Condizione e considerazione delle donne nel Mondo Antico

Novembre 1, 2021 by rubrica: Pensieri e parole

Le donne delle origini nella società patriarcale

Anche se in Genesi non c’è alcuna traccia di Lilit, la tradizione vuole che sia stata essa la prima donna e compagna di Adamo. Lilit, ben presto, avrebbe contestato la supremazia di Adamo e sarebbe andata via, volando in Egitto e divenendo dèmone e madre di dèmoni. Si può ipotizzare che nel mito di Lilit compaiono le tracce di una primordiale opposizione all’organizzazione patriarcale della società. Lilit, in tal senso, è stata, da talune interpretazioni moderne, considerata l’antesignana dei movimenti tesi all’emancipazione femminile.

            Secondo i miti del patriarcato il peccato originale di Eva fu causa del male dell’umanità. A seguire, responsabile del male fu considerata la caduta o discesa sulla Terra degli Angeli Vigilanti che si unirono alle figlie degli uomini e fecero diffondere una generazione di «bastardi»; l’impurità genetica degli ibridi fu causa di una contaminazione planetaria che coinvolse anche la natura e fu poi causa del Diluvio. Con il passare del tempo i due miti si fusero focalizzando sul sesso il peccato ed in particolare fu colpevolizzata la donna, immonda ed impura per i suoi cicli mestruali. Già subito dopo il Diluvio Noè incluse tra i comandamenti più importanti i divieti legati ai comportamenti sessuali (Giubilei VII, 20); il sesso fu considerato profanante di per sé al punto che il sabato, giorno sacro, non era consentito alcun tipo di rapporto sessuale (Giubilei L, 8).

            Il mito di Caino e Abele ignora la presenza delle donne nella società arcaica. Eppure, notevole era il ruolo femminile sia nell’organizzazione che nell’esercizio della quotidiana impresa di conduzione aziendale della famiglia e della società primitiva. Le attività legate alla raccolta, al trattamento ed alla conservazione dei prodotti (macina dei cereali, produzione casearia, concia delle pelli, tessitura…) erano una incombenza esclusivamente femminile.

La considerazione delle donne presso i Sumèri

            La società sumèrica protodinastica attribuisce alla donna, nell’ambito della famiglia, un ruolo assai elevato. La donna era tutelata nei confronti dei figli ed alla morte del marito aveva gli stessi diritti paterni su di loro, compreso il diritto di vendita.

In alcuni santuari, come ad esempio nel tempio della dea Baba a Lagash, la massima posizione gerarchica era tenuta da una donna (all’inizio della primavera, per diversi giorni, vi si celebrava la festa dell’«akitu»). Verosimilmente erano stati il sistema di trasmissione fratriarcale del potere, l’abitudine a sposare le sorelle e la pratica del levirato in uso presso le popolazioni mesopotamiche pre-semitiche ad avere conferito alle donne un ruolo prestigioso nell’ambito familiare. La considerazione della donna successivamente andò progressivamente scadendo, verosimilmente per l’influenza esercitata dalla tradizione akkadica in particolare e semitica più in generale, ove vigeva una concezione rigidamente patriarcale della famiglia.

La condizione delle donne presso gli Egizi

            “Da un punto di vista legale, le donne potevano esercitare sostanzialmente le stesse funzioni degli uomini; si riscontrano poche differenze fra cui, la più significativa, è l’incapacità a figurare come testimoni nelle transazioni legali” (B. G. Trigger, B. J. Kemp, D. O’Connor, A. B. Lloyd, Storia sociale dell’antico Egitto, pag. 391). Numerose forme contrattuali, almeno relativamente al periodo più tardo, di cui ci è pervenuta documentazione, dimostrano che c’è parità di diritti tra uomini e donne, “al punto che è contemplato il principio dell’obbligazione reciproca” (ibidem). 

Nel matrimonio la donna conservava il pieno possesso e la disponibilità dei suoi beni; il marito era tenuto a mantenere la moglie; la moglie poteva disporre a suo piacimento dei propri beni; il matrimonio era monogamico nel senso che una sola era la sposa legittima, benché all’uomo fosse lecito avere una o più concubine, talvolta con il pieno accordo della moglie nel caso che essa non avesse avuto figli. Sino all’età saitica era necessario al matrimonio il consenso del padre della donna, in seguito fu sufficiente il consenso dei soli contraenti.

Il divorzio era possibile e frequente, causato il più spesso dall’adulterio della moglie od anche del marito; se il marito accusava falsamente la moglie di adulterio, era costretto a pagarle una multa; se la moglie veniva ripudiata senza sua colpa, aveva diritto ad un terzo dei beni del marito, a patto di non abbandonare il tetto coniugale di sua volontà ed a patto di non commettere adulterio. Le ragioni per cui un marito desiderava divorziare dalla moglie potevano essere diverse: poteva chiedere il divorzio perché la moglie era cieca da un occhio, oppure semplicemente perché amava un’altra donna.

La condizione delle donne presso gli Assiri…

… Fondamentalismo patriarcale aggressivo

             “Le leggi medio-assire riguardano soprattutto problemi di diritto penale privato, con particolare attenzione al comportamento delle donne. Ne risulta un quadro assai crudo: pesante è la struttura familiare patriarcale, basata su un’assoluta subordinazione della donna all’uomo (al padre prima ed al marito poi); crudeli sono le pene, dalla frequente pena capitale al larghissimo uso delle mutilazioni, per finire con percosse e lavori forzati (mentre le pene pecuniarie sono ridotte ad un ruolo marginale); cruda infine è anche la casistica dei possibili delitti (sessuali in specie) e delle abituali violenze. Si è spesso sostenuto che questo quadro crudo ben risponde ad una società militare ed aggressiva come quella assira ed è da osservare che la stessa insistenza sadica sulle pene corporali ed umilianti si ritrova nel trattamento dei vinti come qui nel trattamento dei colpevoli.” (Mario Liverani, Antico Oriente, pag. 599)

La considerazione delle donne presso i Greci

            “Socrate ignora le donne; Platone dice che per loro non c’è posto nella buona organizzazione sociale; per Aristotele la donna è «di natura difettosa e incompleta»; per Euripide «è il peggiore dei mali»; per Pitagora è stata creata «dal principio cattivo che generò anche il caos e le tenebre»; Epitteto le considera alla stregua delle «delizie del palato»” (tratto da V. Messori, Ipotesi su Gesù, pag. 224-225).

            Così Platone (Timeo 41 e ‐ 42 d): “Il Demiurgo fece anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuì, ciascun’anima nella propria stella. E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell’universo e dichiarò loro le leggi del destino. Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo [i pianeti], per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e dal momento che la natura umana è duplice, la parte migliore sarebbe stata quella che d’ora in poi avrebbe avuto il nome di uomo. E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatogli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale. Ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse ancora astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia dalla natura conforme a tale carattere né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché […] egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore […].”

La considerazione delle donne presso i Romani

            “Se non ci fossero le donne, scrive Cicerone, gli uomini converserebbero con gli dèi”. «Domi mansit, lanam fecit», “è rimasta a casa, ha lavorato la lana”, è il massimo elogio da incidere sulla tomba delle donne romane (G. Messori, ibidem, pag. 268). Ma la donna, presso la Roma più arcaica della Repubblica, era anche la madre orgogliosa, la matrona sdegnosa, tutta dedita alla famiglia ed all’educazione dei figli.

L’evoluzione della condizione femminile nell’ebraismo

            Dopo Eva la presenza del genere femminile diviene così discreta, diafana, da non apparire più nella narrazione biblica, almeno sino a Sara. È invece più presente nelle leggende di fonte apocrifa, ove ha lasciato una traccia visibile con Naama, «La Bella», quando apparenza ed avvenenza femminile si coniugano con la corruzione dei costumi.

