Le malattie dell’anima e i loro rimedi nell’era del materialismo

Sheikh Al-Sulami (X secolo) fu un iniziato Sufi, noto per aver scritto il trattato le malattie dell’anima e i loro rimedi.

La letteratura Sufi ha tra i propri temi centrali l’educazione dell’anima, e nella concezione del sufismo, per educare l’anima è necessario conoscere le sue malattie e i relativi rimedi.

Le malattie dell’anima e i loro rimedi è un manuale di psicologia ante-litteram, poiché il termine psicologia, etimologicamente significa proprio discorso sull’anima.

Nella tradizione Sufi ritroviamo l’idea di un’anima tripartita, come già era stato per gli antichi egizi (con i tre elementi soprannaturali dell’anima: akh, ba e ka), per Platone (con le tre attività dell’anima: razionale, volitiva-irascibile e desiderosa-concupiscibile) e per Aristotele (con le tre funzioni-livelli dell’anima: vegetativa, sensitiva e intellettiva).

Per i Padri della Chiesa, l’anima, proprio come la Trinità, è una unica sostanza in tre facoltà (che secondo Sant’Agostino sono memoria, intelletto e volontà); per questa corrente filosofico-dottrinaria del Cristianesimo, ad essere tripartito era anche l’essere umano, unificato da tre principi: corpo, anima e spirito; e qui l’anima fa da intermediario tra il corpo formato e lo spirito che forma.

Nel Corano ci si imbatte nel termine nafs che spesso sta a designare l’anima.

Le categorie dell’anima racchiuse nella parola araba nafs, sono tre aspetti di una sola e unica anima: c’è la nafs che istiga al male, quella che critica e quella acquetata.

Per i Sufi, l’educazione dell’anima consiste nell’eliminare le tendenze negative e opposte a Dio per far emergere solo quelle positive e concordi a Dio.

L’anima che istiga al male, quella che critica e l’anima acquietata, sono ben riconoscibili anche nella Repubblica di Platone, dove un’immane bestia – dalle tante, mutevoli, rigeneranti e multiformi teste (talora mansuete e talora feroci) – è sovrastata da un leone, il quale a propria volta è sovrastato da un uomo. Platone ci chiede di immaginare questa tripartita animalità rivestita in un’unica pelle, sì che dal di fuori si possa riconoscere solo la sagoma di un uomo intero; l’uomo interiore dovrà essere in grado di garantire all’uomo intero un buon governo di sé, vigilando sulla proteiforme bestia a più teste, e dovrà saper allevare la bestia, senza sacrificarla, con l’aiuto del leone.

Per gli uomini di Dio, la purificazione dell’anima da ogni vizio, è stata talora assimilata a una grande guerra santa; tale grande guerra santa, per Maometto era la continua guerra contro l’anima non virtuosa.

Cosa dire di queste grandi guerre sante di chi non ha più o non ha mai avuto un dio, così come lo concepiscono le grandi religioni monoteiste?

Anche nel buddismo zen ricorre la simbologia dell’addomesticamento di un animale selvatico che rappresenta l’anima; nei quadri dell’addomesticamento della mucca, l’iniziato progredisce nella domesticazione dell’anima-mucca, che lungo il percorso che conduce in cielo verso la beatitudine, diviene da nera a sempre più bianca, fino a diventare un’anima total-withe, che nell’obbedienza sincera all’uomo ammaestratore-custode dell’anima, non ha più bisogno di essere legata e trascinata ma è ormai ammaliata e condotta dalla musica del flauto della sua guida. Così, bianca in cielo, la mucca ha terminato il proprio tempo e ruolo e può scomparire-dissolversi; quindi, nel viaggio di ritorno l’uomo torna sulla terra solo, e ormai illuminato, può disciogliere la propria individualità nell’imperfetto cerchio del tutto, perdendo la propria coscienza individualizzata.

Senza un Dio sono stati tanti filosofi, scrittori e artisti dell’Esistenzialismo del’900.

Qui si è trattato di dare un senso all’esistenza umana – in un umwelth e una cultura millenaria che aveva affidato a un Dio unico e benevolo lo statuto del creato e le leggi etico/morali di questo stesso creato – dopo che Nietzsche aveva decretato la morte di dio.

Nell’assenza di un legislatore e giudice onnipotente, necessitava una generazione di uomini nuovi e forti, in grado – come gli antichi popoli mediterranei-, di sopravvivere e darsi delle leggi imperative, categoriche e virtuose che trovassero dentro di sé e della propria libertà il proprio valore intrinseco e assoluto.

Ecco quindi spuntare il pensiero di Sarte che vede il dramma umano e la condanna dell’uomo ad essere libero e cerca di fondare una morale laica anche oltre il radicalismo ateo francese del ‘900; egli sente con angoscia la responsabilità che il singolo ha, verso se stesso e verso gli altri, per non cadere nel nichilismo, né nel pantano di relativismo religioso/dogmatico che pronunciò un personaggio di Dostoevskij: se Dio non esiste tutto è permesso.

Qui, la legittimità della condotta umana non è riconducibile a valori o ordini divini; né si può dare libero sfogo alle passioni dell’anima, perché l’uomo, sebbene abbandonato dal cielo e da dio, porta ancora dentro di sé un’aspirazione alla legge morale (che per taluni, nonostante l’assenza di Dio, continua a brillare come il cielo stellato di Kant), un’attitudine all’azione compassionevole, una comunione nella solidarietà della social catena di leopardiana memoria; infine, un’aspirazione e una azione costante e instancabile a dare quella che potrei dire: una bella forma alla propria anima, e una bella forma all’anima del mondo.

Qui, come disse Ponge, l’uomo è l’avvenire dell’uomo, e saranno gli atti che si compiono a dare quella forma alla loro anima e all’anima del Tutto.

Pur non esistendo più una morale generale (ma in questo già i Sofisti dell’antica Grecia ci avevano dato grandi lezioni), pure ci saranno infiniti modi diversi di dare forma alla propria anima e all’anima mundi; alcuni di questi atti saranno diretti a favore dell’esistenza e dell’uomo, altri saranno diretti verso uno schiacciamento materiale dell’umanità e del fenomeno emergente che riconosciamo nella vita, in tutte le proprie innumerevoli forme; come in un Kaly Yuga, enormi forze operano verso una mercificazione dell’umanità e della vita e verso una concezione riduzionistica dell’esistenza, dell’essenza e dell’anima, da quella individuale a quella universale.

Con Albert Camus ci stringiamo nella lotta di Sisifo: forse insensata ma noi vogliamo ancora immaginare Sisifo felice di lottare per il posto della sua anima, e per dargli la forma di un uomo. Perché, come ci ha insegnato Giordano Bruno, l’anima è un locus che è insieme principio e causa di ciascuno di noi e di ciascun essere vivente; e la forma che noi possiamo vedere – in quanto esseri umani – di ciascun essere vivente, è solo una vestigia enigmatica dell’anima di ciascuno e dell’anima universale.

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi