La casa e gli spazi empatici come dimensione di salute mentale

Febbraio 1, 2022 by rubrica: Social Medical Humanities

Con il supporto medico-scientifico di Beniamino Casale

<<Dove stiamo dunque andando?>> domanda ai viandanti l’Enrico di Stendhal; <<sempre verso casa>> è la risposta di questi.

Il “ritorno a casa ”, nella novellistica e mitologia di tutti i tempi e di tutte le culture è da sempre parte del “viaggio dell’eroe ”, ossia di quel viaggio metaforico che l’eroe – che si cela in ognuno di noi – deve intraprendere per raggiungere l’autorealizzazione, l’individuazione e l’illuminazione; in una parola: per sentirci come esseri umani dotati di senso e calati in un mondo anch’esso dotato di un senso.

Abitare significa essere; e per noi – seguendo i più illustri esempi di una lunga tradizione antropologica, culturale, filosofica, e abbracciando le più recenti scoperte delle neuroscienze e scienze cognitive -, l’abitare è anche un fondamentale contributo all’identità personale, familiare e sociale.

Perciò riteniamo che progettare e costruire la propria casa – con l’aiuto dell’Architetto, portatore di conoscenze dell’arte e della tecnica del costruire e dell’abitare e quindi di una scienza sia umanistica che tecnologica – sia un momento ed un atto fondamentale e significante nella vita del singolo e di una famiglia, in cui investire risorse affettive e materiali.

Esiste uno stretto ed inscindibile collegamento tra l’architettura degli spazi e dei luoghi, ed in particolare della casa, e l’identità delle persone, nonché con le pratiche sociali e culturali di tutti luoghi e di tutti i tempi.

Le neuroscienze cognitive ci stanno re-insegnando che, come già Platone riteneva, l’estetica, e quindi anche le scienze architettoniche, hanno in sé principi affettivi, emozionali, cognitivi ed anche etici, spirituali e di sacralità.

In linea con tali principi biologici, riteniamo che l’essere umano debba riconoscere e promuovere l’empatia per gli spazi, i luoghi e gli ambienti, oltre che per i propri simili.

La condizione umana – che le moderne neuroscienze cognitive e psicologiche descrivono come la condizione di menti incarnate e di biofilia e topofilia – crea il substrato biologico alla nostra predisposizione ad essere empatici con gli spazi oltre che con gli esseri viventi.

Ricostituiamo continuamente noi stessi all’interno dei contesti ambientali di stimoli in cui siamo immersi; siamo “organismi-all’interno-di-ambienti ” che di continuo evolvono e si auto-organizzano; questo campo dinamico di relazioni tra mente, corpo e luoghi configura la nostra comprensione precognitiva e cognitiva del mondo; e poiché rispondiamo all’ambiente attraverso moduli biologici integrati nel nostro cervello ed attraverso i molteplici sensi corporei neurologicamente interconnessi, le emozioni e gli affetti sono profondamente radicati, ab initio e coestensivamente, in ogni esperienza architettonica ed in ogni abitare un luogo

Basti pensare che la “ nostalgia ” di casa, come quella per i propri cari, è una degli affetti umani più universalmente condivisi e che la parola stessa nostalgia trae la propria etimologia dal dolore derivato dall’allontanamento da casa; e si pensi pure a come gli esseri umani malati di Alzheimer facilmente scompensano il proprio precario equilibrio omeostatico e precipitano in stati di delirio, semplicemente se per un qualche motivo sono allontanati dalla propria casa, ossia dal luogo dove nel tempo si sono stratificati ricordi e vita affettiva e dove il nostro cervello ed il nostro corpo hanno imparato a muoversi ed a navigare con fluidità affettiva e cognitiva.

Per Edward Relph(1976) essere uomini significa “essere in un luogo”.

Seguendo Tim Cresswell (2004), riteniamo che il luogo sia qualcosa che “dobbiamo costruire per poter essere umani ”.

La casa, come luogo privilegiato del nostro essere nel mondo, è sicurezza per chi la abita; nell’essere-di-qualcuno, diviene un’estensione del sé di quel qualcuno.

Per contraltare, basti pensare come l’out-of-place, l’essere senza una casa, in tutte le culture e società, descriva una delle massime forme di alienazione umana.

Yi-Fu Tuan(Topofilia ; 1974), autore di riferimento per i geografi umanisti, afferma che lo spazio è l’area aperta e continua delle azioni e del movimento, che l’uomo comprende sperimentando spostamento e mobilità; il luogo è invece un tratto di spazio discreto, dedicato al fermarsi, al riposare e all’essere coinvolti, aspetti che riguardano il “valore ” e il “senso di appartenenza ”.

In questo luogo da abitare – per sentirci vivi nel pieno delle nostre potenzialità umane – poniamo la nostra casa.

Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) ha descritto la condizione umana come una embodied condition, una situazione d’immersione nell’ambiente in cui le nostre “ menti incarnate ” nutrono e danno forma ai nostri punti di vista sul mondo attraverso gli atti fisici con cui lo abitiamo.

L’essere-nel-mondo, come condizione esistenziale fondamentale dell’uomo, è stato un cardine della filosofia di Martin Heidegger, che nel saggio “Costruire abitare pensare ” ha mirabilmente descritto come il modo in cui l’uomo è nel mondo sia quello dell’abitarlo; come il bauen (“costruire ”) sia propriamente l’abitare, il rimanere, il trattenersi; e l’ich bin (“io sono ”) significhi propriamente “io abito ”.

La costruzione della propria casa è un atto di progettazione e creatività ma anche un atto di rispetto e sacralità verso noi stessi, la nostra famiglia, la società a cui apparteniamo, l’ambiente che ci circonda e le forze che ci dominano e che cerchiamo di dominare.

Annarita Palumbo, architetto, CEO Simplycity srl, esperta in ciberspazi.

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