Dolore cronico, nutraceutica e integratori.

Agosto 1, 2022 by rubrica: Terapia del dolore

Maurizio Ferrara, direttore UOC Anestesia e rianimazione ospedale Frangipane di Ariano Irpino e a scavalco all’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi, terapista del dolore, ha istituito un ambulatorio dedicato in ospedale aperto tre giorni a settimana per pazienti con dolore cronico.

Nella sua relazione alla Pain week ha parlato di nutraceutica e di integratori come adiuvanti nella terapia del dolore. Nell’ultimo periodo c’è stato un interesse crescente nei confronti degli integratori, che sono acquistati in base anche a scarsa informazione e ritenuti a volte come terapia sostitutiva naturale per molte patologie. Come possono essere utili e quando vanno assunti? Come si configura lo scenario attuale?

Partiamo dal concetto che stiamo vivendo anche un cambiamento culturale nell’approccio al paziente con dolore cronico, in quanto oggi abbiamo conoscenze ed esperienza che ci insegnano che trattare il dolore significa adottare una terapia multidisciplinare, sia con quelle convenzionali quali oppioidi, antinfiammatori, farmaci per il dolore neuropatico, integrata con i principi attivi presenti all’interno degli alimenti, in quanto si è visto che concorrono al miglioramento del controllo del dolore nei pazienti magari anche riducendo il dosaggio dei farmaci convenzionali e conseguentemente gli effetti collaterali ad essi associati. Parliamo di principi attivi basati sulla medicina dell’evidenza che abbiamo scoperto essere molto utili.

Oggi un paziente che soffre di dolore cronico deve rispettare anche una dieta specifica; un approccio nutrizionale corretto con alimenti e con integratori che affiancano la terapia antalgica convenzionale scelta, permette di amplificare notevolmente i benefici per il paziente. E’ un approccio culturale nuovo che dobbiamo adottare per essere più efficaci nel trattamento del dolore,

Il mondo medico si divide prevalentemente in due categorie: ci sono colleghi che credono negli integratori e li prescrivono frequentemente, mentre altri non li considerano per niente. C’è ancora una resistenza da parte dei medici?

Il cambio culturale è sempre lento e faticoso. L’abbiamo vissuto col derubricare progressivamente gli oppioidi per il dolore cronico, sia tramite l’uso della cannabis terapeutica e attualmente con l’utilizzo degli integratori. Come per ogni cosa occorre del tempo affinché il professionista si adegui su base scientifica nelle cure, ci sono persone più veloci e altre più lente, resistenti. Col tempo diventerà una convenzione associare alle terapie classiche i nutraceutici e gli integratori.

Molti pazienti scelgono gli integratori senza consulenza del medico, prendendo informazioni sul WEB. Sono poi resistenti nel cambiare o seguire le indicazioni del professionista?

Di solito si affidano. Il “fai da te” magari viene dopo. Però bisogna fare attenzione, perché gli integratori hanno una normativa diversa nei vari paesi europei: lo stesso prodotto può essere registrato come farmaco in un paese e come integratore in un altro, per cui sia l’abuso che il sotto uso del prodotto sono entrambi sbagliati; affidarsi a uno specialista che ne conosce bene le caratteristiche è quindi fondamentale. Anche le vitamine, come quelle idrosolubili, se si accumulano danno problemi.

E per il dolore cronico come ci si comporta? Vanno scelti in base alla localizzazione del dolore o ce ne sono alcuni che vanno bene sempre, come ad esempio in ambito ortopedico la bromelina e la PEA?

Sì, ad esempio molti antiossidanti sono degli ottimi antinfiammatori; la curcuma, la PEA che è normalmente prodotta dal nostro organismo; se scarseggia la sua integrazione giova nel dolore neuropatico, non più articolare. Ricordiamo che abbiamo tre diverse tipologie di dolore: quello neuropatico, quello nocicettivo e quello misto, quindi un corretto utilizzo certamente può favorire il controllo del dolore nei pazienti.

Maurizio Ferrara Dir. UOC Anestesia e rianimazione ospedale Frangipane di Ariano Irpino

Prima ha nominato la curcuma. C’è l’impressione che spesso ci sia un nuovo prodotto che viene spinto commercialmente sui social e sui canali d’informazione, con effetti strabilianti da elisir di lunga vita, come la curcuma, il ginseng, gli omega3. Questo condiziona i pazienti?

Assolutamente sì. Ci sono mode e tendenze che fanno affezionare i pazienti; dei filoni che hanno molta influenza inducendo una propria opinione che poi è difficile sradicare. Se beviamo 5 litri di acqua al giorno possiamo avere problemi, sebbene l’acqua sia un elemento vitale; per cui il corretto utilizzo dei prodotti si basa sempre sul consiglio medico e non a mode o cattiva informazione. L’aspetto commerciale fortunatamente dura sempre poco, perché poi i prodotti si rivelano per quello che veramente sono

Volendo dare dei consigli sugli integratori, cosa possiamo dire? Ce ne sono alcuni basati ad esempio sull’età?

Mah, in realtà bisogna considerare che facciamo uso di farmaci per il dolore perché spesso abbiamo delle patologie infiammatorie croniche, che sono sia legate all’età quanto a una cattiva nutrizione; il diabete, il sovrappeso, così come gli squilibri ormonali della menopausa sono la principale causa dei dolori cronici; per cui una corretta alimentazione e l’integrazione di sostanze che nello specifico non possiamo individuare in maniera assoluta, ma che sappiamo oggi, essere validi adiuvanti, migliora molto l’efficacia della cura. Ad esempio, ora sappiamo che la vitamina D è un immunomodulante, e che una sua carenza ci espone a una serie di rischi non solo per l’osteoporosi della donna post menopausa come una volta si pensava, ma ha un ruolo molto più complesso e prioritario nei meccanismi di benessere del paziente. Direi innanzitutto di promuovere una cultura della nutrizione e poi integrare con quei principi presenti in sostanze naturali specifiche, tramite la consulenza, facendo prevenzione. Non esiste un unico nome o due che possono essere utili, vanno sempre personalizzati in base alle caratteristiche del paziente, alle sue condizioni di salute generali.

Il ruolo di questo specialista della nutrizione non è sempre presente in ospedale, e quando si va da un nutrizionista esterno, spesso lo si fa per motivi di dieta dovuti al sovrappeso. Come si può ovviare a questo?

Nelle strutture ospedaliere più importanti sono presenti nutrizionisti, che sono chiamati in consulenza per pazienti che devono assumere sacche nutrizionali parenterali, enterali o miste, perché si è a un punto in cui la patologia è complessa. Bisogna invece agire all’inizio, quando la persona sta ancora bene o all’inizio della malattia, perché cominciare da subito un corretto approccio nutrizionale, che poi è una terapia nella sostanza, ci aiuta a non peggiorare in maniera significativa. Ecco perché bisogna convincersi che non è una cosa in più ma un elemento base, soprattutto quando un paziente è malato, lavorando sull’aspetto culturale dei medici. Un paziente obeso, che mangia male, che fa poco moto, fumatore, è molto più esposto a fattori di rischio per malattie metaboliche, infiammatorie e il dolore. Intervenendo tempestivamente, a monte, si potrebbero evitare molte patologie croniche oggi presenti.

Per gli integratori, c’è la tendenza come accade per i fermenti lattici, dell’autoprescrizione?

Nella mia esperienza non tanto, non è frequente l’auto medicamento di queste sostanze, si affidano perché non hanno molta conoscenza, per cui non si espongono in maniera autonoma e incosciente, che considerano pericolose perché non note.

Carlo Negriesperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità.

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