Il sacrificio del sacro verbo

Il Verbo si è fatto carne e abitò tra noi

(Giovanni 1, 14)

Siamo nel periodo pasquale e quindi al centro dei riti per eccellenza della cristianità.

Questa festività cristiana cade non casualmente nel periodo equinoziale, periodo ierogamico che è lo stesso in cui avviene l’Annunciazione del Signore alla Vergine Maria (nove mesi prima del Natale), e di cui è costellata la tradizione mitologica dell’area mediterranea e orientale, ove ripetutamente veniva rievocata la storia di sposalizi tra un dio e una vergine in nome di una rinascita, cosmica e ciclica.

Nella tradizione mitica, lo hieros gamos, il matrimonio divino, è il modo in cui l’umanità collabora all’opera divina.

Ancor di più, questa modalità di collaborazione tra divino e umano, si manifesta nelle formule e negli atti sarificali che assurgono al senso di sacrificio-creazione e che permettono la nascita di un mondo nuovo e il suo futuro rinnovarsi.

Uno per tutti, e il più centrale, significativo e rappresentativo, è per la cristianità il sacrificio di Cristo, il figlio di Dio, in redenzione dei peccati del mondo e per la salvezza dell’umanità stessa; segno e sigillo di un rinnovato patto tra il divino e l’umano.

Sia la Pasqua cristiana che quella ebraica cadono sotto il segno dell’Ariete.

L’ariete è l’agnello maschio diventato adulto, simbolo di redenzione già in un mito greco in cui Zeus salva, attraverso l’invio di un ariete divino, l’innocente principe Frisso e sua sorella Elle, ingiustamente condannati a morte; Frisso per onorare il re dell’Olimpo, gli sacrifica l’Ariete Salvatore e ne appende il vello d’oro ad una quercia e ne mette a guardia un drago.

Il tema del sacrificio è centrale in tutti i miti e culture umane.

Ne sono stati maestri indiscussi i bramani, sacerdoti indiani che fin dal periodo vedico hanno detenuto i segreti della “scienza sacrificale”; i bramini sono stati ritenuti potenti al punto di poter piegare gli dei al potere umano, e perciò più potenti degli dei stessi.

Nei testi religiosi indiani Brāhmaṇa, risalenti al XI-IX secolo a.C., sono minuziosamente descritte e spiegare le relazioni tra i mantra (formule sacrificali) e i karman (azioni nelle cerimonie sacrificali) presenti nei Veda.

Così afferma Jan C. Heesterman: «Il pensiero ritualistico dei Brāhmaṇa deve le sue origini a un cambiamento fondamentale della visione del mondo, che fece nascere una nuova concezione del sacrificio», dove la conoscenza delle regole proprie del sacrificio permette di entrare in un rapporto personale con il sacro, che prelude all’identificazione tra ātman (Sé) e brahman (principio universale).

Secondo Gianluca Magi «nei Brāhmaṇa il sacrificio assume un’importanza talmente centrale da sopraffare alla fine la stessa potenza degli dèi che furono ridotti ad elementi catalizzatori che giustificavano una serie di operazioni sacre in grado di sprigionare una forza incommensurabile, origine e sostegno dell’universo» (Enciclopedia filosofica).

Cosa dire oggi sul nostro senso del sacro e del sacrificio?

Quanto abbiamo piegato i nostri riti sacri, oggi declinati come scienza e tecnica scientifica, contro l’umanesimo e il metafisico, per porli ad esclusivo servizio del “materiale”?

Nella tradizione dei Brahmana la forma di una parola è modificata e storpiata per celare una forma occulta; questo perché, secondo i bramini, gli dei hanno la debolezza di dire sempre e solo la verità; pertanto essi si difendono da ciò attraverso il mistero.

Quale mistero più profondo e pericoloso della parola stessa (e con essa anche del discorso tecnico e scientifico, per non parlare di quello politico), che può per propria natura piegarsi, in un normale triangolo semiotico, a tradire (in quanto significante convenzionale) il significato stesso?

Invece, quale fonte di profondi significati possono essere la parola e il discorso metaforico?

Secondo lo psichiatra Iain McGilchrist «il pensiero metaforico è fondamentale per la nostra comprensione del mondo, poiché è l’unico modo con cui la comprensione può andare al di là del sistema dei segni e raggiungere la vita stessa. È ciò che lega il linguaggio alla vita».

Usare metafore è un modo elegante ed efficace per affrontare e risolvere problemi anche complessi; la metafora agisce come una potente trasposizione simbolica di immagini (la cosa detta e quella significata) in cui ciascuno di noi può attingere a proprie esperienze personali e significati profondi.

E allora… rimettiamo a guardia del verbo sacrificale un drago.

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi

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