I doni delle stelle viventi e l’anima stellata

Nel formalismo matematico del modello scientifico della cromodinamica quantistica – che cerca di spiegare importanti elementi fisici/reali dell’universo – ci imbattiamo in numeri quantici denominati sapore e colore (a titolo di esempio, i quark possono avere 3 colori differenti, mentre i gluoni ne possono avere otto).

Sempre in fisica quantistica, la teoria delle stringhe – che cerca di rispondere in maniera scientifica a profondi misteri sui fondamenti della realtà fisica e che si è posta come candidata alla Teoria del Tutto -, vede la materia dell’universo (nonché importanti e inspiegati fenomeni istantanei e tangibili come la gravità) costituita da oggetti/particelle puntiformi a una sola dimensione (chiamati stringhe) e caratterizzati da propri modi di vibrazione e proprie capacità di interagire tra loro e di propagarsi nello spazio e nel tempo.

Sempre nel campo della fisica non-classica, e in particolare nella meccanica quantistica, esistono modelli scientifici che hanno stabilito la presenza di istantaneità tra fenomeni fisici tra loro spazialmente distanti (fenomeni detti non-locali o enangled), al punto che la determinazione, – attraverso l’osservatore -, dello stato di uno di questi fenomeni, contemporaneamente detta, in maniera istantanea, anche la determinazione dello stato fisico del fenomeno ad esso collegato/aggrovigliato/correlato.

La fisica quantistica ci riconduce a un antico concetto filosofico e al modo di sentire intuitivo descritto da artisti e altri soggetti che grazie a meditazione profonda o utilizzo di particolari ausili, si addentrano in una immersione nel sé e in un sentire intimo e profondo, dove si sentono connessi e integrati in un indistricabile Tutto, che diviene Uno (in un movimento di apparente polemos che unisce le concezioni di Eraclito con quelle di Parmenide), e dove il caotico e molteplice si ricompone in un ordine cosmico.

La fisica quantistica ripropone quindi l’antica idea di una conoscenza superiore che connette il Molteplice nell’Uno attraverso un osservatore cosciente; diceva Eraclito: il sentire è ciò in cui si concatenano tutte le cose (fr.14).

Anche la filosofia greca aveva trovato il proprio principio di entanglement, lì dove veniva affermato che ciò che si concatena è principio e fine nel cerchio (Eraclito, fr.12), e che per chi ascolta […] il logos, sapienza è riconoscere che tutte le cose sono una sola (Eraclito fr.3).

La presenza contemporanea di più strati di realtà dove coesistono una struttura fondamentale e profonda del Tutto, con altri strati della realtà fisica dell’Universo più razionali/intellettuali e sensibili (questi ultimi, costituiti di una sostanza che oggi la fisica vede in fenomeni che descrive contemporaneamente come onda/particella e come funzioni d’onda quantistiche), è l’equivalente (nelle scienze fisiche e matematiche moderne) dell’antica idea di una forma energetica, per lo più identificata col fuoco: tutte le cose sono un baratto in cambio del fuoco, tanto quanto lo è il fuoco in cambio delle cose tutte (Eraclito, fr.29).

È importante che chi voglia accingersi a una visione più profonda del Reale (equivalente a quel Vero che è sempre stato oggetto primario della ricerca gnoseologica, sapienziale e filosofica) tragga forza da ciò in cui si concatenano tutte le cose (Eraclito, fr.11) e riconosca che “la trama nascosta è più forte di quella sensibile” (Eraclito, fr.20) e che “ciò che si concatena è principio e fine nel cerchio” (Eraclito, fr.12).

La filosofia greca eraclitea si rispecchia fedelmente nel cuore della fisica teorica moderna, dove l’osservatore è colui che determina il collasso della funzione d’onda quantistica e determina quindi il modo effettivo in cui la realtà particolare si determina rispetto a tutte le possibilità sovrapposte (…e non ci ricorda questo il verum ipsum factum di vichiana memoria?) nella funzione d’onda quantistica.

La coscienza dell’osservatore diviene principio e fine del cerchio sia nella fisica quantistica che nel filosofo/sapiente greco; e anche oggi potremmo riproporre, tanto nel gioco primigenio dell’Universo che istituisce e governa il Cosmos, quanto lì dove si intrecciano e uniscono entangled e in modi per noi umani misteriosi, la danza di Dike (giustizia) e Ananke (necessità), e quella di Apollo (ordine)  e Dioniso (caos), o quella del  Fato col Destino, e della Fortuna col Daimon personale di ciascuno.

E se è vero che all’anima tocca un logos che accresce se stesso (Eraclito, fr.10), allora possiamo comprendere quell’idea bruniana di anima dell’uomo, dove il Nolano stabilisce una correlazione tra la potenza poietica (infinita e assoluta) del dio universale, con quella (infinita e umbratile) dell’uomo immagine di dio e dio egli stesso (nell’entanglement tra anima mundi e anima individuata).

