofia mediterranea, ma piuttosto fratturerà quegli opposti (che l’antico pensiero occidentale faceva coincidere) in integralismi partigiani senza soluzioni meridiane.

L’amore dell’antica Grecia, che si declinava in Eros, Philìa, Agàpe, e tant’altro ancora, perderà il suo spirito eroico e tragico e sarà ridotto alla mistificazione di Eros nella sua accezione riduttivista e fisicalista, utile a costruire una mappa della realtà d’ausilio a quanti mirino a ridurre l’essere umano al costrutto che lo delinei come un individuo/automa essenzialmente giuridico-normativo, soggetto o meglio oggetto di scambi sul mercato, e che soddisfi le proprie pulsioni erotiche per alimentare la hybris dei nuovi dèi, anziché percorrere la via di un’autorealizzazione nella spinta eroica verso dinamiche d’amore.

Come dicevamo, nel Simposio di Platone, della nascita di Eros non ne parla solo il nostro famoso commediografo: a casa di Agatone, dove tutti i conviviali prendono la parola e tessono un elogio nei confronti di Eros, ora parla Socrate, che annuncia che quanto dirà gli è stato suggerito da Diotima, una donna saggia che, quando Socrate era ragazzo, lo ha istruito sul tema dell’amore.

Secondo Diotima l’amore non è né bello né brutto, ma è una forza cosmica dell’anima (Daimon) a metà tra sapienza e ignoranza, tra umano e divino, tra mortale e immortale. Diotima spiega a Socrate la genealogia di Eros, che ora egli racconta ai suoi commensali: 

Penia incontra Poros durante i festeggiamenti per la nascita di Afrodite (la dea Venere della bellezza) e da questi si fa ingravidare; dall’unione nasce Eros, figlio di povertà ma bramoso di bellezza. Eros/Amore, instancabilmente desideroso di bellezza, compie un cammino verso l’alto che si appaga solo al culmine della conoscenza (il viaggio di Eros è simile alla battuta di caccia dell’Atteone de gli Eroici Furori di Giordano Bruno!).

Diotima spiega a Socrate gli stadi di amore: ecco allora l’amore per un bel corpo; ma poi, nel moto di ricerca e ascensione, segue l’amore per le anime; e poi  ancora la persuasione che la bellezza dell’anima sopravanzi quella del corpo (la sollevazione di sé verso l’altro); e più su ancora, l’amore per le opere create dall’uomo e l’armonia tra le diverse attività della nostra anima; e infine l’amore per la bellezza in sé (la fortezza d’animo che genera la conoscenza e l’amore di sé tramite l’altro).

Socrate, attraverso  la maieutica nutrice d’anime Diotima (nota bene: una donna), ci introduce al percorso iniziatico di un eros che trascende e supera (partecipando senza escludere  quell’unione fisica a due che completa l’uno umano) la brama per il bel corpo, e ci conduce per la via che unisce l’uomo a considerarsi metà incompiuta di un tutto più ampio, che trova la propria sfericità perfetta nel riconoscimento ed unione con le altre anime affini, nel riconoscimento delle opere umane “belle e buone”, e infine nell’amore per la bellezza in sé, che diviene criterio eroico insieme etico ed estetico (precorrendo gli “eroici furori” del nostro Giordano Bruno, sommo eretico del pensiero libero, etico ed estetico).

Socrate si fa precorritore di un pensiero ecologico, che troverà in Gregory Bateson il più chiaroveggente antesignano moderno, e che verrà statuito nelle scienze moderne solo grazie ai contributi di pensatori illuminati come Max Scheler, Jakob Johann von Uexküll, Thomas Albert Sebeok, Jurij Michajlovič Lotman. Questi scienziati, con la definizione e l’approfondimento del concetto di umwelt, chiarificano un universo semiotico in cui il singolo essere vivente interagisce complessamente con tutto il proprio mondo circostante divenendo con esso un tutt’uno inscindibile e intricato.

Ciascuno di noi, in un ricco e fluido circolo funzionale, ricrea e dà una forma al proprio umwelt quando interagisce con l’altro e con il mondo; secondo questo modello, la mente e il mondo sono inscindibili, perché è la mente che interpreta il mondo a beneficio dell’organismo e quando due umwelt interagiscono si crea una semiosfera. In tale modello, parlare del sé come di una “cosa” avulsa dal contesto e dall’altro, semplicemente non ha senso! In un’ottica del tutto moderna, il singolo torna a ricongiungersi in un vincolo d’amore con tutto ciò che lo circonda; ama il prossimo tuo come te stesso diviene un messaggio non biblico ma di una religione laica ed ecologica che sola potrà salvare l’umanità dalle proprie miopi e assurde brame di ricongiunzione amorosa ed amorevole solo con se stessi e con una materia senz’anima.

Ma il percorso che può portare la singola persona verso questo genere di pensiero ecologico non è semplice ed ha ancora a che fare con l’Amore!

È ancora Platone che ci indica la via attraverso un mito: quello della biga alata.

Il Mito della biga alata è sintetizzabile così: l’amore nel Fedro.

Infatti, l’altro dialogo in cui Platone affronta il tema dell’Amore è proprio il Fedro, dove viene ripreso il tema della bellezza (come già annunciato nel Simposio) e dove si racconta di come l’anima possa raggiungerla.

L’anima è come una coppia di cavalli alati guidati da un auriga che dovrebbe condurla verso il mondo della bellezza e bontà assolute: iperuranio.

Accade così che, quando il cavallo nero tira più forte, l’anima scende nel mondo terreno e si incarna in un essere terrestre che vive con il ricordo dell’iperuranio, a cui brama tornare; quando tira più forte il cavallo bianco, l’anima permane in iperuranio e non c’è incarnazione terrestre. L’anima che ha soggiornato più a lungo nell’iperuranio, come una Moira Orfei che ha domato meglio il cavallo nero, si incarnerà in un uomo dedito all’amore e alla sapienza ed è spinto dal desiderio amoroso a ricongiungersi a quel suo mondo ideale.

Alcune prestigiose Università USA, dove vengono istruite/educate le principali menti che dirigeranno questa nostra Terra nel futuro, già qualche anno fa, hanno preso la singolare decisione di sopprimere gli studi classici perché ritenuti, da quella che reputo una malsana cancel culture, come suprematisti.

Sembra oggi che per declinare la semiotica dell’Amore possa bastare dire I love you. Eppure, i nostri cari e amati antichi greci ci avevano insegnato un campo semantico e nominale per l’amore ben più ricco e fecondo per l’Umanità e l’Umanesimo e la Vita tutta.

Qualcuno riconoscerà come familiari termini come Eros (έρως), Philia (φιλία), Storge (στοργή), Pragma (πρᾶγμα), Thelema (θέλημα), Anteros (αντέρως), Himeros (iμερος), Mania (μανία), Philautia (φιλαυτία), Agape (αγάπη) o Charis (χάρις).

Abbiamo già conosciuto Eros (έρως), dio dell’amore fisico e del desiderio.Eros è la specie di amore più conosciuto; è un amore passionale e spesso anche carnale, irrazionale, pericoloso, che ti fa perdere il controllo; comprende l’amore sessuale ma non solo: deriva da Ёραμαι” (eramai) che vuol dire “amare ardentemente”, “bramare” e non è necessariamente rivolto nei confronti di una persona ma può essere un qualsiasi oggetto o attività che siano investiti da tale passione amorosa; che non si riferisca esclusivamente alle persona ce lo dice anche il verbo Ёραμαι, che può riferirsi oltre che alle persone, anche a concetti ed enti astratti, quale ad esempio la brama di conoscere. Per Esiodo, Eros era un dio primordiale, nato dal non-essere, ed era quel quid che fa muovere verso qualcosa, era un principio divino dedicato a spingere verso la bellezza.

Ben nota è anche la Philia (φιλία), quel tipo di amore fatto d’affetto e piacere e da cui ci si aspetta un ritorno. Il miglior esempio di questo tipo di amore è quello tra amici; infatti, spesso questo sentimento si riferisce proprio all’amicizia profonda, a quel legame fraterno che si stabilisce in un rapporto di complicità e di affiatamento, in cui ci si scambia reciprocamente lealtà e fiducia; è un rapporto reciproco in cui non devi solo amare ma anche essere amato. È ben esemplificato in quel sentimento che si prova in battaglia, tra combattenti della stessa schiera, che condividono affetti ed esperienze.

Proseguendo la nostra disamina, Storge (στοργή) è quell’amore tenero e filiale, come può aversi verso la famiglia, nei confronti di un genitore, di un figlio o di un fratello o una sorella; verso quelle persone che fanno parte di te e che sempre amerai, a prescindere dagli accadimenti e comportamenti reciproci. È quindi principalmente l’amore parentale/familiare, quell’affetto naturale d’appartenenza, tra parenti e consanguinei. È quella “farina di sangue” c he si agglutina sempre, nel bene e nel male…

Meno conosciuto e diffuso è il Pragma (πρᾶγμα): quell’impegno amorevole, quel dare amore senza aspettarselo in cambio. Esso potrebbe essere visto come un amore per le radici e la storia di un lungo rapporto, come in quelle forme l’amore presenti in un matrimonio in cui col tempo venga a mancare la forma erotica dell’amore stesso e dove anziché interrompere la relazione, almeno uno dei due, continua ad amare in questa forma trasformata di sentimento verso l’altro significativo.

Invece, Thelema (θέλημα), è l’amore che provi per quel che fai, per la tua attività, professione, arte. È il piacere di fare, il desiderio voler fare. È un amore non rivolto verso una persona ma verso un fare che nobilita l’homo faber.

Da non confondere con l’anti-amore è Anteros (αντέρως), che designa un legame d’amore corrisposto, come quello generalmente presente con un fidanzato o un coniuge. Anteros era un altro fratello di Eros e i due erano inseparabili; infatti, si narra che poiché Eros non cresceva, la madre Afrodite si consultò con lquella figlia di Giove, Temi, che le predisse che il bimbo sarebbe cresciuto solo con l’amore di un fratello; perciò Afrodite generò Anteros; e così Eros cominciò a crescere; però, ogni volta che i due si separavano, Eros tornava fanciullo: già allora l’amore aveva bisogno di essere corrisposto per crescere.

Arriviamo a quello che per molti è il cattivo della storia: Himeros(Ιμερος); anche questi è fratello di Eros e figlio di Afrodite; in Omero non veniva ancora ben distinto da Eros stesso, mentre in Esiodo lo troviamo finalmente differenziato dal fratello, e così viene indicato con l’epiteto di καλός; le sue caratteristiche differenziative dal più noto germano nascono dalla speculazione dei filosofi greci piuttosto che dal sentimento popolare;  è la personificazione dell’amore folle, della passione momentanea e del desiderio irrefrenabile; è l’amore che brucia di desiderio fisico, quello primitivo, irrefrenabile e impulsivo, presente e immediato, che chiede di essere soddisfatto ‘sveltamente’. Le passioni di Achille possono essere una espressione dell’himeros e difatti l’eroe ne porta la l’embema sullo scudo.

Passiamo a quella che oggi chiameremmo una “cotta”: abbiamo a che fare con Pothos (Πόθος), che è perlopiù quel tipo di amore che provano gli adolescenti e il dolore intenso per la lontananza della persona che amiamo. Pothos è anch’egli fratello di Eros ed è il desiderio amoroso che brama, sogna e idealizza, e perciò il termine designa anche, in apparente contrasto con una cotta, quel desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo in una dimensione amorosa nostalgica e irraggiungibile, e che è alla base della nostra intenzionalità, ma spesso fuori dalla nostra portata realistica.

Un altro cattivo nella storia dell’amore, è ritenuto Mania (μανία), che è il desiderio incondizionato di amare e possedere; è quando si vive solo con quell’amore entrato nella propria vita; ma come in tutte le buone fiabe, non sempre il cattivo è il solo o il vero cattivo: Mania non deve essere semplicisticamente e tout court confuso con quelle operazioni mentali oggettualizzanti in cui il partner viene visto come un oggetto da far proprio, né con quelle forme di amore rivolto verso una persona che oggi i giovani chiamerebbero “Malessere”, né tantomeno con quelle forme di amore e relazioni che gli psicologi definiscono tossiche perché avvelenano la vita di una sola persona all’interno della coppia (ma allora quale forma di  amore/relazione è quella in cui entrambi i partner si avvelenano a vicenda, quella in cui il controllo e i giudizi spregiudicati mirano ad essere simmetrici e bidirezionali, in una lunga e logorante escalation?).

