Dai ceci alla cannabis. Ma ora è di nuovo tempo dei ceci?

Settembre 1, 2022 by rubrica: Terapia del dolore

Il mio collega Paolo iniettava piccole dosi di cortisone agli uccelli catturati a Nisida, quando era ospite dello zio, direttore dell’osservatorio ornitologico: per curare lo shock da cattura, così diceva. Quando facevo il medico di pronto soccorso a Formia, nei primi anni 70, seguendo i dettami della nostra bibbia di terapia medica ‐ il testo del Rasario ‐ somministravo cortisone, tra gli altri farmaci, ai pazienti con crisi di ipertensione arteriosa ed anche a quelli con shock ipotensivi. Ora sto pensando di usare il cortisone per curare lo shock da trapianto nelle piante più fragili. Già l’aspirina viene usata correntemente come radicante. Un nostro contadino avente una dermatite resistente a farmaci ed all’acqua solforosa delle terme di Suio, guarì immergendo il braccio malato nella soluzione di solfato di rame ogni volta che irrorava le viti contro la peronospora. Il nostro vecchio campanaro Paolo s’è portato via con sé la conoscenza di piante medicinali con cui trattava le malattie della pelle.

Studiavo farmacologia, all’epoca, sul testo del Donatelli e consigliai ad un amico di trattare una lesione cutanea localizzata con un impacco di aspirina in polvere, che in quarantott’ore gli erose la lesione approfondendosi ben oltre il derma. Le verruche, i «porro», come li chiamavamo, che sono infezioni da papillomavirus, venivano trattate con il latte di fico. Si narra che Il Dott. Beniamino, Fargnoli, medico emerito del paese, chiamato di notte per un parto travagliato, nei primi anni del novecento, chiese al marito della donna se voleva che si salvasse la madre o il figlio; i medici bravi all’epoca venivano compensati rinnovandone il nome come si usa oggi per i grandi campioni del calcio. Fu chiamato Beniamino anche mio padre, nato tuttavia da parto eutocico. King, il nostro samoiedo che si ammalò con me di linfoma, pure fu trattato con cortisone, ma non ricevette chemioterapia.

Il cortisone cura lo stress ma può essere responsabile di emorragia gastrica. Può curare anche malattie neoplastiche del sangue ed essere responsabile di osteoporosi e fratture e collassi vertebrali. Un altro mio collega, Pippo, smise di fare il cardiochirurgo, perché insofferente delle gerarchie; il nostro primario di allora, leccese d’origine e fiorentino d’adozione e francese d’estrazione, si compiaceva del fatto che da quando era a Napoli ‐ sino ad allora non aveva avuto funzione apicale ‐ aveva smesso di soffrire d’ulcera gastrica; Pippo gli disse che d’ulcera avremmo presto sofferto tutti noi altri. Studi hanno dimostrato che il livello di cortisolo in un branco di lupi è notevolmente ridotto nel maschio dominante.

Salute! a chi beve vino. Sangue e latte alle donne in età fertile! Le terre stressate fanno buono il vino. Fanno buoni i fichi. E facevano buoni i ceci che zia Rosina coltivava anche lì, dove la rucola ometteva quasi le foglie, determinata solo a far semi per un’altra stagione che, s’illudeva, fosse più propizia; il granturco, con pochi acini sulla pannocchia striminzita, pure s’illudeva che gli venisse consentito di provarci un’altra volta, altrove. Nella seconda metà di agosto si raccoglievano i fichi più maturi, che si facevano ulteriormente disidratare al sole e se ne conservavano sacchi. Il pane veniva fatto perché bastasse una settimana. Anche la laina veniva fatta una volta a settimana: «laina e cici» era il piatto forte della cucina.

Ora, da pochi anni, nelle nostre terre si è cominciato a coltivare la cannabis medicinale e pare che il terreno si presti bene; c’è da chiedersi se sia lo stress ad indurre la pianta ad una maggiore produzione di cannabinolo.

Una decina di migliaia d’anni fa il Sahara era un’area paludosa e la Groenlandia ebbe il suo nome di Terra Verde. Ho inviato qualche giorno fa ad Antonio, che è ricercatore al CNR, un messaggio invitandolo ad impegnarsi nello studio dell’aridocoltura, ora che anche il Po è come un torrente. Il Fiume non sarà più rifornito dalle acque di scioglimento dei ghiacciai alpini che già vanno scomparendo. Saranno costruiti invasi per raccogliere e conservare le acque meteoriche invernali, verrà desalinata l’acqua di mare… ma soprattutto bisognerà modificare la genetica delle specie vegetali per adattarle alla penuria d’acqua meteorica. I ceci si sono adattati: seminati a due centimetri di profondità, affondano le radici sino ad un metro. Antonio, trasmettiamo a mais, girasole e riso il gene del cece che fa approfondire le radici?

