Il morso del ratto

di Francesco Maria Olivo, edizioni Il Papavero, pp. 114, costo € 14.00 Recensione e intervista all’autore.

La prima considerazione condivisibile con i lettori riguardo a Il morso del ratto è che nessun altro all’infuori di un napoletano avrebbe potuto scrivere un libro del genere! Attenzione perché quello che ho scritto significa proprio il contrario di ciò che potrebbe sembrare, in quanto nella mia lettura non ho riscontrato stereotipi napoletani. Non vi sono pizza e mandolinocaffè sospesi, eccetto diverse espressioni dialettali (peraltro tradotte efficacemente) le quali personificano modi di essere di alcune classi sociali napoletane, e a un paesaggio ben noto e meraviglioso quale è quello del Golfo di Napoli, oltretutto qui testimone di un pubblico assassinio.

Il morso del ratto rappresenta una Napoli vissuta nei bassifondi e gestita dalla camorra ma, contemporaneamente, una città irrefrenabile in cui persino i suoi santi protettori testimoniano di essere stati un tempo uomini…

Essi rappresentano una perfetta congiuntura tra sacro e profano: il primo è San Gennaro che non poteva mancare dato il luogo in cui si svolge la vicenda, il secondo è il Capitano del Cimitero delle Fontanelle situato nel quartiere della Sanità a Napoli.

Ciò che caratterizza la narrazione, i personaggi e la trama del romanzo è l’acume ironico, che spesso sfocia in cinismo, di chi conosce la vita di Napoli e i suoi segreti. È quell’ironia che al principio fa sorridere ingenuamente ma che, in seguito, lascia l’amaro in bocca e porta a riflettere sull’ignoranza e la miseria nonché sulla solidarietà del popolo che si rafforza quando ci sono da affrontare le necessità altrui.

Un altro tratto distintivo è il protagonista, anzi i protagonisti che sono, a mio parere, alcuni dei più perversi vizi umani: la lussuria, la cupidigia e la depravazione.

La trama è un condensato di accadimenti in cui spesso si inserisce il narratore, pur essendo esterno, con poche sue conclusioni. Inizia con i festeggiamenti per la vittoria dello scudetto da parte del Napoli nel 1987, momento in cui tutta la città gioisce per l’avvenimento. Un enorme topo, irriverente nei confronti del calcio, causa un tragico danno. Da quel momento entreranno in scena vari personaggi a tessere la tela del romanzo. Sotto sotto, però, c’è qualcuno che trama, qualcuno che il narratore è molto abile a celare. Sarà soltanto grazie all’intervento di figure che stanno in alto che sarà evitata una tragedia e che due anime spezzate dalla separazione potranno finalmente ricongiungersi.

Il morso del ratto contiene una breve ma pertinente appendice su alcune parole e espressioni della lingua napoletana.

La mia lettura del suo romanzo è all’incontrario. E mi spiego. Lei è stato molto perspicace a condurre il lettore verso il fatto principale che è la lotta tra bande camorristiche rivali e terrorismo emergente. Ciò si svela solo alla fine della storia ed è in quel momento che tutto si configura perfettamente nella mente del lettore come i pezzi di un puzzle. Almeno a me è capitato questo. Eppure l’ordito della trama non mi è risultato mai ostile né alla comprensione né al godimento della lettura. Lei è napoletano, quindi suppongo che il dedalo di idee che confluiscono nel libro provengano da tutto quello che la sua città le ha ispirato. O sbaglio?

Non potrebbe essere diversamente perché ho abitato a Napoli per quarant’anni e sono napoletano da generazioni. Ho assorbito tutto quello che è il luogo nel bene e nel male, i vicoli, la gente. Tra l’altro nello scrivere il libro sapevo benissimo dove sarei voluto arrivare ma non sapevo in quale modo e ho scoperto, in realtà, che il romanzo è stato davvero una sorta di inno di amore dell’amante tradito. Io sono l’amante e chi mi ha tradito è la città. Non ovviamente la città in sé ma la città in quanto costretta a tradirmi perché a sua volta offesa.

Tradirla in che senso? Negli ideali o nelle aspettative?

Nelle aspettative no perché dipendono da noi stessi, ma nello stravolgimento di ogni cosa. Ho avuto la percezione di un tessuto sociale, da ingegnere anche un tessuto topografico, stravolto. Ho visto degli interventi che sono stati davvero dannosi ripetuti anche più volte perché tanto il denaro pubblico non è di nessuno. Così, alla fine, il libro si è tramutato in un inno d’amore alla mia città, ai suoi usi e costumi, alla sua storia, alle abitudini, ai suoi difetti e pregi, alle problematiche e alle contraddizioni.

Vorrei che lei ci parlasse della dedica del libro. E’ rivolta a tutti i popoli che sono stati sottomessi e prevaricati ed è una benevola veduta della natura che è dovunque nonostante tutto. Perché questa dedica? Vuole riferirsi a qualcosa in particolare o è una considerazione generale sulla prevaricazione?

È certamente un discorso in generale poiché ogni epoca ha i suoi prevaricatori e le sue vittime che continueranno ad esserci nel proseguimento della storia dell’umanità. Purtroppo il desiderio di prevaricare è nella natura umana e probabilmente se non ci fosse questo non saremmo mai progrediti perché è una spinta al cambiamento. Per quanto riguarda i popoli, innanzitutto mi scuso con quelli che non ho citato e che sono davvero tanti. Io credo che non ci sia un solo minuto nel mondo in cui non c’è guerra per cui dico che forse tutte le nostre conoscenze non servono a nulla o che, magari, potrebbero essere utilizzate in modo molto più tranquillo e pacifico. Oltre al fatto che noi siamo un battito di ciglia di fronte alla immensità e all’eternità della natura.

Nella sua Inevitabile chiosa finale lei racconta alcuni episodi che la riguardano personalmente e da cui ho dedotto siano nati l’incipit del romanzo e alcuni importanti suoi personaggi. La fantasia certo ha lavorato nell’adattamento e nel taglia e cuci. Il risultato è quella che potrebbe essere definita una commedia napoletana. Lei è al suo terzo libro, e con questo torniamo a ciò che ci siamo detti prima, che è il primo ambientato nella sua città di origine. Come mai solo oggi un libro su Napoli?

Beh, la risposta potrebbe essere drammaticamente banale in quanto a me piace parlare dei luoghi e delle cose che conosco il che, naturalmente, limita le mie possibilità di scrittura perché conosco poche cose! Lo scrivo oggi perché sebbene l’episodio scatenante sia accaduto sei anni fa, e fu in quel momento che mi comparve tutta la trama davanti, prima di metterlo su carta sono avvenute tante vicende, anche di tipo personale, che mi hanno distolto fino a quando non è arrivato il momento in cui l’ho messo su carta.

Infine vorrei che ci parlasse delle illustrazioni del libro a cura di Elisabetta Baldassarre. In effetti sono degli schizzi stilizzati accompagnati da didascalie che si riferiscono ai fatti narrati e alcuni di essi mi hanno dato l’impressione di voler essere sfuggenti, come desiderosi di essere trasportati dal vento.

Per la copertina ho dato indicazioni alla disegnatrice, che è anche una mia carissima amica, le ho affidato il romanzo chiedendole di ritrarre delle scene che le sembravano più pertinenti e lei, con la sua visione piuttosto singolare del mondo e anche con il suo modo particolare di rappresentare, ha interpretato alcune scene. Grazie a Francesco Maria Olivo e buona lettura de Il morso del ratto a tutti.

Maria Paola Battista, Sociologa, editor e giornalista, scrive recensioni di libri e interviste agli autori per varie testate.