Ancora, proseguendo sulla via della nostra classificazione, entriamo proprio nel complesso parlando di Philautia (φιλαυτία) che è l’amore nei confronti di se stessi (amor proprio). Contrariamente a quanto si può pensare e si è spesso pensato, non possiamo annoverarlo tra i cattivi della storia di Amore: per molti si tratta di vanitas e bieco orgoglio, di un appassionarsi di sé stessi e di uno sterile ripiegarsi dell’amore su di sé, l’implosione dell’amore! Ma per alcuni accorti filosofi e anche per alcuni ‘padri della chiesa’, il nostro Filautos non è un egoista cattivo. Infatti, la filautia non ha necessariamente un’accezione negativa, perché può essere un modo sublime e alchemico per perfezionare se stessi, attraverso il passaggio per l’autostima, la fiducia in sé. Infatti, si può volere il proprio bene senza andare a discapito degli altri e della propria sfera ecologica ma anzi favorendola ed entrandoci in armonia. Lo aveva ben compreso Giordano Bruno che vedeva nella filautia un vincolo indissolubile, necessario e assoluto che lega ciascun uomo a questo mondo; inoltre, lo stesso Bruno scrive: 

XIII. Il fondamento della vincolabilità: La prima spiegazione del fatto che ogni realtà è vincolabile va ricavata in parte dalla constatazione che essa desidera conservarsi nella situazione che possiede al presente, e in parte dal fatto che essa desidera giungere a completezza secondo tale situazione e all’interno di essa. In ciò consiste in genere la filautìa o amore di sé. Quindi se uno riuscisse ad estinguere in un soggetto la filautìa, sarebbe messo in condizione di legare e sciogliere in qualsiasi modo. Per converso, accesa la filautìa, tutte le cose si imbrigliano più facilmente nei tipi di vincoli che sono loro naturali. Tutto ciò è stato infine travasato dalla filosofia e accolto nell’alveo della scienza, dove le più attuali ricerche neuroscientifiche e teorie della mente ci hanno riportato al concetto di coscienza (quella di ciascuno, indistintamente e universalmente) come centro costruttore ed organizzatore della realtà di noi stessi e anche di quella che vediamo intorno a noi. Pertanto, rassegniamoci: non si può non passare attraverso noi stessi e non si può abolire l’egoismo; solo che il sé e l’egoismo possono diventare strumento al servizio della propria crescita ‘spirituale’ e strumento al servizio degli ‘altri sé’, in una strategia che in Teoria Matematica dei Giochi si chiama “win-win”, ossia: tutti vincitori. Potremmo per semplicità distinguere, con Hobbes, un egoismo ‘beninteso’ da uno che abbiamo chiamato ‘bieco’ o ‘miope’. L’amore di sé, quello beninteso, può prendere le forme di qualsiasi altra forma d’amore, fino a mutarsi in carità e incamminarsi verso un’autentica riscoperta della propria ricchezza interiore e delle potenzialità di amore universale.

E infine c’è Agape (αγάπη) o Charis (χάρις) che è amore incondizionato e oblativo; è un amore potente e incondizionato, puro e senza alcuna aspettativa; può anche non essere ricambiato. Tende oltre le forze umane, oltre il tempo e le altre dimensioni e confini fisici consacra se stesso all’egida del trascendente ignorando l’angusto concetto del limite e del finito. Ha spesso riferimenti religiosi, tanto che è il termine più usato nei Vangeli per indicare l’amore; ci ricorda l’altare del sacrificio di Cristo, che si immola per redimere il peccato dell’uomo. È anche l’amore per la conoscenza che fa immolare l’Atteone di Giordano Bruno sull’altare di un dio che si fa carne in ogni uomo (che in tal modo si ‘india’) e in ogni essere materiale, dotandolo di anima e del sigillo di manifestazione unica e speciale del creato infinito. Carite era una delle tre Grazie, e racchiude in sé i sentimenti di grazia, gentilezza, gratitudine. È quell’amore che ha in sé pienezza fisica e spirituale, e che però può esistere solamente se la coppia di amanti si ama allo stesso modo e totalmente, concedendosi sia fisicamente che spiritualmente. È un tipo di amore che richiede reciprocità assoluta, e quando questa c’è, può anche contenere tutti le altre specie di amore.

«Ti ho amato di amore eterno» 

dice il profeta Geremia.

Questo genere di amore dove lo mettiamo nella nostra lista?

Ma, nella mia lista dell’amore redatta secondo la sensibilità degli antichi greci, non voglio che manchi un concetto a me molto caro: quello della Nostalgia [comp. del gr. nóstos “ritorno” e -algia]: ossia il dolore che spinge verso il ritorno, il dolore dello stare lontani da casa; qui dove “casa” è una metafora universale e non un luogo fisico, dove casa può essere una famiglia o una persona cara o gli insostituibili Lari. Trattandosi di una “tensione verso…”, la annovero nelle forme di amore, ma ben starebbe anche in una classificazione sulle forme del dolore.

