La forma dell’informe

Perché ho assistito a quella insigne esibizione?

A causa della morbosa curiosità che nutro verso gli altri esseri […].

Ora non posso più contare su questa mania.

Mi ha abbandonato, e tale diserzione mi insegna, ben più dei sintomi di ogni altra sorte, che d’ora in poi debbo accontentarmi di un vile ruolo da sopravvissuto.

Emil Cioran

Killer, Explorer, Achiever e Socializer.

Sono più un distruttore, un esploratore, un realizzatore o un socializzatore in un MMORPG?

Il test di Bartle mi può svelare a quale categoria appartengo!

Il test divide i giocatori di MMORPG (Massively Multiplayer Online Role-Playing Game ovvero “gioco di ruolo multigiocatore in rete di massa“) in quelle quattro categorie.

Il ramo della sociologia che ha indagato le dinamiche dei giochi umani, ha scoperto che esistono quattro determinate e fondamentali tipologie di giocatori (e non è escluso che in ciascuno di noi possa annidarsi non una sola ma più di tali dinamiche), e su tali basi si è sviluppata la fiorentissima industria dei giochi, alimentata da abili ed esperti ingegneri della felicità e del flow che progettano giochi (ormai soprattutto digitali) che fruttano milioni di euro di guadagni alle company che lanciano sul mercato nuovi giochi di successo ogni anno.

Le mie ricerche mediche e curiosità antropologiche mi hanno mostrato che le stesse tipologie di giocatori che agiscono nei mondi virtuali, sono anche tipologie umane: nella vita “reale” di tutti i giorni, vigono le stesse dinamiche di interazione umana che gli ingegneri del gaming sfruttano per attirare utenti verso quella che è una vera e propria dipendenza che attinge ai circuiti neurofisiologici del piacere e della ricompensa.

Un MMORPG è un videogioco di ruolo che viene svolto contemporaneamente da migliaia di persone reali che interagiscono tra loro nel web, dove giocano interpretando personaggi che si evolvono nel mondo virtuale dello specifico gioco in cui si immergono e agiscono, acquisendo – in-game – abilità, valute, oggetti, equipaggiamenti, ecc.

Come l’arte, che imita la vita, così fanno anche i videogame!

Ma non solo i giochi imitano la vita, anche la vita imita i giochi!

Così, non diversamente da ciò che avviene nei mondi virtuali, anche nel dominio del “reale” in cui siamo immersi, accade che ciascuno di noi agisce e interagisce con gli altri e con l’ambiente circostante, in complesse dinamiche di interazione, ove ciascuno di noi porta la propria specifica personalità e attitudine verso se stesso, gli altri e il mondo.

Avviene così che la storia del “reale” è stata percorsa da pensatori che esplorano il vasto e complesso campo della conoscenza riservata agli uomini, spingendosi coraggiosamente oltre le mondane scienze semplici, e fin sul limen di abissi profondi e lungo i confini del nulla.

Dalla posizione di esseri presenti nel mondo e presenti nell’esistenza della vita, essi cercano non solo il senso, ma l’essenza stessa del non-essere e del nulla!

Già agli esordi del pensiero filosofico occidentale ci sono stati filosofi che avevano provato a mettere in guardia i coevi ed i posteri dai rischi di tale esplorazione sofianica!

Da subito, il pensiero filosofico ha lanciato un monito sulla impossibilità essenziale e costitutiva di giungere al non-essere quando si è immersi nella dimensione dell’essere.

Parmenide è stato il più chiaro ed eloquente di essi, con il suo celebre monito!

Benché tutti attribuiscano la scoperta della coestensività dell’essere con il pensiero a Cartesio, che aveva affermato “cogito ergo sum”, c’è da ricordare come sia stato per primo lo stesso Parmenide ad affermare: “infatti è la stessa cosa pensare ed essere”.

Ma allora, come è possibile pensare in vita al non essere?

La missione è impossibile!

Ma ciononostante, per un esploratore degli abissi e dei confini dell’essere, la sfida è ineluttabile ed ineludibile; una vera dipendenza dalla sfida dello spingere il pensiero oltre la mondanità del reale per affondare nelle paludi mortifere nel lato oscuro della conoscenza, lì dove il pensiero razionale e logico, che normalmente fornisce gli strumenti della conoscenza scientifica e della sofianica impresa filosofica ed esistenziale, perde ogni sua ragione d’essere e ha spuntite, inadeguate e inefficaci tutte le proprie armi.

Accade così che pensatori come Giordano Bruno si siano trovati già in vita come esiliati, estranei alla coesistenza con la comunità degli altri uomini ed estranei al mondo di questa terra – dove sembrano tacere Dio e la ragione stessa -, e già completamente proiettati verso il cielo e la dimensione metafisica.

Eppure, essere ancora vivi e sentirsi già fuori della vita, è un paradosso esistenziale e logico che richiede risposte e atti incomprensibili ai più.

Sembra di entrare nel mondo della follia.

Benvenuti nel Paese delle Meraviglie di Alice!

Come spiegarsi, a se stessi e agli altri, quando la propria logica non è più la logica degli uomini comuni?

La via che la maggioranza di tali esploratori del nulla e del non-essere percorrono è quella dell’abitare nei labirinti del paradosso continuo e ineludibile, stretti nei lacci del dubbio e delle incertezze, lasciati senza fiato dalla disperazione nella riuscita dell’impresa e dalla voglia perenne di conoscere la invisibile “verità” trascendente.

È questa la via che vede nella materia del mondo una nebbia destinata a sciogliersi a ogni raggio di sole emanato da una ragione regina e ingannatrice, che afferma l’essere e il non-essere in una eraclitea concezione degli opposti concordemente in disaccordo.

La ragione si guarda nello specchio e si scopre nella propria forma di limite invalicabile alla conoscenza stessa.

Il cacciatore scopre che le proprie armi sono l’ostacolo alla propria caccia e che la sua ambita preda è il proprio sé. Scopre che la ragione contorce e deforma costantemente tutto ciò che dovrebbe conoscere, e che il mondo che l’uomo crede reale è solo un’ombra e una costruzione della logica stessa.

La razionalità, ponendo una distinzione tra essere e non-essere, pone le fondamenta del dualismo cartesiano e della impossibilità della conoscenza della essenza metafisica.

Solo l’annientamento del proprio essere pensante può superare il problema della conoscenza essenziale e metafisica; ma questo stesso atto distruttivo annienta anche il fine della ricerca stessa.

Giordano Bruno risolve la propria equazione esistenziale affermando che «non si conosce Dio, si diventa Dio» e disse che «moriva martire e volentieri e che sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in Paradiso».

Lucidamente, con quella stessa razionalità che è arma di autodistruzione, Cioran afferma: «non esiste un mezzo per dimostrare che è preferibile essere piuttosto che non essere»; «forse la follia è soltanto un dispiacere che abbia smesso di evolversi». Rassegnato alla propria disperazione riconosce con serenità «quei momenti in cui sparire per sempre ci sembra impossibile, quando la vita e la morte perdono ogni realtà, e né l’una né l’altra possono ancora toccarci».

In quest’alveo, si è mossa, tra le altre, tutta la corrente dell’Esistenzialismo; in questa palude che è la ricerca del senso della vita ha cercato risposte plausibili al paradosso nichilistico della realtà razionale e mondana e all’infermità di essere; ha cercato risposte lì dove le uniche risposte che possono esserci sono le paradossali acrobazie di uomini filosoficamente e razionalmente dilaniati tra disperazione per la vita e amore per la vita.

Per molti di loro inizia la lucida, folle, interminabile e dura avventura del funesto demiurgo che non distoglie lo sguardo dal dolore e dal “male” di gnostica tradizione.

Da alcuni dei maggiori pensatori del genere umano viene scritta l’assurda etnografia del vuoto.

I filosofi e poeti si fanno medici dell’animo umano e divengono i più esperti clinici della tara primordiale che affligge l’uomo e forse la vita tutta.

Tante filosofie e religioni si ritrovano chiuse nello stesso labirinto della ricerca di un senso, armati di mezzi (la ragione e i sentimenti) che dilaniano il senso stesso; si ritrovano in quelle paludi e in quei labirinti da cui è impossibile uscire e dove non dimorano – per loro fortuna o disavventura -, solo i più sciocchi e fortunati di noi.

«Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l’esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come minimo una volta al giorno, avrà vissuto da sonnambulo». (E.M. Cioran)

Negli stessi labirinti ritroviamo personaggi come Hakuin Ekaku, che nel buddhismo zen ha dettato la fioritura di indimenticabili leggende con la sua vita che sfida le convenzioni monacali, e si è inabissata in quella che lui chiamava “malattia Zen”; vita scandita da pratiche mondane e ascetiche dure e spesso cruente, ritmata dal dubbio e dal male, dalla fede e dalla perdita della fede, da imbarazzi sociali, mortificazione del corpo, umiliazione della mente e derisione dell’anima, per vincere e superare ogni brandello di un sé da annientare o superare. In lui vince infine un pensiero razionale perfettamente bilanciato come sulla punta di una spada; la sua evoluzione è graziata anche da un eremita taoista che lo aiuta a rinvigorirsi nel corpo che – come una spada tecnicamente perfetta e bilanciata -, diventa una misura esatta per la meditazione. In lui, il suo bagaglio mondano serve a dargli il fardello giusto ad appesantirgli la via, le sue armi meditative servono a trafiggerlo con un’illuminazione zen, dove tutto diviene Budda (come il dio di G.Bruno); in fin dei conti sceglie di essere fuori dal labirinto dell’inconsistenza e della mancanza di senso, e approda nel porto sereno (e mondano) della presunta salvezza.

Hakuin (colui che è “nascosto nel bianco”) ha il merito di aver sistematizzato il koan, pratica verbale del nonsense, che similmente all’enigma greco, deve essere risolto (in Grecia, pena della mancata soluzione dell’indovinello era la morte) -, per dischiudere nell’unico e paradossale senso possibile, una profonda e celata verità che, dopo profondo inabissamento, dà accesso all’illuminazione.

Il koan è un gioco serio di svelamento, dove la parola pronunciata cerca di approssimarsi all’indicibile e cerca di andare oltre la parola stessa, e pertanto si presenta come un’illusoria porta aperta sul senso; è il filo di Arianna che conduce fuori dal labirinto, ma lì fuori non v’è che il nulla; è la chiave che apre il cuore del dio e pertanto presuppone che ancora ci siano un cuore e un dio!

La scimmia vuole raggiungere
la luna nell’acqua – finché
morte non la coglierà
nulla la farà desistere.
Se avesse lasciato il ramo
sparire nella pozza profonda
il mondo brillerebbe
di abbagliante purezza.

Hakuin

Non appena raggiungi il grande vuoto
corpo e mente si perdono, entrambi.
Paradiso e Inferno sono paglia.
Il regno del Buddha è nel caos
.
Hakuin

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi

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