Dalla colpa di curare alla comprensione del dolore

Luglio 1, 2022 by rubrica: Terapia del dolore

Il dolore è la prima cosa che il paziente ti comunica appena lo vedi. Secco, deciso e concreto è il primo commento di Marco, infermiere da circa 5 anni del DH pneumoncologico del Monaldi che non nasconde che in talune circostanze era difficile anche restare in stanza con il paziente. Troppa la sofferenza, l’angoscia e solo la tanta formazione e l’esperienza – continua – hanno avuto la meglio su quel malessere psicofisico che mi trasmetteva l’assistito.

Marco con la sua descrizione ha accennato a uno dei pericoli in cui un sanitario può incorrere: ossia alla sindrome da burnout, che spesso colpisce gli operatori socio-sanitari. Questa sintomatologia è nota in letteratura e si manifesta quando gli operatori socio sanitari subiscono, senza elaborare, le pressioni e lo stress del dolore dei propri pazienti. La particolare stanchezza è l’effetto di un esaurimento delle proprie risorse in ambito professionale. In un reparto oncologico dove le cure durano anni e sono palliative, con percorsi lunghi costellati da piccoli insuccessi e progressioni, il rischio di sviluppare questa sindrome è ancor più probabile.

Ma qual è l’emozione che un operatore sanitario si trova a fronteggiare ogni giorno in un reparto oncologico?

Una delle emozioni che vive e fronteggia, anche spesso inconsapevolmente, è il senso di colpa altruistico.

Per spiegare meglio questo costrutto emotivo ci rifacciamo alla psicologia cognitivista e agli studi del dottor Francesco Mancini che con la sua equipe di ricerca ha portano avanti la tesi dell’esistenza di due forme distinte di colpa: la colpa altruistica e la colpa deontologica.

Un esempio di senso di colpa altruistica risiede nella colpa del sopravvissuto: pensiamo al sentimento che può provare un medico nel comunicare una diagnosi di cancro a un paziente suo coetaneo o anche un peggioramento della prognosi a un caregiver.

Si parla invece di senso di colpa deontologico quando c’è la violazione di una regola morale anche senza danni a terzi; in questo caso, un esempio potrebbe essere costituito dal senso di colpa di un individuo dopo aver messo in atto comportamenti valutati come sbagliati in base al proprio codice morale. Queste due forme di colpa generalmente coesistono nella vita quotidiana, l’una non esclude l’altra e non sono tra loro interdipendenti. L’esistenza di queste due diverse colpe è comprovata anche dal punto di vista dei circuiti neurali coinvolti. Gli studi condotti tramite la risonanza magnetica funzionale mettono in risalto come si attivino network cerebrali diversi a seconda del tipo di colpa sperimentata, l’induzione di senso di colpa deontologica riduce l’attività dei circuiti frontali e corteccia anteriore del cingolo mentre la colpa altruistica interessa maggiormente insula.

Il senso di colpa deontologico, infatti, appare strettamente connesso con il disgusto mentre il senso di colpa altruistico è intimamente connesso con l’empatia e i sentimenti di pena (D’Olimpio e Mancini.2014).

Proprio il sentimento di pena deve essere gestito ed elaborato dai sanitari così da trasformarsi in compassione nei confronti del paziente. Andrebbero infatti introdotti o intensificati percorsi di gestione emozionale per i sanitari. La compassione è diversa dalla pena: in quest’ultima la persona che presta aiuto si riconosce come superiore a quella afflitta; diversamente, nel caso della compassione, ove l’operatore si riconosce simile a colui che soffre: il sanitario comprende e supporta il paziente ricevendo da questo intervento il beneficio secondario del proprio intervento personale.

Raffaela Cerisoli, Psicologa e dottore di ricerca in Scienze della mente, A.O. dei Colli, Ospedale Monaldi.

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