La stessa zia Rosina soffriva dello stress di terra, come del resto, lì, tutti. Vi si coltivava tuttavia, nella terra sottratta ai boschi, il frumento, che, germinando ad ottobre e maturando a giugno, si evita la siccità estiva; è una provvidenza il frumento; lo è stato sin dall’antichità, quando l’uomo lo ha domesticato assieme alla pecora, procurandosi, così, pane, carne e latte; l’uomo domesticò anche il cane, appena ne ebbe il tempo, per averne compagnia; e poi cominciò a litigare, quando le pecore entravano nei campi seminati; e perciò Caino, agricoltore, uccise Abele, pastore di pecore. Armando, il nostro vicino, si sarebbe fatto uccidere per un solco di terra; i suoi cani erano piccoli e striminziti; anche Licio, il figlio di Armando, si sarebbe fatto uccidere per un solco di terra; anche i suoi cani erano bastardini piccoli e striminziti. Cane e stress sono i compagni dell’uomo. Erano compagni anche la mucca e l’asino glorificati nel presepe. Ad ottobre, alla vendemmia, Zia Vincenza, quando andavo a prelevare l’asino per il trasporto delle bigonce, mi ammoniva a stare attento, perché ‐ così diceva ‐ l’animale era carico di spasso dopo la pausa estiva ed avrebbe scalciato, «scoripizzato», come lei diceva. Ho visto una volta un asino alla macina d’un mulino girarvi attorno, rassegnato, senza speranza di tregue e di Saturnali. Alla macina delle olive provvedeva un asino più fortunato, che vi lavorava solo da ottobre a dicembre e poi tornava alle abituali occupazioni dei campi.

L’asino di Richetto per generazioni è stato il padre di tutti gli asini, così come c’era il padre di tutte le capre e di tutte le pecore. Le prestazioni dei padri erano ricambiate con offerte in natura ai loro proprietari. C’era un asino in ogni casa di campagna ed in quasi tutte quelle del centro abitato. Quando venivano usati per il trasporto delle persone più fragili, si chiamavano vetture. Poi sono scomparsi con l’avvento del trattore e delle auto. Oggi ne ha uno Eleuterio, che percepisce una piccola sovvenzione statale per mantenerlo. Le mucche venivano condotte alla stazione di monta a Sant’Apollinare, distante circa sei chilometri. Erano smaniose per strada all’andata, tranquille e rilassate al ritorno. Poi è intervenuto il veterinario a fecondarle direttamente in stalla. Quelle che vivevano allo stato brado in montagna, passavano innanzi all’abitazione di Armando e andavano a Sant’Apollinare per proprio conto, quando avevano l’estro. Anche l’asino del molino s’è affrancato dalla ruota della macina. A Napoli, ove non c’era stress di terre, non c’erano asini, ma cavalli; non c’era l’aratro né c’era la vanga.

Non è nemmeno terra ove si apprezzavano barzellette, quella di Sant’Andrea e se qualche forestiero provava a dirne, non suscitava riso né consensi. Non è Terra dei Fuochi quella di Sant’Andrea. Le terre stressate sono state risparmiate e non vi hanno sotterrato rifiuti. È nella Campania Felix, dall’altra parte del Fiume, dove si apprezzano le barzellette, che hanno sotterrato i rifiuti tossici ed hanno stanziato le industrie. Ma a Sant’Andrea si muore alla pari, come nella Terra dei Fuochi: abbiamo, appena un po’ più a valle, la centrale nucleare del Garigliano; abbiamo la TAV, con i suoi sarcofagi nei basamenti in cemento; abbiamo pure lo stabilimento FIAT; ed abbiamo il Fiume, dove una volta c’erano lontre e trote, ed ora rifiuti sversati.

Il Dott. Silvano, che una notte sparò con la sua pistola alle ore ed ai quarti della torre campanaria che sovrastava la sua casa, mi raccontò che dopo l’invasione i contatori geiger americani «impazzivano» sui nostri monti, cosa poi mai verificata da alcuno, che io sappia.

D’inverno, se non piove e se non c’è tramontana, c’è nebbia a Sant’Andrea. Si leva a mezzogiorno, poco prima che a ridosso dei monti si celi il sole. La nebbia vi compare anche in autunno alla raccolta delle olive e vi persiste sino ad inizio primavera, quando fanno capolino i primi asparagi selvatici assieme alle viole; ma allora non è così ostinata come d’inverno, al punto che soltanto una volta Raffaele, soddisfatto, poté dire: «Finalmente una bella giornata di nebbia fitta fitta».

Dalle finestre delle case sventrate sulla rocca del paese i rami dei fichi che si erano radicati sui vecchi focolari domestici si affacciavano sui silenzi assolati delle bianche macerie. Noi ragazzi, nati subito dopo la fine della guerra, rompevamo quei silenzi: li rompevamo giocando alla guerra. La rocca, distesa sulla faglia che sovrasta la valle, vista dal basso, sembrava una grossa lucertola intesa a riscaldarsi. Con le fionde vi davamo, in assenza di uccelli, che non l’abitavano, la caccia alle lucertole. Per i nostri giochi avevamo pistole di legno. Ci riempivamo le tasche di cetriolini selvatici, raccolti con cura conservandone i picciòli, che poi staccavamo, come fossero state spolette di proiettili, per colpirci con i semi già pronti a propagarsi per proprio conto. La cornice dei giochi non aveva colori, come ancora oggi le memorie, tutte come foto in bianco e nero ma non bianche come meriggi assolati o nere come fondi di notti senza luna e senza stelle; invece grigie, come improbabili aurore e tramonti dei giorni di nebbia.

Sulla collina della casa di campagna a maggio ridono i papaveri e fioriscono le ginestre e ad ottobre sotto la Grande Quercia fra le ghiande fioriscono i ciclamini dai bulbi prelevati a Napoli nella selva, all’ombra dei castagni in amore, dove deponemmo il nostro samoiedo. Ad ottobre sul lastricato del cortile di casa gli istrici lasciano noci raccolte chissà dove. E sotto il fico ad agosto grugniscono i cinghiali. E Federico, il figlio di Licio, ci fa visita con il suo lupo, un bel pastore ungherese, e non più con cani striminziti. E il nipote di Licio studia in conservatorio la zampogna e cavalca, in fiero costume con elmetto, un ozioso cavallo e non più l’asino spossato dalla fatica, l’asino che non c’è più. E quest’anno dall’altopiano, ove vivono allo stato brado, sono discese, assetate, a farci visita, le mucche. E le volpi, invece che cani piccoli e striminziti, rovistano nei sacchetti per l’umido della raccolta differenziata.

E nelle chiome folte di una bella varietà di cipressi mediterranei ‐ piantati da Fulvio ‐ in amicizia da un po’ di anni con la Grande Quercia, che inizialmente appariva diffidente, nidificano i cardellini che con sortite improvvise disorientano le cornacchie; e pare che la Grande Quercia stia a vigilare e con l’agitarsi dei rami segnali la minacciosa presenza delle predatrici. E sulla grande radura a mezzodì, all’ombra solitaria del fico non vi sono più le pecore né c’è più il dio Pan, ma solo la malinconica zampogna del nipote di Licio. Né ci sono più mucche aggiogate, ma trattori programmati ad arare nel buio. A maggio le erbe senza colori né nettari né profumi, affidano al vento i loro pollini; a maggio le giovani contadine mietevano fasci di erba e i loro canti erano feromoni per richiami di amori; ora i feromoni confondono i sensi e sono profumi di vaniglia e gli odori hanno rimandi di sapori.

C’è un filare di querce dalla parte che guarda il sole quando nasce dietro i monti dove c’è il vecchio vulcano di Roccamonfina. Dove la siepe di rosmarino si arrendeva alla macchia di canne, scendendo sui bordi della stradina che poi ad angolo retto portava al pozzo, sedevamo a terra, all’ombra della Terza Quercia anch’essa inorridita, ascoltando racconti di guerra e di rappresaglie. Ero poco più che ragazzo e i racconti, risaputi, parevano essere una giaculatoria fatta dinanzi alla sua cornice teatrale; del resto la conformazione dei luoghi non è dissimile da un anfiteatro greco; di tanto in tanto le cime delle canne, a far da coro, ondeggiando, fremevano e s’agitavano come se ci fosse vento; il Salice Ingobbito e un po’ insordito che sfiancato si abbeverava nel pozzo, s’impegnava invano ad ascoltare.

Nonno ascoltava in silenzio. Il motore elettrico, che ora sostituisce il secchio e la fune con cui si prendeva l’acqua dal pozzo, ha avuto necessità di manutenzione ogni volta che d’estate veniva rimesso in uso, per cui ora una piccola costruzione con tetto, lo ripara dalle intemperie dell’inverno; lì si riparano anche gli istrici e ne testimoniano la presenza aculei ed escrementi. Al di sotto del pozzo, a degradare verso i piedi della montagna, nonno coltivava la vigna che gli serviva per intrattenere i suoi ospiti nelle lunghe sere d’inverno. Il vecchio olivo, l’Olivo del Pozzo, come lo chiamiamo, ancora più in là, ignaro, troppo lontano per poter ascoltare di guerra e rappresaglie, racconta ai giovani che ora gli fanno da corte altre storie di generazioni antiche. Di fronte a lui la Terza Quercia della stradina, testimone delle confessioni degli uomini, lo ascolta, rasserenato, in quiete.

Un vecchio muro a secco, una maceria alta un paio di metri, delimitava il piano del terreno, su cui è il pozzo, dalla sovrastante area della Grande Quercia. A cavallo della maceria un Vecchio Ciliegio si era propagato con le radici, germinando discosto un alberello selvatico, che eccitato da insoliti tepori, alla sua prima esperienza, rigonfiate anzitempo le gemme da frutto, non attese aprile e aprì i suoi petali ai pollini di un seducente pruno già in fiore. È qui che realizzerei un belvedere attrezzato con docce ed angolo bar e lettini prendisole… e vi pianterei fichidindia tutt’attorno.

Domenico Casale, cardiochirurgo di professione e contadino per passione, esperto di mitologia e testi sacri multiculturali, scrittore.

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