Aspettando il buontempo

Febbraio 1, 2022 by rubrica: I racconti di Partenope

“Rosa, si chiove ancora

nun t’ammalincunì,

ca d’ ’o bontiempo ll’ ora

sta prossema a venì”

“Rosa, se piove ancora/

non ti immalinconire/

perché del buontempo l’ora/

è prossima a venire”

(da Buongiorno, Ro’!  di Salvatore Di Giacomo)

Gli argomenti delle “Ariette” (Ariette e sunette; Vierze nuove, Ariette e canzone nove) sono i più semplici nella poesia di Salvatore Di Giacomo: le donne e le ragazze di Napoli, i vicoli, i balconi, le piazzette, gli amori….

Ma quanto più semplici sono gli argomenti cantati dal poeta, tanto più ci sembra che egli si incontri con l’animo ed i costumi del suo popolo, cioè che realizzi una poesia di tipo nazional – popolare. Nei suoi componimenti di argomento più teso, invece, in quelli di ispirazione drammatica (negli scritti di prosa o nei poemi come O’ Munastero, A San Francisco), è maggiormente presente l’intento polemico e di denuncia ed è evidente la volontà, il proposito del poeta di affrontare la tematica verista degli ospizi, degli ospedali, delle prigioni, dei reietti; ma qui, in questi versi che riassumono le cose di ogni giorno e gli aspetti più elementari e cordiali della vita popolare, non pare che esista più alcuna frattura tra il poeta ed i suoi personaggi.  

Così Napoli, proprio nei decenni in cui si concludeva la sua vita autonoma e la “nazione” partenopea si inseriva nella struttura più ampia dello stato italiano, esprimeva, con una vivacità ed una singolare spontaneità di accenti, la ricchezza di suoni e di luci che era propria di quell’angolo di mondo. Dopo sarebbero stati numerosi gli epigoni, ma oramai solo sul piano della letteratura vernacolo-dialettale, non su quello del nazional-popolare.

Salvatore di Giacomo ha il dono di far vibrare, con un’intensità ed un fascino che è privo di ogni orpello di maniera, le immagini più umili ed insospettate, come se egli avesse il cuore negli occhi e tutto ciò che egli vede si trasferisse dalla cronaca in una sorta d’incanto infinito. La sua poesia è modulata appena su alcune note, assaporate fino alla loro estrema vibrazione; una poesia fatta di sensazioni, che nasce dagli accordi di un pianoforte notturno, da un alito di vento o da un profumo di nepitella ed è a volte soavemente malinconica, ma più spesso gioiosa, fresca, pulsante di vita.

In  Buongiorno, Ro’ assapori sei quartine che accolgono uno degli esempi più nuovi di questa poesia.

 Siamo alle soglie della primavera, piove ancora, ma le gocce risplendono di luce e di sole….L’aria su fa più tersa, più leggera:  è l’aria che fa affacciare le ragazze alle finestre, che le fa cantare. Ed il protagonista, che vive in quelle abitazioni popolari dove pochi metri separano una casa da quella di fronte e la vita quotidiana ha uno svolgimento corale, è accanto alla finestra e cogliendo nell’aria quel fresco di primavera, invita tra sé e sé la ragazza che abita dirimpetto ad affacciarsi, a cantare.

“Canta, è questo il momento. Tu canti ed io piano piano mi faccio la barba e ti ascolto, con il rasoio in mano” 

E la finestra si apre davvero e la ragazza scorge il vicino e lo saluta. E lui, quasi incredulo, risponde al saluto, pieno di allegria:

Buongiorno, Ro’! Buongiorno, Rosa.

Così accade quando sogniamo, aspettiamo, vagheggiamo dentro di noi un sorriso, un incontro e questo si realizza d’un tratto sotto i nostri occhi ed improvvisamente, come per miracolo, accade quello che avevamo nel cuore. E la pioggia di aprile attraversata dai raggi di sole, quella casa popolare, quella finestra, quei pensieri e pure quel prosaico rasoio da barba, qui si trasformano in sublime suggestione, mettono le ali, diventano speranza….e  si fanno poesia.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali

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