Il decennio francese

Giugno 1, 2022 by rubrica: I racconti di Partenope

Quando passeggiamo per piazza Plebiscito guardiamo distrattamente le sculture degli otto giganti di pietra dei Sovrani del Regno di Napoli, presenti nelle nicchie della facciata del Palazzo Reale, fra i quali c’è il francese Gioacchino Murat, Re di Napoli dal 1808 al 1815, subentrato a Giuseppe Bonaparte sul trono del Regno. Giuseppe è stato Sovrano di Napoli per meno di due anni dal 1806 al 1808 e il suo periodo di Governo è stato considerato troppo breve per meritare di essere immortalato, insieme agli altri Re, sulla facciata del Palazzo.

All’inizio dell’800 Napoleone era padrone di mezza Europa e aveva assegnato ai suoi parenti il trono delle Nazioni occupate, anche se i suoi congiunti non avevano il suo genio e le sue capacità: Bonaparte diceva: Che cos’è un trono? Un pezzo di legno ricoperto da un pezzo di stoffa, tutto dipende da chi ci si siede. Al fratello Giuseppe consegnò il Regno di Napoli, quel Regno del quale tanti anni prima Voltaire aveva detto: I Francesi hanno sempre conquistato Napoli con facilità e con la stessa facilità l’hanno perduta.

Giuseppe Bonaparte era un buon uomo e un buon Re, che obbediva alle disposizioni che il fratello gli imponeva da Parigi. E proprio per onorare Napoleone decise di far costruire un monumento equestre, che lo rappresentasse, al Largo di Palazzo (oggi Piazza Plebiscito), affidando il progetto al grande scultore Canova.  

Si racconta, a proposito di Canova, che durante la Campagna d’Italia del 1796/97 Napoleone spogliasse il nostro Paese di molte opere d’arte che portò a Parigi. Lo scultore, durante un incontro con lui e con i suoi ufficiali, li si sentì affermare: Non tutti i Francesi sono ladri, e lo scultore replicò: Tutti no, ma buonaparte sì (Buonaparte era il cognome originario italiano della famiglia).

Per gli avvenimenti politici di quegli anni i Cavalli di bronzo, che oggi vediamo in Piazza, furono collocati lì solo con il ritorno dei Borbone: il cavallo che doveva rappresentare Napoleone e il corpo della statua piacquero tanto a Re Ferdinando che questi decise di far mettere la testa bronzea del padre Carlo III al posto di quella prevista per Napoleone. Ne rimase così entusiasta che commissionò al Canova l’altro monumento equestre, per sé stesso, che lo rappresenta nella posa degna di un Imperatore romano.

La fantasia è sempre stata un’eccellenza dei napoletani che hanno sviluppato attorno alle due statue: una storiella e un gioco.

Si racconta, infatti, che alla caduta dei Borbone nel 1860 i cittadini volessero distruggere le statue rappresentanti gli odiati Sovrani, ma un prete avrebbe convinto la folla a fermarsi, perché c’era sempre tempo per sostituire le teste dei due Re con quelle di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II: la folla si calmò e per fortuna dopo non se ne parlò più.

Il gioco, invece, consiste nel percorrere bendati, in linea retta, passando fra i due cavalli, la distanza di quasi 200 metri che separa la Porta del Palazzo Reale dalla Basilica di San Francesco di Paola. E’ una sfida quasi impossibile, perché il dislivello e l’irregolarità del terreno impediscono al cervello di seguire una direttrice che gli consenta di non deviare, per cui, quando si è convinti di aver superato la prova, ci si leva la benda e magari ci si trova dalle parti del Caffè Gambrinus!

Re Giuseppe portò con sé le idee riformiste della Francia che cambiarono lo Stato: il regno era in difficoltà economiche e doveva chiedere aiuto all’Imperatore. Fu riordinata la Finanza pubblica; migliorata l’assistenza scolastica; abolita la feudalità per cui nacque una nuova classe borghese; garantita la Giustizia con processi rapidi e tutela dei diritti per tutti; riorganizzata la Polizia che cominciò a reprimere il malcostume e i furti, fatto questo che gli mise contro i Lazzaroni abituati a vivere ai margini della legge; istituito il Corpo dei Pompier, creati un nuovo Esercito e una Guardia nazionale; diviso il Regno in Province sul modello dello Stato francese.

Particolarmente delicata fu la questione della soppressione dei Conventi: una parte del Consiglio di Stato premeva per la soppressione totale; un’altra invece voleva una linea più prudente. Alla fine si decise di sopprimere quei Conventi che appartenevano agli Ordini di San Benedetto e di San Bernardo (compresi quegli Ordini secondari come gli Olivetani, i Certosini, i Camaldolesi ecc.), mentre rimanevano gli Ordini mendicanti come i Francescani, che svolgendo il loro ministero di carità in mezzo al popolo erano considerati dalla gente persone di famiglia.