Ed ecco che ci appare chiaro come l’amore non debba essere sempre e per forza pace e serenità ma talora lotta e disperazione.

Avendo infine sintetizzato l’Amore come una qualsiasi cosa che provochi e determini una “tensione verso…” qualche altra cosa, mi viene in mente Empedocle (filosofo greco del V secolo avanti Cristo), secondo cui le quattro radici (fuoco, acqua, aria e terra) vengono ordinate da due forze primordiali e divine opposte: l’Amore e l’Odio. Praticamente aveva già descritto il Big Bang e il Big Crunch, affermando che l’amore tende ad unire le quattro radici mentre l’odio tende a separarle; la lotta tra le due forze crea il ciclo cosmico che parte dallo Sfero in cui tutto è unito e indistinto in un’armonia così perfetta che non può esistere la Vita ma solo la divinità Amore che si gode in filautia tale armonia. Ma poi compare Odio che rompe l’armonia dell’assoluto indistinto e separa le radici entrando in contrasto con Amore fino a far nascere la Vita, in un processo non distruttivo ma fondativo; nella terza fase Odio ha il sopravvento e crea il Regno del Caos; ma anche questo regno non è eterno, poiché subentra una quarta fase simile alla seconda, in cui è nuovamente possibile la vita; e infine il ciclo cosmico ricomincia con lo Sfero.

I nostri antichi antenati non solo avevano già concepito modelli dell’Universo oggi riscoperti dalla scienza, ma avevano altresì già concepito in maniera mitica alcuni meccanismi neurobiologici oggi ritenuti alla base dei comportamenti umani (e non solo) e del funzionamento dell’Amore come una “tensione verso…”, come un sistema di motivazione che ci spinge verso qualcosa di ambito e desiderato, e che magari ci fa anche dire hic manebimus optimae.

Oggi sappiamo che il circuito cerebrale che energizza e organizza il “muoversi verso…” appartiene al complessissimo sistema della ricompensa endogena (ERS), e che potremmo descrivere il nostro comportamento, compreso l’Amore, sulla base di sempessi algoritmi neurocomputazionali.


C.S. Carver e M.F. Scheier, nel loro testo scientifico Autoregolazione del comportamento. Scopi e processi di controllo retroattivo (Erickson, 2004), propongono un modello del funzionamento umano basato sull’idea che il comportamento sia orientato verso il perseguimento di scopi e regolato da processi cibernetici di controllo retroattivo. Essi partono dalla Teoria Sistemica inaugurata nel 1977 dall’antropologo e sociologo G. Bateson, che per primo sottolineò l’importanza del contesto e dei meccanismi cibernetici nella comprensione del comportamento umano. Il libro di Carver e Scheier, frutto di 35 anni di loro lavoro sull’argomento, applica gli stessi concetti batesoniani di causalità circolare per spiegare i processi mentali umani. Gli autori non descrivono quali sono le motivazioni degli esseri umani (fame, sonno, riproduzione, attaccamento, rango, amore, etc.), ma piuttosto descrivono il meccanicismo astratto che li caratterizza; più che rispondere alla domanda: perché l’uomo ha interesse verso questa determinata cosa?, essi vogliono rispendere alla domanda: quali sono le regole che l’uomo segue per raggiungere un determinato scopo (o allontanarsi da un antiscopo – ma questo antiscopo diventa pur sempre uno scopo)?. Così, secondo gli autori, le persone vivono identificando scopi e antiscopi, perseguendo i primi e tenendosi lontani dai secondi. Alcuni scopi sono l’espressione di un programma biologico innato, altri il frutto di una ponderazione cosciente e autocosciente di possibili alternative, altri ancora derivano da costrutti sociali, sogni e fantasie; ma i più importanti per ciascuno di noi, sono quelli ritenuti o stabiliti come fondamentali per il sé.

E allora, se applichiamo questo modello allo scopo Amore, apparirà incredibilmente semplice apprezzare il fatto che ciascuno di noi è posseduto da uno o più specifici Daimon dell’Amore; e che i il Daimon dell’Amore di ciascuno di noi è indotto per singolarità genetiche ed epigenetiche di ciascuno; e che per quelli di noi che si addentrano per l’antico percorso iniziatico nella direzione della via esistenziale che conduce verso l’autocoscienza e l’autodeterminazione, e magari nel virtuoso verso greco della bellezza e della bontà, l’Amore è quella via stessa, che si presenterà a tutto tondo e in una forma sferica perfetta… o quasi…


Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi.