La mia Cardiochirurgia

Luglio 1, 2022 by rubrica: Scienza e coscienza

La preistoria

Premessa. Perché parlare di qualcosa avvenuto circa cinquant’anni fa in campo medico nella nostra città? Soprattutto da un’angolazione molto personale, lontana dall’ufficialità?

Per tre ragioni principali:

1. Per stimolare i giovani, qualunque sia la vita che hanno scelto: i sogni possono diventare realtà, non scoraggiarsi e lavorare e studiare con serietà;

2. Impegno vero per il sociale, al di là di tante vuote parole, per favorire un reale progresso della città;

3. Rispetto, e mi spingo a dire amore, per quei pazienti che il destino ha posto sulla nostra strada.

Laureato a luglio del 1973 (ovviamente con massimo dei voti e lode, in cinque anni e una sessione, come da tradizione familiare), a ottobre ricevo una telefonata da un altro giovane medico: Al professore Cotrufo è stato assegnato un reparto. Vuole tutti i suoi ex-studenti interni con sé. Saremo in sei, sette. Parte la Cardiochirurgia.

Il reparto in questione era al V piano dell’edificio detto della Semeiotica, in Largo Madonna delle Grazie. E da allora inizia quel periodo, durato cinque anni, che io definisco della preistoria della Cardiochirugia, terminato nel 1979 quando con il trasferimento all’Ospedale Monaldi si ebbe il passaggio a quella storia che prosegue ancora oggi.

Dunque a fine ’73 in un reparto dove non c’erano neanche i letti, cominciammo a darci da fare per poter iniziare e, a gennaio del ’74, venne effettuato il primo intervento (il cambio di una batteria esaurita di un pace-maker). Non era un intervento al cuore, ma fu comunque quello l’inizio. Va ricordato che già nei lontani anni ’50 Napoli aveva raggiunto un primato, con i primi interventi a cuore chiuso effettuati dal professor Ruggieri nel Policlinico di piazza Miraglia.

Questa volta alla base vi erano un vero ed ambizioso progetto, un capo capace ed un gruppo di giovani pronti a qualsiasi sacrificio perché si realizzasse il sogno di iniziare ad operare al cuore a Napoli. Impresa tutt’altro che facile perché intorno a quella squadra, come si direbbe oggi, c’era praticamente il nulla assoluto.

Il professore Cotrufo dette a ciascuno di noi giovani medici, alcuni dei quali non avevano neanche ancora ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione, uno o più incarichi funzionali all’inizio dell’attività. Incarico non significava ricevere una medaglietta da ostentare per ottenere un qualche tornaconto, ma solo sacrificio ed impegno totale perché quel tale settore funzionasse al meglio.

Io fui incaricato del Personale, del Laboratorio e dell’Emoteca. Solo due parole su quest’ultimo incarico: mi recai presso quello che mi era stato indicato come centro trasfusionale e mi trovai in un basso al di fuori del Policlinico, di fronte a un tale tutto tatuato che sì, le richieste di sangue si potevano esaudire, ma bisognava parlarne.

All’ingresso alcuni soggetti simili erano in attesa di parenti di pazienti, cui seppi vendevano il proprio sangue. Oggi un intervento al cuore può essere effettuato anche senza ricorrere a trasfusioni, all’epoca era piuttosto frequente la necessità di reperire 10-12 litri di sangue, talvolta di gruppi rari. Ovviamente il problema andava affrontato diversamente. Stabilii rapporti diretti con gran parte dei centri trasfusionali d’Italia, attivai ponti aerei, presi contatto con gruppi di volontariato, schedai medici e infermieri del reparto per avere sangue prontamente reperibile per le emergenze.

Il tutto, devo ricordarlo, dando una disponibilità illimitata, giorno e notte, tutti i giorni della settimana. Una notte in cui tornavo a tutta velocità con la mia bella Lancia Fulvia coupé da Salerno, dove avevo trovato un flacone di O Rh negativo richiesto urgentemente in sala operatoria, il cofano si ribaltò sul tettuccio per cui non vidi più niente e l’auto sbandò a lungo prima di fermarsi. Fui fortunato e il sangue giunse in tempo.

Il personale: beh diciamo pure che furono assunti come infermieri qualche diplomato, ma molti provenienti dalle liste dei disoccupati. Chi il giorno prima faceva il barbiere, o il parcheggiatore e lavori simili, si trovò in un reparto dove le richieste erano ben diverse. Qui potrei citare un’infinità di episodi, ma un paio danno l’idea di quello che poteva accadere.

Per esempio che un’infermiera di fronte a un paziente critico si inginocchiasse piangendo accanto al letto e gli prendesse la mano gridando: Ti prego, ti prego, non morire! invece di fare quanto necessario. Oppure che a un altro paziente in terapia intensiva durante la notte si staccassero gli elettrodi e la linea dell’elettrocardiogramma diventasse improvvisamente piatta. Allora il giovane infermiere in servizio (diventato in seguito un ottimo tecnico di circolazione extracorporea) gli balzò addosso iniziando il massaggio cardiaco, svegliò il paziente che cominciò ad urlare. E l’infermiere: Stai zitto, sei in arresto cardiaco, ti devo massaggiare! Il giorno dopo al momento della visita del professore, il paziente ancora sotto shock: Professo’, stanotte è venuto un pazzo che mi ha riempito di mazzate! E il professore: Non è possibile, richiedete una consulenza neurologica urgente.

Una volta iniziata l’attività, nel reparto cominciarono ad affluire pazienti affetti da patologie cardiache (valvolari ed ischemiche), vascolari (arteriose e venose), congenite.

Oggi ciascuna di queste branche ha assunto una propria specificità, il che, per l’impegno di ottimi professionisti, ha portato a risultati eccellenti. Allora il reparto di Chirurgia del Cuore e Grossi Vasi a Largo Madonna delle Grazie era il punto di riferimento unico dove confluivano tutti questi pazienti, molti dei quali erano in condizioni particolarmente gravi dal momento che fino ad allora l’opzione chirurgica non era stata disponibile. Ricordo un’intera corsia dell’ospedale Cardarelli con tutti pazienti cardiaci scompensati a seguito di valvulopatie provocate dalla malattia reumatica per i quali il destino finale era segnato. Pazienti che oggi, anche grazie alla preistoria di cui sto raccontando, sono praticamente scomparsi.

Dopo mesi di lavoro incessante e alcuni interventi cardiochirurgici minori, si giunse finalmente ad essere pronti per effettuare il primo intervento a cuore aperto per una patologia valvolare, fissato per il 9 ottobre del 1974. Il paziente si chiamava Mario M. La sera prima dell’intervento chiese di parlare con il medico di guardia. Dottore, ci tenevo a dirle una cosa. So bene che nessuno è stato operato prima d’ora per una malattia come la mia e che voi siete tutti giovani neo-laureati molti dei quali non hanno mai visto un cuore dal vivo in vita loro (ed era vero!). Il vostro capo si dice sia molto bravo, ma ha operato casi simili probabilmente in America, di certo non qua. I miei parenti mi hanno consigliato di andare a farmi operare all’estero, in Francia o in Svizzera (all’epoca tra le mete dei cosiddetti viaggi della speranza), ma io sono napoletano e voglio essere operato nella mia città.

Ecco, questo è un esempio di coraggio e di orgoglio di appartenenza che in tanti dovrebbero tenere a mente. Il giorno dopo Mario M. fu operato per stenosi mitralica calcifica con sostituzione della valvola con protesi di Starr-Edwards. L’intervento ebbe successo e per alcuni giorni l’intera squadra non lasciò il reparto, badando ciascuno alle proprie responsabilità.

Se oggi la Cardiochirurgia ha fatto progressi enormi lo si deve anche a pazienti simili il cui ricordo è vivo nella memoria di chi visse quei giorni. Un pensiero riconoscente dovrebbe essere rivolto anche a quel gruppo di visionari che permise il realizzarsi di un sogno grazie al lavoro, allo studio, alla determinazione, al sacrificio.

Pasquale Santé, già professore associato di Cardiochirurgia – Università della Campania L. Vanvitelli presso l’Ospedale Monaldi. Appassionato di storia, di problematiche sociali e di varia umanità.

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