Figaro qua, Figaro là

Caruso, melluso, miette ‘a capa dint’o pertuso ca po’ vene ‘o scarafone e te roseca ‘o mellone e cioè Rapato, pelato, metti la testa nel buco e poi viene lo scarafaggio e ti rosica la testa.

Così si cantava, per prenderli in giro, ai ragazzini che avevano i capelli rasati a zero. E’ una filastrocca senza senso attorno alla quale è nata una divertente storiella: a Napoli, inglobata nel fianco del Palazzo della Borsa, c’è la chiesetta di Sant’Aspreno ai Tintori (il Santo è stato il primo Patrono della città), nel cui interno si trova un altare di pietra con alla base un buco nel quale i fedeli, che soffrivano di emicranie, mettevano la testa invocando il Santo affinché li guarisse dal mal di testa e poiché il luogo, vicino al mare, era umido la presenza degli scarafaggi era normale.

Ma questo fattariello ebbe un curioso seguito: infatti, si racconta che l’Amministratore della casa di medicinali Bayer visitò la chiesetta a fine ‘800 e ispirato dalla miracolosa storia di Sant’Aspreno decise di chiamare il nuovo prodotto medicinale della Bayer, in omaggio al santo, Aspirin!

E’ una simpatica storiella, ma in realtà il nome del farmaco deriva da A prefisso di Acetile, Spir dal fiore Spiraea Ulmaria da cui si ricava l’acido salicilico e poi In, che era generalmente usato per i nomi dei medicinali alla fine del XIX secolo.

Anche se Sant’Aspreno forse non fu il riferimento, c’entra però il regno delle Due Sicilie grazie a un chimico calabrese nato a Scilla, Raffaele Piria, che a metà ‘800 scoprì la Salicina componente dell’Aspirina.

Il caruso veniva fatto dai barbieri ai ragazzini per motivi igienici legati alla presenza dei pidocchi, (su una testa rapata è possibile vedere subito la presenza dei minuscoli insetti). Il barbiere è un artigiano che oltre a tagliare barba e capelli ha assunto nel corso della storia anche il ruolo di cerusico – chirurgo e persino di suonatore e cantante.

Si dice che la barba sia l’onor del mento, infatti per gli antichi rappresentava la saggezza, la portavano i filosofi e i politici greci, e i barbieri erano impegnati a renderla ordinata così come la capigliatura, ma con Alessandro Magno la barba ebbe il suo declino: il grande conquistatore macedone ordinò, infatti, ai suoi soldati di non portare la barba, in quanto in combattimento i nemici potevano afferrargliela con una mano e tenendoli bloccati li avrebbero infilzati con la spada.

Certo, nei tempi antichi, sottoporsi alla rasatura era una vera sofferenza: non esistevano spuma da barba e rasoi bilama. A Roma per imitare gli Imperatori come Augusto o Tiberio i giovanotti della buona società, gli elegantoni, gli uomini che seguivano la moda si trattenevano nei saloni da barbiere, il Tonsor, per avere un viso liscio e capelli tagliati secondo le ultime tendenze: per la rasatura della barba si usava uno strumento affilato a forma di semiluna che veniva passato su una pelle bagnata solo con l’acqua oppure i peli venivano tirati con le pinzette. Ferite e sfregi erano continui e le emorragie tamponate con un’applicazione di tele di ragno bagnate nell’olio e nell’aceto.

Ci si sottoponeva a questa tortura dal barbiere, perché il salone era un affollato luogo d’incontri in cui era possibile conoscere gli ultimi pettegolezzi che circolavano in città: Orazio, per indicare una cosa che sapevano in tanti dice che è nota lippis et tonsoribus cioè ai miopi e ai barbieri, i primi perché vedendo poco (non esistevano gli occhiali) chiedevano continuamente notizie di ciò che avveniva attorno a loro, e i secondi perché ascoltavano tutte le conversazioni dei clienti.

Il rito del taglio della barba era lungo proprio per la lentezza con la quale il tonsor effettuava la rasatura timoroso di provocare danni sul viso del cliente, tanto che spiritosamente si diceva …e mentre che le gote sbarba sbarba, a quello spunta altrove un’altra barba.

Cento anni dopo la moda di rasarsi finì: era diventato Imperatore il barbuto Adriano, che si diceva la portasse per coprire le cicatrici delle ferite riportate in battaglia sul volto o magari perché non sopportava le torture del barbiere.

La padronanza acquisita dai barbieri nell’uso dei ferri si rilevò molto utile quando si diffuse il Cristianesimo con il suo concetto di carità: i Monaci cominciarono ad assistere i malati all’interno dei loro monasteri, fruendo dell’assistenza dei barbieri per interventi di piccola chirurgia.

Quando intorno al 1100 la Chiesa stabilì che tutti i sacerdoti dovevano rinunciare ad attività non conformi alla vita ecclesiastica, i barbieri furono autorizzati ad effettuare interventi di microchirurgia come l’estrazione dei denti e i salassi.

A proposito di salassi vi ricordate quei pali cilindrici a strisce bianche blu e rosse che i barbieri hanno come insegne, soprattutto nei paesi anglosassoni, fuori dai negozi? Ebbene questo palo ricorda proprio i salassi: le strisce bianche rappresentano le bende da usare per l’operazione, le rosse quelle con il sangue estratto, le blu sono le vene, il palo è invece l’appoggio sul quale si stendeva il braccio per evidenziare le vene ed il pomo, infine, rappresenta il vaso in cui si raccoglieva il sangue.

A Napoli il salassatore veniva chiamato sanguettaro, poiché applicava una sanguisuga (dal latino sanguis sugere, succhiare il sangue) alle persone colpite da varie malattie: quest’animaletto ha due ventose che si appoggiavano sulla parte malata, ne succhiavano il sangue e si gonfiavano come un cucuzziello.

Se il malato aveva la polmonite la si applicava dietro le spalle, se invece aveva un ictus cerebrale si metteva dietro le orecchie per ridurre la quantità di sangue in circolazione. Terminata l’operazione il barbiere-salassatore levava la sanguetta al corpo del malato e la metteva nella cenere per liberarla dal sangue infetto.

Ancora oggi a Napoli per indicare una persona fastidiosa, che cerca, ad esempio, danaro in prestito con ogni scusa, si dice Me pare ‘na sanguetta.

Come si è detto il barbiere sapeva tutto di tutti e raccontava anche tutto ciò di cui era venuto a conoscenza, ma questa caratteristica non piaceva a Federico Barbarossa.

Secondo una leggenda lucana il grande Imperatore si era ritirato, in vecchiaia, nel castello di Lagopesole, vicino Potenza, (in realtà il Maniero svevo è stato edificato dal nipote Federico II) e aveva bisogno del barbiere che gli acconciasse la sua lunga capigliatura: il Barbarossa aveva un segreto, aveva le orecchie lunghe e appuntite come quelle di un asino e le copriva nascondendole con i capelli folti.

Quando il barbiere terminava il taglio, avendo visto la deformità auricolare, veniva portato in un lungo e buio corridoio e sotto i suoi piedi si apriva un trabocchetto mortale, affinché nessuno venisse conoscenza del segreto dell’Imperatore.

Un giorno, però, un barbiere si salvò miracolosamente dal trabocchetto e riuscì ad uscirne: Barbarossa lo graziò della vita a condizione che giurasse di non confessare ad alcuno il suo segreto. Il barbiere giurò, ma non ce la faceva proprio a non dirlo a nessuno, stava impazzendo e per sfogarsi fece un buco profondo nella terra e sussurrò della deformità dell’Imperatore. Si illuse di essersi finalmente liberato del peso ma qualche tempo dopo, su quel luogo, nacquero delle canne, che scosse dal vento con il loro movimento sempre più forte e continuo ripetono ancora oggi una canzone:

Federico Barbarossa tène l’orecchie all’asina a a a….

Se questa del barbiere di Barbarossa è leggenda, è invece cronaca vera quella del barbiere di Carlo V, Sovrano del Sacro Romano Impero, riportata da Alessandro Cutolo, professore universitario di Storia medievale nonché spiritoso divulgatore di napoletanità.

Nel 1530, il barbiere di Carlo V, Giovanni Morchiet, che aveva seguito l’Imperatore nel suo viaggio a Napoli (il Sovrano era anche Re di Napoli) chiese al suo padrone, sfruttandone la benevolenza, di essere nominato Capo di tutti i barbieri-cerusici napoletani, non tanto per onore ma perché sapeva che i barbieri erano molto considerati dalla cittadinanza ed esserne a capo significava guadagni, scegliere i clienti più facoltosi, distribuire gli stessi fra i più fedeli amici.

Carlo V firmò l’ordine e Morchiet comandò a tutti i barbieri di Napoli di presentarsi a casa sua, entro pochi giorni, per essere riconosciuto come loro Capo secondo la decisione imperiale.

Gli araldi giravano la città per comunicare la disposizione, ma la protesta serpeggiava e i barbieri dicevano ma chi è questo? Perché non è rimasto nelle Fiandre? Vuole l’omaggio, ma se ne tornasse a casa propria, non ci fanno paura né lui né l’Imperatore. E nessuno si presentò a casa sua.

I barbieri erano una corporazione e i loro diritti erano stati sanciti sia dagli Angiò che dagli Aragonesi per cui si consultarono con gli avvocati e fecero causa a Carlo V!

Le norme stabilite dalle precedenti Case Reali erano di buonsenso e regolavano l’Arte dei barbieri e la loro Corporazione: ad esempio il lavorante dopo aver superato un esame non poteva aprire la bottega vicino a quella del suo antico maestro; la comunità aveva l’obbligo, se qualche barbiere fosse stato messo in carcere e non aveva la possibilità economica di farsi difendere, di provvedere a garantirgli un avvocato; se un socio moriva sosteneva i costi del funerale; contribuiva alle spese in caso di matrimonio della figlia del socio ed esistevano altre regole che garantivano l’esercizio del loro mestiere di barbieri e cerusici.

La Corporazione si ribellò, poiché per quanto fosse potente l’Imperatore, questi non poteva andare contro le consuetudini e doveva rispettare i privilegi loro concessi: i barbieri ricorsero al Sacro Regio Consiglio, sottolineando che forse l’Imperatore non era a conoscenza delle Leggi napoletane (dandogli sottilmente dell’ignorante). Il Tribunale dette ragione ai barbieri e Carlo V, padrone di un Impero sul quale non tramontava mai il sole, revocò il provvedimento, sconfitto dai figaro napoletani!

Una curiosa storiella riguarda la Fontana di Trevi: sulla balaustra destra della fontana si trova un enorme palla di marmo (che stona con il resto dell’opera), che viene chiamata popolarmente l’Asso di coppe.

Si racconta che sulla fontana affacciasse una bottega di barbiere, il quale infastidiva l’Architetto Salvi, autore dell’opera, con continue osservazioni e suggerimenti: io sposterei la statua più in là, io farei una vasca più grande, io modificherei….

Salvi esasperato dalle ossessive critiche in una sola notte fece istallare la grande palla di travertino che impedisce di vedere la fontana dalla bottega del barbiere, chiudendogli la vista della splendida fontana.

Il personaggio più popolare, quando si parla di barbieri, è certamente quello di Figaro, creato a teatro da Beaumarchais e poi trasportato in musica da Paisiello, Mozart e Rossini.

Il Figaro del Barbiere di Siviglia di Rossini è simpatico, sfrontato e in compagnia della sua chitarra nella famosa Cavatina, ricorda di essere il factotum della città, tutti mi chiedono, tutti mi vogliono: qua la parrucca, presto la barba, qua la sanguigna, presto il biglietto… canta tutte le sue capacità: acconciatore, barbiere, salassatore, messaggero di lettere di vario tipo. Appartiene ancora a quella categoria di dentisti–salassatori, che dopo poco non saranno più autorizzati ad essere cerusici, poiché la chirurgia nell’800 viene finalmente affidata a veri medici ed essi torneranno a fare solo barba e capelli.

A proposito di Rossini si racconta che il Maestro fosse molto severo nelle prove delle sue opere e si irritasse con l’orchestra: un giorno a Roma nel 1816 si recò dal barbiere per farsi radere e quando fu completata la rasatura si sentì dire da quello: A fra poco. Perché? rispose Rossini.

Sono il primo clarino dell’orchestra, gli replicò.

Questo fatto fece riflettere Rossini: non era prudente fare sfuriate con uno che doveva passargli una lama sul viso e alla gola e promise a sé stesso di moderare le sue arrabbiature, almeno con il primo clarino!

In molte opere musicali è presente il mandolino come strumento di accompagnamento dal Don Giovanni di Mozart all’Otello di Verdi e nelle sonate di Vivaldi e Beethoven, ma esso è stato anche lo strumento dei barbieri che nei loro saloni strimpellavano le canzoni alla moda, una bottega in cui improvvisavano con i loro garzoni un concertino per intrattenere i clienti. Un repertorio fatto soprattutto da canzoni napoletane come Duje Paravise, Duje viecchie prufessure ‘e cuncertino, ’nu juorno nun avevano che fa, pigliajeno ‘a chitarra e ‘o mandulino e ‘nParaviso jettero a sunà…. Non erano grandi suonatori né tantomeno sapevano leggere una nota, infatti a Napoli (e ancora oggi lo si dice) per indicare qualcosa che è fatta da incompetenti si dice: È ghiuta ‘a carta ‘e musica ‘mmano ‘e barbieri.

Erano passati centinaia di secoli dall’epoca dei tonsores dei Romani ma non era cambiato lo spirito: ci si continuava ad incontrarsi nei saloni per commentare le notizie dei giornali, per sentire gli ultimi pettegolezzi e per stare un po’ tutti insieme a passare il tempo.

Poi con i cambiamenti della Società il periodo romantico della barberia è finito e si è trasformato seguendo le tendenze della moda per accontentare i clienti ispirandosi alla pettinatura di sportivi o personaggi del Cinema e della TV, così come i nostri antenati volevano i capelli alla Mascagni o all’Umberto, ispirandosi alla pettinatura del grande compositore e del Re Savoia.

I Saloni adesso si chiamano Styleman, Barber shop, Hair Design, Coiffeur pour homme: oggi per trovare un barbiere bisogna conoscere le lingue!

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo della A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia.