La vecchina

Aprile 1, 2022 by rubrica: Pensieri e parole

Chi si trova a sorseggiare un caffè o una bibita seduto a un tavolino all’aperto di un bar nel centro storico di Napoli, fra via Cervantes e via Toledo, in compagnia di qualcuno o da solo, leggendo il giornale, può incontrare una vecchina che si avvicina chiedendo una moneta.

E’ diversa da tanti altri mendicanti che a turno chiedono l’elemosina, spesso in maniera insistente. Ha i capelli bianchi, gli occhi azzurri, è molto garbata, per nulla trascurata. Mi è capitato di incontrarla più volte, avendo lo studio in zona. L’aspetto un po’ fiabesco della vecchina ha fatto sì che ad ogni inaspettato meeting le donassi una moneta, per il sorriso dolce e l’approccio educato, non invadente.

La vecchina ringrazia, e dispensa sempre un foglietto di carta bianca piegato in due, con un piccolo disegno colorato sulla prima pagina, che funge da copertina. Ho provato a rifiutare il biglietto in più occasioni, ritenendo che all’interno ci fossero dei numeri da giocare al lotto o altre amenità, ma senza successo: la vecchina insiste, perché non elemosina ma vende una sua opera intellettuale.

Non me ne ero mai accorto, fino a circa una decina di giorni fa. Sono al tavolino con un amico, chiacchierando e sorseggiando un caffè. Lei si avvicina e mi sorride, chiedendomi la solita moneta. Gliela porgo ed ecco il biglietto in cambio. Le dico che non ne ho bisogno, non è un acquisto, come capita di frequente con altri avventori che ti propongono in cambio il santino, la penna o un accendino. Battaglia persa. Il biglietto finisce nelle mie mani e poi nella tasca del giaccone.

Me ne dimentico, ovviamente. Passano i giorni e ogni volta che prendo le chiavi dello scooter dalla tasca tocco un foglio di carta sgualcito. Sarà una ricevuta di qualcosa, mi dico. Poi estraggo il biglietto con l’intenzione di buttarlo e mi torna in mente la vecchina. Lo apro e all’interno c’è attaccato un foglio più piccolo, 45 millimetri per 40, scritto a mano con una biro nera, quasi illeggibile per le dimensioni dei caratteri, sebbene in stampatello.

Metto a fuoco il contenuto, e scopro che è una poesia. Sull’odio, di pochi versi. Ed è firmata: la vecchina ha un nome e cognome, Maria D’Agostino. E’ una poetessa “minimalista”. La cosa mi stupisce, perché Maria non ha mai spiegato cosa ci fosse da leggere nel biglietto che dispensa a tutti coloro che le regalano una moneta. Ha sempre solo chiesto di prenderlo, per sdebitarsi. Lo leggo.

L’odio

L’odio non è un sentimento,

è una cosa che ti fa fissare.

Mi sono chiesta; perché m’odiano tanto?

Papà mi diceva: “t’odiano perché hai salute,

e tanta nobiltà…”.

Diceva, mamma, “tu li fai spostare i nervi,

perché sei donna, e vuoi comandare…”.

Invece, penso: m’odiano perché non faccio

infamità, mi piace spendere e camminare…

Quando mi capiterà di incontrare ancora Maria, farò attenzione a conservare e leggere il suo poemetto, venduto con tanta dignità.

Ciao Maria, “poetessa di strada”, alla prossima.

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità

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