La soppressione dei Conventi consentì allo Stato di incamerarne le proprietà e i terreni, e le rendite vennero destinate al patrimonio pubblico.

Giuseppe Bonaparte e la moglie abitavano a volte nel Palazzo Reale ed altre nella Reggia di Capodimonte, sito che si raggiungeva dopo un’impervia salita dall’attuale Museo Nazionale. Per rendere più facilmente accessibile il luogo, fu progettato un boulevard che con un ponte saltasse il vallone della Sanità per raggiungere la Reggia: il progetto fu poi attuato da Murat che lo chiamò Corso Napoleone.

Giuseppe Bonaparte, che quando fu nominato Re di Napoli entrò in città in pompa magna (mentre la moglie lo raggiunse, dopo, con discrezione), nel maggio 1808 abbandonò silenziosamente in segreto Napoli, poiché il fratello lo aveva destinato al Trono di Spagna. La Regina lasciò, invece, la città a luglio con grande sfarzo e il popolo canticchiò: Lo Re è venuto da regnante, è partito da brigante. La Regina è venuta da mappina, è partita da Regina.

Se Giuseppe Bonaparte era stato uomo dal carattere tranquillo, avvocato e diplomatico, obbediente ai comandi del fratello Imperatore, Gioacchino Murat cui Napoleone assegnò il trono di Napoli dopo la partenza del fratello per la Spagna, era tutto il contrario: impetuoso, sanguigno e…pittoresco. Murat, cognato di Napoleone (avendone sposata la sorella Carolina, donna intelligente, vivace, ambiziosa, bella e anche infedele al marito in più occasioni), era figlio di un locandiere e nell’esercito aveva dimostrato tutto il suo ardimento al comando di squadroni di cavalleria, che più volte avevano consentito al Bonaparte di vincere le battaglie. Aveva un coraggio incredibile, ma l’intelligenza non era all’altezza del coraggio e ciò spiega la puerilità della sua condotta politica, così lo giudicava Napoleone. Era Re, ma il padrone assoluto era l’Imperatore che comandava tutti e Murat disse una volta Non si è Re per obbedire.

Quando arrivò a Napoli ne fu conquistato e pian piano entrò nel ruolo di Sovrano avendo a cuore il destino del Regno e dei suoi sudditi. Ai Napoletani piacque per il suo carattere esuberante, per la grande capacità lavorativa e anche per quell’amore per l’apparire, mostrandosi sempre in uniformi scintillanti, curatissimo non solo nell’abbigliamento ma anche nella persona, tenendo molto all’immagine. Una maniera di apparire che coinvolse anche i suoi soldati, tutti eleganti nelle loro sgargianti divise, ma privi di mezzi, e a Napoli c’è un modo di dire che li ricorda:’E surdate ‘ e Giacchino: pezziente e fantasiuse, cioè persone che fidando solo sulle apparenze sono invece presuntuose, sprezzanti, vanitose pur non avendo danari, doti morali o capacità di lavorare.

Egli si sentiva veramente Re e cercò di non francesizzare troppo il suo Regno, circondandosi di persone di fiducia anche napoletane.

Fra le leggi che introdusse fu rivoluzionaria quella sul divorzio, che portò al conflitto con la Chiesa, ma pur esistendo questo istituto, pochi vi fecero ricorso, perché temevano di essere messi all’indice dalla generale opinione pubblica di osservanza cattolica.

Murat dedicò una particolare attenzione alla Capitale del Regno, infatti decise di modificare l’aspetto del Largo di Palazzo abbattendo vecchie costruzioni e Chiese, edificando anche il Palazzo della Foresteria (oggi Prefettura) che facesse da pendant all’altro palazzo quasi identico che sta dall’altro lato della Piazza (palazzo Salerno). Vicino alla Foresteria fece costruire un’altra piazza intitolata a sua moglie Carolina, piazza tuttora esistente.

La sua idea era quella di creare un grande emiciclo con una chiesa al centro, uno spazio grandioso dove svolgere cerimonie e feste solenni, che doveva chiamarsi Foro Gioacchino, rimasto incompiuto. Qualche spiritoso nostalgico dei Borbone disse: Non Foro Gioacchino ma for’a Giacchino.

Assunse altre importanti iniziative fra le quali il prolungamento di Via Posillipo (che arrivava allora solo fino a Palazzo Donn’Anna) fino a Marechiaro; dette inizio ai lavori dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte: creò l’Orto botanico; istituì la Facoltà di Agraria; portò, secondo il codice napoleonico, il Cimitero fuori città, a Poggioreale.

Si preoccupò molto dell’istruzione e, alla luce dell’importanza che aveva assunto nei secoli l’Università di Napoli, decretò la soppressione della celebre Scuola Medica Salernitana.

Sempre, preoccupandosi dei malati, fondò ad Aversa la Casa dei Matti, un ospedale dove i malati psichiatrici potessero essere seguiti da personale addetto.

Fondò, inoltre, la Scuola di applicazione in Ingegneria di ponti e strade che più tardi avrebbe dato vita alla Facoltà di Ingegneria.

Si preoccupò anche dei trovatelli. Infatti, decretò che a tutti i bambini abbandonati presso gli Istituti non venisse più dato il cognome Esposito, ritenendolo un peso che avrebbe accompagnato la persona nella vita, per cui suggerì di mettere il cognome del mese in cui era stato trovato il bimbo, il nome del santo di quel giorno, una caratteristica fisica ecc.

Fu un Re amato tanto che Torre Annunziata decise nel 1810 di cambiare nome alla città che si chiamò Gioacchinopoli.

Murat, seppur impegnato a modernizzare il Regno come Re, era pur sempre un Generale e nel campo militare il suo più grande successo fu la conquista di Capri, occupata dagli Inglesi, che era come una pistola puntata contro Napoli. Murat decise di attaccarla e riuscì a conquistare l’isola, governata dal tenente colonnello Lowe, munitissima di fortini, dal lato dove non si aspettavano l’attacco e cioè dove la roccia scende diritta a mare sotto Anacapri. Ci riuscirono grazie alle scale ad uncino che utilizzavano i lampionari comunali di Napoli: i soldati agganciarono le scale alle rocce, salirono su queste e una volta arrivati le tirarono su per riagganciarle di nuovo ad altre rocce per salire più in alto, sorprendendo i difensori. Dopo qualche giorno di combattimento gli Inglesi si arresero.

Per uno dei tanti casi strani della storia Lowe fu, in seguito, nominato Governatore dell’Isola di Sant’Elena, dove fu il severo carceriere di Napoleone…

Merito di Murat e particolarmente della moglie Carolina fu il grande impulso dato agli scavi archeologici di Pompei: la Regina se ne appassionò tanto da moltiplicare il personale impegnato nello scavo volendo essere presente quando nelle case si rinvennero reperti antichi, che a volte regalò ad amici.

Quando Carolina voleva far colpo su qualche importante personaggio che accompagnava nella visita, lo portava sul luogo dello scavo e i lavoratori, affondando la pala nel terreno, fingevano di trovare, dinanzi agli stupiti visitatori, monili, monete, vasi, che invece erano stati precedentemente scoperti e di nuovo sotterrati in attesa degli ospiti.

Col passare degli anni Murat si sentì napoletano e voleva un Regno tutto suo, indipendente da Napoleone: rispose al comando del cognato quando c’era da combattere, ma dopo la disastrosa campagna di Russia di Bonaparte, volle giocarsi le proprie carte alleandosi con i nemici di Napoleone, confidando che questi in premio gli avrebbero riconosciuto il Regno di Napoli. La storia non si svolse così: il congresso di Vienna decise il ritorno a Napoli dei Borbone e Gioacchino, dopo aver cercato di difendere il suo Regno, fu sconfitto e costretto a lasciare il Reame. Più tardi lo illusero che i Napoletani volessero il suo ritorno per cui si imbarcò con 250 uomini dalla Corsica verso Napoli, sperando nella sollevazione del popolo: una tempesta lo spinse in Calabria dove fu catturato e fucilato a seguito dell’applicazione degli articoli 87 e 91 del codice penale emanato dallo stesso Murat che non lo aveva mai abrogato. Gli articoli prevedevano la pena di morte per ogni tentativo di distruggere o cambiare il Governo o l’ordine di successione al trono o anche di incitare i cittadini o gli abitanti ad armarsi contro l’autorità del Re.

C’è ancora oggi un modo di dire napoletano riferito all’episodio: Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuie ‘mpiso (in realtà fu fucilato, ma ai napoletani suonava meglio dirlo così), che poi vuol dire chi è causa del suo male pianga sé stesso.

Carolina con i suoi 4 figli, nel frattempo si trovava a Trieste, ma già si era consolata con un nuovo amante, che poi sposerà.

Achille, il primo figlio, l’erede al trono di Napoli, emigrerà negli Stati Uniti per recarsi dallo zio Giuseppe Bonaparte che viveva lì. Sposerà una pronipote di George Washington e diventerà un latifondista in Florida con due grandi piantagioni: chiamate una The Parthenope e l’altra Lipona, anagramma di Napoli!

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia

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