La dea bendata

Luglio 1, 2022 by rubrica: Pensieri e parole

Capita di vedere una spassosa serie tv e imbattersi sulla meravigliosa ascesa dei Los Angeles Lakers da franchigia tendenzialmente perdente o comunque non vincente quanto la città meritava e chiedeva a franchigia dei sogni, a dinastia che segna la storia e che porta nel tempo a portare una squadra di basket ad esser traino di un movimento sportivo americano divenuto una grandissima fabbrica di soldi. Ecco che nel vederla da appassionato sia dei Lakers sia del basket sia delle serie tv non correvo onestamente il rischio di rimanere deluso, impossibile.

Sono tanti gli spunti che si possono trarre da una serie del genere, dall’incredibile abilità imprenditoriale di Jerry Buss passando per la strapotenza mentale e tecnica di Kareem Abdul Jabbar che un bel giorno decise di abbandonare il suo precedente nome, Lew Alcindor, per sposare una religione diversa e un modo di vita diverso, oppure la scalata di Earving Magic Johnson da una campagna del Michigan ai palcoscenici più pomposi dell’universo, quelli della città degli angeli.

Eppure la storia nella storia che più mi ha colpito è quella di Pat Riley, ex giocatore proprio dei Lakers ormai in crisi lavorativa e familiare, classica degli sportivi che passano dalle luci della ribalta al buio del ritiro.

Pat aveva iniziato la carriera da telecronista meramente per soldi, non aveva gran futuro, aveva elemosinato la posizione da spalla del commentatore storico dei Lakers.

Poi come nei più bei film di Hollywood un incidente al capo allenatore, un secondo allenatore incapace e a lui, sì proprio a Pat, viene affidata la franchigia più in ascesa della storia.

Lui si è messo al timone e il resto è storia dello sport mondiale, dal nulla al più vincente o uno dei più vincenti allenatori della storia.

La sfortuna di un uomo alla base della fortuna di un altro.

Quanto questo susseguirsi di eventi e incastri si ripetono nella vita di tutti i giorni?

Quanto la fortuna o la sfortuna influiscono sulla nostra vita?

Quante volte un medico è oscurato nella sua carriera dalla presenza di uno molto bravo avanti a lui?

Quante volte un primario per un problema qualsiasi ha lasciato il suo posto e chi lo ha sostituito si è scoperto bravo più di lui?

Quante volte abbiamo realmente cavalcato un evento fortunoso rendendolo l’inizio di un nostro successo?

Scrivo questo perché non credo alla fortuna, non credo che la sorte determini realmente chi ha capacità: prima o poi un modo per esprimersi lo si trova e se non lo dovesse trovare forse non era così bravo.

Ma voi veramente credete che Pat Riley prima o poi non sarebbe divenuto Pat Riley?

Veramente credete che si sarebbe accontentato di essere un buon telecronista?

Ma mai, lui è sempre stato Pat Riley e la fortuna è stata solo un mezzo che ha velocizzato la sua storia.

Non pretendo di aver ragione ma se posso vi chiedo di non credere a chi dice di aver avuto sfortuna, io non ho giocato veramente a calcio perché c’era chi era più bravo di me, non più fortunato, c’era chi aveva più voglia di me, non più fortuna.

Cercate di essere la miglior versione di voi stessi e quando la fortuna passerà a bussarvi fatevi trovare pronti se ne siete capaci, ma se non ci riuscite non additate gli altri come fortunati, ammettere il fallimento è l’inizio del successo.

Francesco Capone, Biologo specializzato in Informazione Scientifica del Farmaco, calciatore modesto, padre innamorato, commerciale di pacemaker midollari

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