Possiamo altresì seguire e comprendere quel lungo filo rosso che ha attraversato la storia umana nelle varie e corrispondenti forme incarnatesi, di volta in volta, nella sofia, nella gnosi, nel platonismo e pitagorismo, nell’ermetismo, nell’esoterismo, nell’alchimia e nella scienza umana; nel Taoismo e nel Buddhismo, etc.

Il logos che è toccato all’essere umano, secondo tutte queste tradizioni, è fatto di una trama profonda infinita, che si può arricchire continuamente senza mai esaurirsi; è fatto di una natura che ci detta la rotta della poiesi e della conoscenza; di un’anima così sconfinata e connessa al Tutto che ne rende impossibile scoprirne i confini.

Seguendo Eraclito, così profondo è il logos umano (fr.55) che neppure percorrendo tutte le strade, potremmo delimitarne il campo; e allorché il sapiente tenta di decifrare se stesso (fr.37), allora non può che riconoscersi nella sua fanciullesca arroganza di essere che, pur costituendo il Tutto, non può però e perciò stesso comprendere il Tutto.

La corrispondenza tra l’uomo e il cosmo è ben descritta in quelle tradizioni classiche ed ermetiche che sono giunte fino al Quattrocento italiano, dove fu teorizzata l’idea dell’anima stellata, cioè di quella corrispondenza – da leggere in chiave metaforica e metafisica – tra la struttura spirituale e interiore dell’uomo con la struttura astrale e planetaria del cosmo.

Emblematico è l’avventura cavalleresca descritta dal poeta Barberino nell’opera Quattrocentesca fiorentina del Guerrin Meschino, dove si pongono, in relazione di corrispondenza e identità, la esteriorità sacra del cosmo e interiorità divina dell’uomo.

La fata/sibilla appenninica del romanzo cavalleresco di Barberino, enuncia la concezione ermetica dell’uomo microcosmo immagine del macrocosmo, dell’eroe/uomo immagine speculare del cielo. Qui, il cavaliere è alla ricerca della propria autentica identità, e in un viaggio iniziatico che diviene salvifico e ieratico per l’identità spirituale del cavalier Guerrino, la fata gli annuncia una concezione di identità ontologica tra gli esseri umani e i corpi cosmici; la Maga arriva ad affermare: tu mi chiami fata, e tu ssè fata come sono io!, chiarendo esplicitamente la natura divina/metafisica dell’uomo, e l’incapacità costitutiva dell’intelletto umano di giungere alla comprensione del significato ultimo  delle cose, se non attraverso un’ispirazione divina indovata nell’irraggiungibile fonte animica.

L’Uomo, alla ricerca della propria essenza, trova celeste la propria natura terrestre, proprio come Giordano Bruno trovava poietico e divino l’Uomo.

In tale visione di corrispondenza tra le funzioni fisiologiche, emozionali e spirituali dell’ uomo e la disposizione astrale del cosmo, l’uomo non perde la propria capacità di libero arbitrio; infatti, lo stesso logos che dispone l’anima mundi, consente all’Uomo – attraverso la conoscenza -, di conformarsi a quel logos eracliteo che accoglie quel Tutto – che appare in continua trasformazione e guerra -, come un’armonia che “mutando riposa” (Eraclito, fr.34).

Come nell’insegnamento del Corpus Hermeticum, l’uomo può giungere a conoscere/ammirare l’abscondita natura del Tutto attraverso gli occhi interiori allenati dalla conoscenza iniziatica. Secondo un’antica concezione di scienza sacra, poi ripresa da Marsilio Ficino, la rivelazione sapienziale del proprio destino diviene chiara solo riconoscendo e accettando il proprio daimon. La consapevolezza del proprio destino diviene la più alta forma di conoscenza per l’uomo e il prendersene carico diviene percorso salvifico e di illuminazione. In tal modo la conoscenza diviene salvifica e vittoriosa sul fato, proprio come nella Commedia dantesca, la beatitudine era il farsi uno con la volontà del dio/logos.

La volontà dell’Uomo non è così assoggettata al Cielo ma diviene una con essa.

Qui, una visione metafisica e spirituale dell’esistenza umana riesce a trascendere il fato, grazie ad una visione condivisa dalle tradizioni ermetiche, occidentali di tradizione platonica, ma anche orientali di concezione taoista e zen.

Così, Destino e Fato possono separare le proprie vie, e pur nella necessità del divino Logos, l’Uomo – attraverso il riconoscimento e l’accettazione sapienziale del proprio Daimon -, può riprendere le redini della propria spiritualità e del proprio destino, che si fa finalmente e eternamente uno con la propria anima e può espandersi come Uno nel Tutto.

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi