La paralisi agitante (ricordi di mio padre)

Tutto passa ma non certe dolenti cicatrici, non certe travolgenti e palpabili emozioni! Esse tornano, bussano, insistono, resistono a tutto, resistono agli anni, alla ragione, alla fatalità!

Alcuni giorni or sono, dopo aver ascoltato dai mass media alcune interessanti attualità in campo scientifico, inerenti avvincenti sperimentazioni cliniche con innovative strategie terapeutiche in neurologia, i miei pensieri e i miei ricordi hanno rievocato mio padre e in particolare ho richiamato alla memoria gli anni e la storia della sua lunga e progressiva patologia neurologica che, in una crisi graduale e sempre più profonda, ha richiesto, nel tempo, senza sosta, necessarie attenzioni ed adattamenti dell’intero nucleo familiare, inevitabilmente colpito e coinvolto.

Sì, desidero scrivere di mio padre e ricordare quando, purtroppo, più di 20 anni or sono, gli fu diagnosticata la malattia di Parkinson (eponimo legato al medico inglese James Parkinson che per primo la descrisse nel 1817, denominandola paralisi agitante).

Allora la sintomatologia si presentava in maniera molto sfumata e la diagnosi fu sostanzialmente clinica, gli esami strumentali infatti non rivelarono nulla, era solo presente un lieve discontinuo tremolio di una mano ed un braccio presentava un’articolazione particolare, definita a ruota dentata, tipico segno semeiotico della patologia. Per mio padre e per noi tutti non fu certo di facile accettazione la diagnosi ma ci spendemmo al meglio per metabolizzare questa news sanitaria tanto intima quanto crudele.

La malattia, è stata durevole e gestirla razionalmente, soprattutto nelle fasi avanzate e nelle sintomatologie sempre più infauste e invalidanti che l’hanno caratterizzata (rigidità muscolare, bradicinesia, disturbi dell’andatura, della parola, della scrittura, ecc.), non è stato facile…

Poi l’inevitabile declino cognitivo e il coinvolgimento delle facoltà intellettive hanno drammaticamente concluso il lungo e angoscioso percorso neurologico fino ad una vera e propria dolorosa demenza. 

Sono ricordi intensi e malinconici, è vero, ma sono altresì esaltazioni dell’animo che ci inducono a riflettere, invitando a guardarci dentro, sostenendo sia una filosofia di vita spirituale sia l’amore verso il prossimo sia, infine, il proposito di condividere provate considerazioni meramente scientifiche e terapeutiche in merito a tali forme di invalidità:

Ritengo infatti che i tanti disagi e le tante difficoltà, comuni a tanti ammalati affetti da tali progressive e invalidanti patologie neurologiche, potrebbero essere meglio affrontate ed alleviate se il malato avesse una maggiore volontà di reagire. È scientificamente provato che la depressione, la solitudine, la mancanza di stimoli e soprattutto l’abbandono dell’infermo, contribuiscono ad attenuare questa volontà!

Spetta a noi quindi assisterli ed incoraggiarli nelle spinte motivazionali, quali gli esercizi fisici e della mobilità, gli esercizi occupazionali, la capacità di continuare, in autonomia, la routine quotidiana…non trascurando, infine, l’aspetto probabilmente più rilevante, quello cioè del conforto e del sostegno derivante dall’amorevole contatto umano: oltre all’assistenza infatti, un abbraccio, una carezza, una gentilezza, una parola che sappia stimolare un sorriso e scaldare il cuore, può aiutarli a non far finta di vivere ma a ritrovare il valore del tempo, respingendo la depressione, lo sconforto ed i sensi di inutilità.

Basta quindi anteporre l’amore in tutto e non è certo una stravaganza accettare che anche nell’invalidità, anche nella malattia, c’è tanta verità e tanta salute! 

Giovanni Sarnelli medico specializzato in Anestesia e Rianimazione, già Colonnello medico del Corpo Sanitario dell’Esercito e oggi in regime di quiescenza, opera attualmente, come libero professionista, in campo medico certificativo e medico legale.