Il concetto sociologico di coscienza collettiva.

Dicembre 1, 2021 by rubrica: La stanza di Psiche

Il termine coscienza riporta il pensiero a comportamenti eticamente, moralmente e politicamente corretti: operare con coscienza equivale a dire comportarsi nell’interesse dell’altro, tralasciando egoismi ed individualismi.

La coscienza individuale rappresenta la consapevolezza che il singolo ha di sé stesso e del mondo esterno con cui interagisce: agire rispettando la propria coscienza individuale significa agire con rispetto verso gli altri.

Il concetto di coscienza collettiva, teorizzato dal sociologo francese Emile Durkheim nel suo scritto “La divisione sociale del lavoro” risalente al 1893, si riferisce all’insieme di credenze, idee, conoscenze ed atteggiamenti condivisi che sono comuni ad un gruppo sociale o ad una società.

Il sociologo ritiene che dalla divisione del lavoro dipenda la coesione di un gruppo, in quanto, con la divisione delle attività, gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, sviluppando, di conseguenza, forme di aggregazione ed unione.

Il Durkheim ha utilizzato il concetto anche per spiegare in che modo individui unici possano legarsi insieme in unità collettive come i gruppi sociali: egli ha ipotizzato che il legame avviene perché, pur nella loro individualità, gli appartenenti ad una comunità provano senso di solidarietà l’uno con l’altro e che tale solidarietà deriva, appunto, dalla coscienza collettiva.

La coscienza collettiva è il risultato di forze sociali esterne all’individuo, ma che nell’individuo trovano terreno fertile per sopravvivere: essa non è una condizione individuale quanto, piuttosto, una dimensione sociale.

La teoria durkheimiana rimanda in qualche modo all’approccio funzionalista di Talcott Parsons, secondo il quale la socialità, per concretizzarsi, necessita dell’adesione ad un piano di valori comune.

Nell’attuale tempo sospeso che stiamo vivendo, nel quale l’unica certezza sembra essere l’incertezza, in che misura la coscienza collettiva può influire ed aiutare a superare il senso di precarietà e di provvisorietà che prepotentemente contraddistinguono questa nostra epoca?

Per quanto paradossale possa sembrare, se da una parte la coscienza collettiva alimenta la nascita del fenomeno sociale, ossia di quel particolare accadimento in grado di incidere su struttura ed aspetti della società, potendone modificare le caratteristiche e creando di conseguenza disgregazione, dall’altra essa è capace di far perpetuare costumi, tramandare rituali, conservare tradizioni.

Nella moderna struttura sociale, attualmente sembra prevalere il primo aspetto.

E’ possibile, dunque, che la coscienza collettiva teorizzata dal Durkheim alla fine dell’800, oggi stia assumendo il significato di frattura a discapito di quello, più nobile, di coesione?

L’emergenza sanitaria legata al Covid 19 ha sicuramente accelerato ed aggravato il processo di rottura, ma non ne è stato la causa scatenante: le società contemporanee sono in costante evoluzione, ma la storia ci insegna che il progresso, se mal gestito, diventa regresso.

I segnali ci sono e sono anche piuttosto evidenti…

La coscienza collettiva dovrebbe accompagnarsi a quella individuale: in questo modo, le scelte del singolo potrebbero effettivamente rappresentare le scelte migliori, o almeno le meno dannose, per la comunità.

Attualmente, l’anello di congiunzione tra le due coscienze è quasi del tutto assente e, anzi, in molte situazioni, sembra più vicina la deriva che la stabilità.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)

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