Cicerone tra filosofia, religione e politica

Il De divinatione è, nello stesso tempo, una delle opere più artisticamente vive e filosoficamente intelligenti di Cicerone e una miniera di notizie sulle credenze e sui riti della religione romana (credenze e riti man mano accresciuti da apporti greci ed etruschi) e sulle dottrine filosofiche greche riguardanti la possibilità o meno di sapere ciò a cui non giunge la pura conoscenza razionale.  Si può, dunque, valersi di quest’opera in due modi: come fonte per ricostruire la storia della religione e della filosofia antica in una delle sue parti più caratteristiche e suggestive e come espressione del pensiero, dell’ideologia politico-religiosa, dell’arte di Cicerone in uno dei periodi della sua vita più fecondi di opere e, insieme, più travagliati biograficamente e politicamente.

Ciò nonostante, sarebbe impossibile capire il testo ciceroniano senza possedere alcune nozioni generali sulla divinazione antica. Questa era una tecnica di previsione del futuro praticata da sacerdoti e consisteva nell’ispezione delle viscere delle vittime sacrificali, nell’osservazione del volo degli uccelli, dei fulmini, dei tuoni. La divinazione greca includeva, inoltre, l’istituzione degli oracoli. Il De divinatione è, nel libro I una difesa, nel libro II una confutazione (corrispondente al pensiero dell’autore) delle credenze e pratiche divinatorie e solo in via subordinata un’esposizione di esse. Cicerone si rivolge ai lettori che conoscevano la divinazione greco-romana e – in misura e con motivazioni molto diverse – vi credevano o, senza credervi, ne osservavano i precetti.

In ogni parte del mondo e in ogni epoca l’uomo (l’uomo <<primitivo>>, e quel  fondo   primigenio che ha continuato a sussistere nella psiche di gran parte dell’umanità cosiddetta civile e moderna) ha sentito l’esigenza, suscitatagli dalla coscienza della propria debolezza di fronte alle forze della natura e ai poteri sociali e politici, di conoscere il futuro, ma anche ciò che del passato e del presente gli era ignoto e non era conoscibile per via meramente razionale e di placare quelle forze, di espiare le colpe che, per lo più inconsciamente e involontariamente, credeva di aver commesso trasgredendo qualche divieto.

Con lo svilupparsi della religione, le forze misteriose della natura furono sempre più concepite come divinità affini all’uomo, ma immuni, o quasi, da tutto ciò che nell’uomo è impotenza o debolezza; e anche quando si è passati a forme più elevate di religione, questo insieme di paure, senso di colpa, bisogno di propiziarsi la divinità (sapendo in anticipo ciò che si dovesse fare o non fare, e prevenendo quindi lo scatenarsi della sua ira) non è scomparso, a meno di non concepire la divinità come un essere perfettissimo dal quale l’uomo non abbia alcunché da temere, ma nemmeno da sperare. Tuttora, accanto alle grandi religioni della salvezza (non prive nemmeno esse di elementi di profezia, di divinazione), prospera il mondo degli astrologi, dei veggenti, dei maghi, frequentato non solo dai poveri ignoranti, ma anche da persone di ceto elevato.

Le forme di divinazione che erano praticate (o delle quali, pur cadute in disuso, si serbava il ricordo) al tempo di Cicerone, in Grecia, a Roma e presso tutti gli altri popoli che i greci e i romani chiamavano barbari, erano moltissime, e si basavano anche prima della loro trasfigurazione filosofica, su presupposti molto diversi. Già i greci e i romani sentirono, quindi, il bisogno di classificarle, di distinguerle in gruppi. La classificazione più comune (non ideata dagli stoici per primi, ma da essi diffusa, e accolta anche da Cicerone) è quella tra divinazione naturale e divinazione artificiale.

Fin dagli inizi (con Zenone di Cizio, Cleante, Crisippo) la Stoà basò la sua difesa della divinazione sulla unione di un ferreo determinismo (nulla avviene a caso, tutto è connesso da rapporti di causa ed effetto) con la fede nella Divinità (una divinità concepita per lo più come immanente all’universo, ha predisposto tutto per il bene dell’uomo). Nel pensiero degli stoici, perciò, determinismo e finalismo non sono opposti e incompatibili; sono addirittura due aspetti della stessa realtà come, del resto, in molte concezioni religiose e filosofiche dell’età moderna. Il determinismo fa sì che, in linea di principio, tutti gli eventi siano prevedibili; la Divinità, per il bene dell’uomo, gli ha fornito senza dubbio i mezzi per prevederli.

Ecco dunque giustificata la fiducia in ogni forma di divinazione, naturale e artificiale. A conferma di questa argomentazione si aggiunge il consenso di tutti, o di tutti i savi che hanno sempre creduto nella divinazione. Cicerone, insomma, finisce con il non respingere totalmente le pratiche divinatorie, giustificandole come necessarie in quanto fondamentali politicamente per la tutela del patrimonio della Tradizione e per la salvaguardia degli inevitabili equilibri su cui si regge lo Stato. Una posizione degna della sua cultura, della sua raffinatissima retorica e delle doti di politico attento alla salvaguardia di tutto ciò che non intacca, ma rafforza, le fondamenta su cui Roma eterna è stata edificata ed ha prosperato.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali.

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