Il Decision Making in Oncologia

Aprile 1, 2022 by rubrica: La stanza di Psiche

Il Decision Making, ovvero il processo decisionale è la capacità di un individuo di scegliere la migliore strategia di azione, vagliando tra le diverse alternative presenti in una situazione e arrivando con chiarezza alla risoluzione di un problema.

Il processo decisionale di un medico è l’essenza della sua pratica clinica quotidiana. Nelle scelte che un oncologo prende quotidianamente, il suo processo decisionale, può essere influenzato da una moltitudine di criteri che sono rilevanti per giungere al problem solving. Durante una visita l’oncologo deve riuscire a discriminare tra l’ampia varietà di opzioni di trattamento, tra i risultati contrastanti degli studi, gli effetti collaterali, i costi e benefici dei farmaci e tra tante altre variabili al fine di scegliere il trattamento più appropriato per il paziente. È fondamentale, quindi, l’utilizzo di euristiche di pensiero chiare ed efficaci.

Per la psicologia cognitiva le euristiche (dal greco heurískein: trovare, scoprire) sono, al contrario dei bias, procedimenti mentali intuitivi e sbrigativi ovvero delle vere e proprie scorciatoie mentali, che permettono di costruire un’idea generica su un argomento senza effettuare troppi sforzi cognitivi. Una recente review [Glatzer, M., Panje, C. M., Sirén, C., Cihoric, N., & Putora, P. M. (2020). Decision making criteria in oncology. Oncology, 98(6), 370-378.)] riassume in tre categorie principali i criteri decisionali maggiormente utilizzati in oncologia, le tre categorie sono rappresentate dai criteri associati al decisore (paziente e medico), criteri specifici per la decisione e i fattori contestuali.

L’articolo afferma che i criteri associati al decisore sono l’autorevolezza del medico, la fiducia che il paziente ha nei confronti del clinico, l’autoefficacia, il grado di competenza. Per criteri specifici si intendono, invece, quelli classici quali performance status, età, presenza di comorbidità, stadio del cancro, biomarcatori o prevista tossicità da trattamento. Infine ci sono i fattori contestuali che implicitamente influenzano l’oncologo nella scelta della terapia come lo stato socioeconomico del paziente, il sistema sanitario, i costi di trattamento o l’influenza dall’industria farmaceutica.

I tre criteri descritti interagiscono in egual misura nei processi decisionali dell’oncologo, come viene rappresentato nella immagine di sotto.

Recenti studi analizzano i paradigmi decisionali dell’oncologo e affermano che il dissidio più grande che il clinico affronta è il compromesso tra l’accuratezza (l’intenzione di prendere la miglior decisione) e la velocità. Per far fronte a questa sfida il medico attinge alle sue capacità di sintesi e alle esperienze pregresse specialmente quando la decisione non prevede una scelta da prendere sulla base dell’emergenza. Ma c’è di più. Il background professionale del medico è un rilevante fattore. Un’indagine britannica di Fowler et al. riporta che gli urologi tendono a preferire la chirurgia, mentre gli oncologi tendono a favorire la radioterapia nella gestione dei pazienti con carcinoma prostatico localizzato. Un altro studio ha mostrato risultati simili: i gastroenterologi tendono a favorire la chirurgia, mentre gli ematologi e gli oncologi preferivano la terapia sistemica per il trattamento del linfoma gastrico. Nell’ultimo decennio la letteratura ha riconosciuto il valore del paziente e del suo parere decisionale per l’aderenza alla terapia.

La letteratura che si è soffermata sui fattori psicologici coinvolti nel Decision Making del paziente riguardo l’aderenza al trattamento ha messo in risalto l’importanza di variabili quali l’esperienza precedente, la qualità della vita durante o dopo il trattamento, l’aspettativa di vita, le opinioni del proprio caregiver e la preferenza della famiglia.

Gli studi dimostrano che quando le preferenze del paziente e gli obiettivi individuali vengono ascoltati, è più probabile che l’assistito si senta soddisfatto e sia più aderente alle cure oncologiche. La review conclude con l’affermare che i fattori chiave che contribuiscono al mantenimento del conflitto decisionale dei pazienti include anche il loro sentirsi disinformati, l’avere incertezza sul proprio stato di salute e il non essere supportati dal clinico nel processo decisionale.

La comunicazione ottimale medico-paziente ha il potenziale per aiutare a regolare le emozioni, facilitare comprensione di informazioni mediche e consentire una migliore identificazione dei bisogni, delle percezioni e delle aspettative. La fiducia è una delle caratteristiche centrali del rapporto medico-paziente. Una relazione positiva e buona comunicazione tra paziente e medico può portare a risultati superiori, minori costi di cura, maggiore comprensione e una migliore aderenza al processo di trattamento (Fowler FJ Jr, McNaughton Collins M, Albertsen PC, Zietman A, Elliott DB, Barry MJ: Comparison of recommendations by urologists and radiation oncologists for treatment of clinically localized prostate cancer. JAMA 2000; 283: 3217–3222).

Raffaela Cerisoli, Psicologa e dottore di ricerca in Scienze della mente, A.O. dei Colli, Ospedale Monaldi

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