Con i patriarchi del ciclo abramico la presenza femminile ricompare dapprima con Sara, la «donna profeta», raccontata nelle leggende, sterile di sentimenti, assegnata dal Dio al duplice equivoco ruolo di compagna e di sorella di Abramo; anche di «fedele» complice, quando acconsente a lasciarsi spingere, alla bisogna, nelle braccia di altri. Poi cessa la profetessa ed avviene la metamorfosi che la vuole donna. La femminilità, già sterile come il suo utero, si schiude ai sentimenti umanissimi dell’amore generoso, della gelosia e dell’invidia, della felicità insperata e della disperazione che la porta a morte. Qui muovono di nuovo i passi del ruolo femminile nella storia umana, che si erano fermati colpevolmente con Eva. Poi compare Rebecca, poi Rachele, le spose bambine. Intesa, la prima, a favorire con l’inganno la sua preferenza di madre, ingiusta verso Esaù, colpevole verso Giacobbe, infausta per entrambi, per le millenarie discordie a venire. La seconda, invece, intesa a rammaricarsi per la prole che non arrivava.             Poi compare Tiamar che reclama dal suocero i suoi diritti di vedovanza, fingendosi prostituta per potersi unire a lui. Sembra che il ruolo delle donne, dopo Sara, non riesca ad allontanarsi più di tanto dalle tende ove vivono accampate nel deserto, o, peggio, dai talami e dalle alcove; e sembra, la loro presenza, finalizzata solo ad assicurare la posterità degli uomini.

Il ruolo femminile sembra peggiorare ulteriormente con Mosè. La donna è considerata alla stregua di una proprietà, inclusa tra animali e cose: «Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20, 17 e Dt 5, 21). Così il decimo comandamento: «Non desiderare la proprietà del tuo vicino»: “tra le proprietà del vicino bisogna includere anche la moglie” (L. Ginzberg, IV, pag. 219).

Quando una donna partorisce un maschio sarà immonda per sette giorni: poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione (Lv 12, 2- 4). Ma se partorisce una femmina sarà immonda due settimane come al tempo delle sue regole e resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue” (Lv 12, 5).

            Poi compare la donna giudice, preludio della regina di Saba. Ma sarà solo un breve interludio.

Ancora oggi una preghiera d’Israele recita: «benedetto sia tu, o mio Signore, che non mi hai fatto donna». E la moglie rassegnata: «benedetto il Signore che mi ha creata secondo la sua volontà». “Come nel cristianesimo anche nell’ebraismo la partecipazione attiva delle donne nelle cerimonie religiose è stata progressivamente limitata. Al termine di questo processo la donna non poteva più leggere all’assemblea i passi della Torah e veniva esclusa dal conteggio del quorum minimo necessario di presenze per lo svolgimento di una cerimonia religiosa. Secondo la concezione ortodossa sono necessari almeno dieci uomini maschi [sic!]. Ancora al giorno d’oggi nelle sinagoghe ortodosse le donne e gli uomini occupano spazi rigidamente separati. Nell’ebraismo riformista ed anche nell’ebraismo conservatore la condizione della donna è certamente molto migliorata. Qui la carica di rabbino non è preclusa alle donne […].” (H. Küng, Islam, pag. 668-669)

Le donne per gli gnostici

            La promessa del riscatto e la speculazione gnostica erano in grado di soddisfare da una parte i più ampi strati dei ceti popolari, dall’altra le più sofisticate esigenze dell’intellighenzia ellenistica, considerata il «top» culturale dell’impero. Non solo: nella dottrina gnostica è presente la rivalutazione del principio femminile, in quanto di pari dignità con il principio maschile. La riconsiderazione della condizione femminile, che ne derivava, costituì indubbiamente una ulteriore propulsione alla diffusione dello gnosticismo. “È sicuro che presso gli gnostici le donne potevano assumere funzioni vietate nella chiesa ufficiale: non solo come profetesse, maestre e missionarie, ma anche come officianti della liturgia […] e persino del battesimo e dell’eucarestia […].” (H. Küng, Cristianesimo, pag. 152)

Gesù e le donne

In una società in cui le donne non avevano diritto di rendere testimonianza, Gesù affida ad una donna il suo maggiore messaggio ai discepoli (cfr. il Vangelo di Giovanni, 20, 11-18). Le discepole di Gesù erano pubblicane, peccatrici, pescatrici, domestiche; altre erano miracolate, guarite da infermità e da spiriti. “Alle discepole Gesù non offriva uno stile di vita alternativa, ma un ethos alternativo: esse erano persone prive di futuro, che però ora ricevevano una speranza nuova; esse erano le escluse e le emarginate, che però ora ricevevano in dono una nuova comunità” (Hans Küng, Cristianesimo, pag. 89-90). E dalla nuova comunità nessuna era esclusa: né le prostitute né le farisee.

Le donne e il cristianesimo

            Così Paolo (Lettera ai Galati 3, 28): “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Sembrerebbe che Paolo non avesse preclusioni di sorta nei riguardi delle donne. Eppure, la posizione di Paolo si fa via via più tortuosa, contraddittoria, al punto che nella prima Lettera ai Corinzi troviamo: “voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo e capo della donna è l’uomo” (11, 3) e poi ancora: “non è stato creato l’uomo per la donna, ma la donna per l’uomo” (11, 9).           Ben presto sarebbe infuriata la polemica a proposito del diritto di parlare delle donne nella comunità e Paolo si sarebbe schierato apertamente e sprezzantemente contro le donne. Così infatti in 1 Cor 14, 34-35: “come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualcosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.”

            Nella tradizione cristiana la donna è considerata tentatrice dell’uomo e responsabile della cacciata dell’umanità dall’Eden. Ancora H. Küng (Islam, pag. 670): “Il concetto del peccato originario ereditario, che viene trasmesso ad ogni bambino per via ereditaria, tanto che il battesimo doveva avvenire appena possibile per cancellare gli effetti del peccato, non risale alla Genesi né al Nuovo Testamento. Esso è l’invenzione di uno dei grandi Padri della chiesa: Agostino, il quale in gioventù era stato un seguace della religione manichea. Forse nessun’altra convinzione ha contribuito in maniera così decisiva alla demonizzazione della sessualità ed al pregiudizio verso la donna presenti nella chiesa latina, come questa idea non biblica del peccato originale.”

            «Il Signore produsse la donna da Adamo»: così scrive Tommaso d’Aquino (Summa theologiae, I q. 92, a. 1‐4). Tommaso (ibidem, I q. 92, a. 1), con riferimento al modo in cui Eva fu «prodotta», ritiene che l’uomo è «principio e fine della donna» e che invece la donna è «aliquid deficiens et occasionatum», qualcosa di carente e derivante da un pretesto (la richiesta di Adamo di avere una compagna, come tutti gli altri animali).

            La riforma luterana non modificò di molto la considerazione delle donne. Scrive H. Küng (Cristianesimo, pag. 601): “Anche nel paradigma riformato la struttura sociale resta da cima a fondo patriarcale: delle importanti idee luterane sulla fraternità ed amicizia di uomini e donne in Cristo è rimasto di fatto solo il dovere del matrimonio” ed aggiunge (Islam, pag. 667): “La Riforma abolisce il celibato per i sacerdoti ed esalta il valore del matrimonio e la figura della moglie, in particolare della moglie del pastore […]; tuttavia le donne continuano a restare escluse da tutte le importanti cariche ecclesiastiche ed anche la predicazione, di norma, non viene loro permessa.”

            “Nell’ambito del Cristianesimo ci volle un Concilio ecumenico per ammettere che anche la donna possiede un’anima” (G. Mandel, Il Corano, pag. 796).

Domenico Casale, cardiochirurgo di professione e contadino per passione, esperto di mitologia e testi sacri multiculturali, scrittore.

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