In cammino con Giacomo

Nello Zibaldone si ha in Giacomo Leopardi il passaggio dal verismo al pessimismo; dalla visione del mondo in cui la Natura è benefica e il dolore può essere superato, alla percezione di un problema più profondo e alla sua soluzione in un concetto di universale rovina, in cui di Leopardi annegano gli ultimi guizzi della fede e gli ultimi bagliori della speranza. Che cosa impedì allo spirito di questo grande poeta di fermarsi alla visione ottimistica della natura e riversarvi anche la interpretazione del <<destino>>, per deviarlo invece verso la visione della catastrofe?

Egli avanza velocemente verso la morte e morì confondendosi con le scaturigini stesse della vita. Una voce di distruzione che pare racchiudersi nella terribile frase di uno dei suoi dialoghi: <<Io non invidio i posteri, io invidio i morti>> e giunge a noi, si propaga oltre noi, ricordando il dolore, ma rasserenando, ricordando le acerbità della vita e riconciliandosi con essa, additando il nemico e destando il coraggio per affrontarlo e combatterlo, staccandosi dalla fede ed avvicinandola a noi.

Fra tanti poeti che hanno dato agli uomini il breviario dell’azione, Leopardi dà loro il breviario della comprensione. E non è cosa da poco perché il Poeta non si limita a cantare il dolore, ma si avventa sulle sue radici per metterle sotto i nostri occhi, inestirpabili, indistruttibili e ci conforta così, perché ad alleviare il dolore giova più comprenderlo che negarlo. Aiutandoci a comprenderlo, egli ci aiuta ad agire e il suo lamento è spesso un lievito più fecondo che l’esaltazione fragorosa della potenza e dell’orgoglio.

Ma Giacomo a una sola certezza non si sottrae: che l’uomo nulla sa, che nulla è, che nulla può sperare dopo la morte, che il nulla travolge necessariamente i singoli e le moltitudini, dando al cammino di tutti la forma imprevedibile del “destino”.

Il tetro epilogo di ogni domanda su ogni aspetto della vita o degli ideali, dell’uomo o delle cose, è nel monito di Tristanoche deridendo il genere umano, innamorato della vita, si vanta di calpestarne la virtù, di mirarne intrepidamente il deserto per la “fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano”.

Nel Canto di un pastore errante per l’Asia, fra tanta imperturbabilità delle cose, nella fatale angoscia del vivere, il Poeta fa insorgere dalla dualità tra l’uomo ed il tutto il problema del destino: ma il problema è posto certamente senza che il forse si trasformi mai nel trionfo della negazione ed il dubbio nell’invettiva. In quel “dimmi, perché?” che si ripete in sei strofe, vaste e severe come navate di un tempio ove il più accorato dei mortali invoca la rivelazione del Dio invisibile e taciturno, è chiuso il terrore dell’enigma ostinato, ma trema anche la segreta speranza che la parola rivelatrice sia finalmente pronunciata.

Quel pastore, spingendosi innanzi al proprio gregge attraverso le pianure sterminate dell’Asia, sembra avere quasi fiducia nella pienezza della vita di cui ferve il grembo di un continente che vide l’alba dell’uomo ed il passaggio dei popoli e dove il mitico fiume gigantesco ripete da millenni che le onde della vita fuggono tutte, ma inesauribilmente si rinnovano. Perciò questo canto è di sconforto, non di annientamento, dove l’appello impaziente all’amica luna si chiude, di volta in volta, con un più cocente dolore e la speranza lentamente si affievolisce, ma sopravvive.

 Leopardi sembra solo toccare a tratti questa o quelle scuola filosofica, ma non aderì ad alcuna: le scuole sono fatte più per seguire la vanità o le compiutezze dei sistemi che per trovare un sistema capace di riassumere ed ordinare la sostanza della vita. Giacomo è stato e resta un gigante del pensiero e della Poesia proprio perché è lui e basta ed è questo il suo fascino e la sua grandezza.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali.

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