DESTINO, FATALISMO, PREDESTINAZIONE: LA RISPOSTA CHE NON C’E’

Non c’è dubbio che il secolare dibattito sui temi del fatalismo e della predestinazione abbia, nel corso del tempo, ricevuti sempre più apporti e migliori caratterizzazioni, tanto che molti tradizionali dubbi interpretativi si sono alquanto fugati o si sono avviati a soluzione.

Destino, dunque, come è stato già definito, è un termine metafisico ed etico che denota una causa più o meno consapevole, estranea all’uomo e a lui superiore, dalla quale si fanno dipendere, in una concezione della realtà detta fatalismo, eventi e azioni sia dell’uomo che del mondo. Qualora tale causa venga identificata con la divinità, allora il concetto di destino si trasforma in quello di predestinazione.

Il fatalismo, a sua volta, è la concezione del mondo secondo la quale gli avvenimenti dipendono da una causa superiore sia alla volontà umana sia al meccanismo di causa ed effetto, comunque venga intesa tale causa (sia consapevole che inconsapevole). Si è soliti distinguere un fatalismo mitologico, tipico del pensiero antico e di alcune religioni; un fatalismo astrologico, tipico sia del pensiero antico che di quello rinascimentale e un fatalismo filosofico fondato, in genere, sulla teoria della predestinazione.

Questo termine indica il fatto che dio può determinare un fine per il singolo individuo prima e anche senza che questi se lo proponga e dirigere, orientare l’uomo al conseguimento di questo fine. Il problema della predestinazione è molto discusso dal pensiero cristiano: in S. Agostino, ad esempio, è connesso al problema della Grazia.

Egli, infatti, sostiene che poiché il peccato di Adamo è stato trasmesso a tutta l’umanità, l’uomo può conseguire la virtù soltanto se essa è predestinata dalla grazia divina. Alla fine del secolo XVI il problema della predestinazione è nuovamente al centro della filosofia del gesuita Luigi Molina e di Cornelio Giansenio, in contrasto fra loro. Molina sostiene che Dio intuisce soltanto le future azioni degli uomini senza conoscerle; Giansenio sostiene, invece, che senza la predestinazione divina l’uomo non può conseguire la salvezza.

Cerchiamo ora di analizzare il concetto di fatalismo.

Il credere nel fato determina una condotta consequenziale nella vita: il fatalismo ha dunque in comune, con la religione, il sentimento di dipendenza assoluta da una forza suprema che domina l’universo e con la morale, invece, ha in comune la rassegnazione a tutto ciò che per necessità nell’universo avviene.

Ma dalla religione differisce perché non ammette il sentimento di confidenza filiale verso la Causa Suprema e anche perché, negando ogni possibilità che si possa cambiare il corso degli avvenimenti, stima inutili le preghiere, quelle preghiere che Seneca, fatalista, stoico, chiamava aegrae mentis solacia. Mentre differisce dalla morale perché non ammette la libertà e quindi esclude la responsabilità.

Ma poiché nella storia il fato è stato avvicinato da una parte alla divinità e dall’altra alla legge naturale, non sono mancati vari tentativi di conciliare il fatalismo tanto con la morale quanto con la religione.

Tolto cioè al fato il cieco arbitrio delle sue determinazioni e identificato, come nello stoicismo, con la legge razionale della natura, è rimasta la dipendenza assoluta dell’uomo dai fatti del mondo esteriore, ma tanto più pura si è fatta la libertà interiore del suo spirito; ovvero, identificato il fato con la sovranità intangibile dei voleri divini, se è rimasta la necessità di una quieta rassegnazione ai mali del mondo, tanto più forte si è fatta la confidenza nella vittoria finale del Bene.

Non si può negare, però, la grande difficoltà di conciliare l’una cosa con l’altra, come dimostrano le infinite dispute sull’argomento, sia in campo filosofico che in quello più propriamente teologico.

Per questo avviene spesso, che il fatalismo vive accanto – e senza alcuna mediazione – alla religione: mentre si spera e si prega, si presta fede e si soggiace all’ineluttabilità del destino e della sorte.

Considerazioni che accompagnano l’Umanità dalla notte dei tempi e che non avranno mai una risposta definitiva, forse proprio perché questa… non c’è.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali.