La medicina come artefatto sociale e culturale.

Con il termine artefatto, in ambito psicologico, si definiscono quegli elementi, creati dall’uomo, nei quali l’uomo stesso riflette e rappresenta il contesto sociale e culturale in cui vive: attraverso gli artefatti il genere umano cerca di raggiungere i propri scopi, sebbene, poi, il raggiungimento di tali obiettivi sia vincolato agli artefatti medesimi.

Gli artefatti sociali e culturali spesso distinguono una comunità, una società, da un’altra e svolgono un ruolo fondamentale nella trasmissione di usi e costumi.

Il rapporto tra individuo ed ambiente dovrebbe essere spontaneo ed immediato, ma, in molti casi, esso è mediato dall’utilizzo di uno o più artefatti che assolvono alla loro funzione solo quando vengono usati in maniera appropriata.

Gli artefatti sono di tre tipi: primari, secondari e terziari.

  • Agli artefatti primari appartengono gli strumenti utilizzati dagli uomini per interagire sia tra loro che con l’ambiente circostante (ad esempio, i mezzi di comunicazione);
  • gli artefatti secondari sono costituiti dalle rappresentazioni mentali (ad esempio, le norme e le credenze);
  • gli artefatti terziari, infine, sono le espressioni creative dell’immaginazione (ad esempio, le forme artistiche).

Gli artefatti rendono culturale il rapporto tra individuo ed ambiente e la mediazione svolta dalla cultura è universale, in quanto investe tutti gli ambiti dell’esistenza umana, compreso quello concernente la medicina.

Tra il 1961 e il 1963 il sociologo e filosofo francese Michel Foucault pubblicò il libro Storia della follia nell’Età classica, nel quale si cimentò ad analizzare il fenomeno della follia in rapporto alla civiltà europea, alle classi sociali e al periodo storico.

Nel 1978 la scrittrice, storica e filosofa statunitense Susan Sontag pubblicò il libro Illness as methaphor (La medicina come artefatto culturale), nel quale raccontava della sua esperienza di paziente oncologica.

Nel 1989 la Sontag scrisse un altro testo, L’AIDS e le sue metafore, nel quale portava più specificatamente l’attenzione sulla sindrome da immunodeficienza acquisita.

In entrambe le opere, l’autrice ribadiva il concetto di come, in ogni periodo storico, la società abbia bisogno di malattie che diano voce a paure, timori e fobie collettive: nel primo libro la malattia in questione era il cancro, nel secondo l’AIDS.

In relazione a quanto detto, dunque, la scienza medica, sebbene fortemente pervasa ed intrisa di sapere rigoroso, obiettività e scientificità, può anch’essa essere considerata come una costruzione sociale, profondamente connotata in senso metaforico e fortemente legata all’ambiente e all’epoca di riferimento (basti pensare alle malattie che nel corso dei decenni hanno caratterizzato epoche e società, quali l’ebola, la peste, il Covid…).

Di conseguenza, anche la medicina può considerarsi come artefatto, nel suo significato più ampio di mediazione e rappresentazione del mondo sociale e culturale, fermo restando l’obbligo, in quanto disciplina della salute, di mantenere e preservare sempre la scientificità che la contraddistingue in quel determinato tempo e in quel determinato ambiente.

Rosa Maria Bevilacqua Sociologa A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati” Avellino Docente Corsi di Laurea Professioni Sanitarie Università della Campania Luigi Vanvitelli Master in Medical Humanities perfezionamento in Malattie Rare e in Bioetica.

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